Home Interviste Il lessico della cura come forma di controllo: Artefatta e “Deperita” – INTERVISTA

Il lessico della cura come forma di controllo: Artefatta e “Deperita” – INTERVISTA

by Alessia Andreon
ARTEFATTA PH.Laura Stracadepe

È uscito il 22 aprile “Deperita”, il nuovo singolo di Artefatta che, insieme al brano “FreddissiMAlinconia”, anticipa l’uscita del suo primo lavoro discografico previsto quest’anno.

Con “Deperita”, Artefatta continua a costruire un immaginario sonoro e linguistico stratificato, in cui scrittura e produzione si muovono in costante tensione tra impulso emotivo e costruzione formale. Il nuovo singolo, che segue l’esordio con “FreddissiMAlinconia”, affonda le radici in una metafora vegetale ambigua e perturbante, trasformando il lessico della cura in un racconto di dipendenza, consumo e sopravvivenza precaria.

Tra elementi organici e paesaggi elettronici instabili, il progetto della cantautrice si sviluppa come uno spazio espressivo in cui il suono delle parole e il loro significato si influenzano a vicenda, dando forma a una narrazione intima ma al tempo stesso condivisibile.

In questa intervista, Artefatta racconta il processo creativo dietro “Deperita”, il lavoro sul linguaggio e la collaborazione in studio, offrendo uno sguardo sul percorso che porterà al suo primo lavoro discografico.

INTERVISTA
“Deperita” utilizza una metafora vegetale molto forte e ambigua: come è nato questo immaginario e quanto è stato centrale nello sviluppo del brano, sia a livello testuale che sonoro?

Tutto parte dalla parola “deperita”: è da lì che nasce sia la metafora che il racconto. Mi interessava il suono e il significato insieme, perché contiene già l’idea di un processo lento, di qualcosa che continua a esistere mentre si impoverisce. Da quella parola si sviluppa tutto il resto: il linguaggio botanico nel testo e, a livello sonoro, un contrasto tra elementi organici e un ambiente elettronico instabile.

Nel tuo progetto sembra esserci sempre una tensione tra impulso emotivo e costruzione formale: come lavori concretamente per mantenere questo equilibrio senza perdere spontaneità?

Parto sempre dall’impulso, in modo istintivo e anche disordinato. È una fase molto libera, in cui non controllo troppo quello che sto scrivendo. Poi intervengo sulla forma: taglio, sposto, ricompongo, ma senza “ripulire” del tutto, cercando di rendere leggibile quel caos senza perdere l’irregolarità iniziale.

Hai descritto “Deperita” come una condizione di sopravvivenza dentro ecosistemi tossici: pensi che questo tema rifletta più una dimensione personale o una lettura più ampia della realtà contemporanea?

Deperita nasce sicuramente da una condizione personale, ma anche da una lettura più ampia e comune che, in modi diversi, attraversa tante esperienze. È qualcosa che può riguardare relazioni, contesti o fasi della vita in cui si resta anche quando non si è più davvero nutriti. “Deperire” è questo: continuare a esistere dentro ambienti che ti tengono in vita, ma non ti permettono di crescere, in un processo lento e spesso poco visibile.

Il tuo sound attraversa alt-pop, elettronica e influenze club-oriented come hyper-pop e UK garage: come si sviluppa la collaborazione in studio con Giacomo Greco per tradurre queste contaminazioni in un’identità coerente?

La collaborazione nasce da una base di ascolti continui, confronto costante e una comunicazione molto aperta, oltre a prospettive musicali condivise. È stato fondamentale nel dare una forma al progetto, quasi nel “vestirlo”, traducendo ciò che è la mia identità anche in musica. Ha saputo leggere la mia persona e trasformarla in un linguaggio sonoro coerente.

La tua scrittura gioca molto con il linguaggio, smontando e ricostruendo il significato delle parole: quanto conta per te il suono rispetto al senso, e come capisci quando un testo è “finito”?

Per me il suono di una parola e il suo significato vanno di pari passo e si intrecciano continuamente: a volte è il suono a portare il senso, altre volte è il significato a guidare il suono e a deformarlo. Capisco che un testo è finito quando, appena scritto, lo riascolto e “regge” da solo. Se non mi restituisce nulla in quel momento, significa che non funziona ancora come brano. Per me funziona davvero quando c’è un equilibrio tra ricerca lessicale e impatto emotivo.

Nel tuo progetto sembra esserci sempre una tensione tra impulso emotivo e costruzione formale: come lavori concretamente per mantenere questo equilibrio senza perdere spontaneità?

Parto dall’impulso di dare una forma estetica precisa a ciò che sono e a ciò che penso. Quello che mi attraversa emerge in modo quasi automatico, perché è difficile da reprimere o filtrare. L’espressione si costruisce da sola attraverso la ricerca lessicale, che diventa il mezzo con cui ciò che sento prende forma e si struttura.

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