A pochi mesi dal debutto, gli All You Can Hate tornano con “Afterglow“, il nuovo EP pubblicato da Vina Records: un lavoro che si muove sul confine sottile tra ciò che finisce e ciò che inizia.
Più che una semplice prosecuzione di “Nothing lasts forever”, questo nuovo capitolo rappresenta la naturale conseguenza di un percorso: ciò che resta dopo la fine diventa materia viva, esperienza trasformata in consapevolezza, bagliore residuo che orienta il futuro.
Nelle sette tracce che compongono il disco, la band romana mette a fuoco una scrittura ancora più personale e stratificata, dove vissuto autobiografico e osservazione del presente si intrecciano costantemente. Relazioni che oscillano tra dipendenza e distacco, identità che si riflettono nel mondo e un’urgenza espressiva che non rinuncia alla spontaneità: “Afterglow” è un lavoro che rifiuta semplificazioni e abbraccia le contraddizioni, anche attraverso brani nati dall’imprevisto e diventati parte integrante del proprio linguaggio.
Un EP che non cerca risposte definitive, ma si muove tra le crepe dell’esperienza, trasformando errori, intuizioni e vissuti in una narrazione lucida e generazionale. Perché è proprio in ciò che rimane nell’afterglow, che spesso si nasconde l’inizio di tutto.
INTERVISTA
Afterglow racconta ciò che resta dopo una fine: quanto questo EP rappresenta per voi una chiusura rispetto a Nothing Lasts Forever e quanto invece è un nuovo inizio, anche a livello personale oltre che artistico?
In un certo senso, inizio e fine sono quasi sovrapponibili. Quello che finisce ti lascia sempre qualcosa che poi diventa una guida per ciò che comincia. Con Nothing Lasts Forever abbiamo fatto esperienza, abbiamo capito meglio cosa volevamo fare e dove volevamo andare; con Afterglow, invece, abbiamo messo in pratica tutto quello che avevamo compreso lungo quel percorso. È anche, in fondo, il senso stesso del titolo: afterglow, ciò che rimane, il bagliore residuo.
Nei brani affrontate temi molto attuali come isolamento sociale, dipendenza emotiva e pressione generazionale: quanto c’è di autobiografico nella vostra scrittura e quanto invece nasce dall’osservazione di ciò che vi circonda?
I pezzi sono molto autobiografici, senza dubbio. Però diciamo che partiamo sempre dal particolare per arrivare al generale. È una sorta di proiezione del sé sul mondo, ma anche il contrario: un sé che si riflette nel mondo e ci si specchia dentro. Quello che viviamo personalmente diventa poi uno strumento per leggere qualcosa di più ampio.
“Craving” e “Goodbye” mostrano due modi diversi di vivere i legami: dipendenza e distacco consapevole. Vi interessa raccontare le relazioni in modo più realistico e meno idealizzato rispetto al passato?
Ogni relazione, di qualsiasi tipo, attraversa fasi diverse: dall’idealizzazione iniziale fino alla consapevolezza. In questo senso Craving e Goodbye non sono necessariamente due modi opposti di vivere un legame, ma possono anche essere lette come due fasi dello stesso rapporto. A noi interessa raccontare tutte le sfumature delle relazioni, senza fermarci a una visione idealizzata o semplificata.
“Rockstar” è una critica piuttosto diretta a certe dinamiche del mondo musicale: avete vissuto in prima persona situazioni che vi hanno spinto a scrivere questo brano?
Senz’altro. Come dicevamo, partiamo sempre dall’esperienza personale per parlare di quello che ci circonda. Rockstar nasce proprio dal vivere l’ambiente della musica emergente di oggi, dove spesso sembra più importante fingere di essere arrivati che arrivarci davvero, o meglio, più importante dell’intero percorso che fai per arrivare da qualche parte. Il problema, in fondo, non è neanche il classico fake it till you make it; il vero nodo è che alcuni, a forza di fingere, finiscono per credere davvero di essere quel personaggio che si sono costruiti. E lì restano intrappolati. Mi dispiace per loro, sinceramente
“Useless” nasce quasi per caso ma è diventata parte stabile dei vostri live: quanto conta per voi l’improvvisazione e l’errore nel processo creativo rispetto alla pianificazione?
Questo progetto nasce proprio da una voglia di spontaneità. Siamo comunque relativamente organizzati, anche per necessità, perché facendo tutto da soli bisogna per forza esserlo. Però viviamo molto di improvvisazione, e spesso cerchiamo di fare di necessità virtù: trasformiamo errori e limiti in una sorta di firma stilistica. A volte quello che nasce quasi per sbaglio finisce per dire più cose di ciò che avevi pianificato perfettamente.

Per ogni cosa c’è un posto
ma quello della meraviglia
è solo un po’ più nascosto
(Niccolò Fabi)