GaLoni: “uno dei problemi della metropoli è che purtroppo ormai ci siamo abituati a queste “distanze”.

Continua la rassegna del Giovedì, quella che scandaglia nel panorama emergente e non, i prodotti dell’indipendenza che stanno segnando il nuovo pop nostrano. Ospite di questo giovedì è Emanuele Galoni, in arte gaLoni, che abbiamo ascoltato in vista dell’uscita del suo nuovo album i cui primi singoli saranno disponibili già nel mese di Aprile. Cantautore che da sempre frequenta gli scenari musicali romani, si distingue per la sua voce graffiante e secca, tipica del folk americano a cui lui fa riferimento. Scambiamo quattro chiacchiere con lui sulla sua arte e sulla musica in generale. La sensazione che ci resta alla fine di questa intervista è quella di un uomo ricco di sensibilità ma modesto ed umile, a disagio nel raccontare le sue “intenzioni” musicali. Rimaniamo in attesa del suo prossimo album, certi di trovare nuove emozioni e contenuti pregni di sentimenti e sensibilità sociale.

Ciao Emanuele, benvenuto nel giovedì di Inside Music, cos’è per te l’Indie e cosa si riesce ancora a mantenere indipendente?

Ciao Manuela, grazie a voi per lo spazio concessomi. Io non saprei darti una definizione su cosa sia Indie. In realtà tutti facciamo musica e cosa sia indipendente trovo difficile classificarlo. A meno che uno non faccia musica da solo e la diffonda ad esempio attraverso YouTube, ma ormai esistono le etichette e come possiamo definire un pezzo indipendente? Io scrivo musica, la produco ma sinceramente è un termine di cui mi viene sempre chiesto spesso il significato ma io non so definirlo né classificarlo.

Tu stai in provincia di Latina, Giulianello, ma hai vissuto molto Roma: senti l’influenza nella tua musica di un’appartenenza cittadina oppure ti senti cittadino del mondo?
No assolutamente, io sento forte l’influenza, nella mia musica, del paese da cui provengo, i modi, la società che ho vissuto. Tutto ha fatto sì che io facessi questo tipo di musica. Mi ha aiutato anche la frequentazione della grande città come Roma, capirla e trovarne le differenze.

Andiamo adesso alle tue origini musicali: quando ti sei reso conto che la musica sarebbe stata la tua vita e non solo un hobby?
In realtà io insegno come lavoro, quindi la musica per me esiste da sempre e, come molti, vorrei fosse il mio primo impegno ed ancora per fortuna riesco a poter pensare che possa essere così, anche con la prossima uscita del nuovo album.
La musica nasce con me che suono da solo chitarra e voce, non c’è un momento specifico ma è ciò che faccio sin da ragazzo.

Il tuo album di esordio “Greenwich” esce nel 2011. Come vuoi descriverci questo album, cosa volevi comunicare e cosa vorresti restasse nelle anime dell’ascoltatore?
Greenwich è un album che io definisco “geografico”, si nota appunto dal nome e dalla copertina dove si sposta il meridiano, proprio a cercare di far arrivare questo nuovo punto di vista. E’ nato tutto d’un fiato, senza particolari accorgimenti strumentali o tecnologici, diciamo “fatto in casa” e contiene tutto ciò che avevo da dire e che avevo dentro da molto tempo. È un disco che punta al sociale e al politico, quindi con contenuti, ripeto, che definisco di tipo geografico. Sono laureato in Letteratura, specificatamente nell’ambito dell’immigrazione e quindi riporto il mio pensiero su una visione “globale” del mondo. Vivo, per esperienza personale, la situazione degli immigrati in un centro di rifugio vicino a dove abito. Per arrivare al centro abitato è necessario camminare per circa due km e quindi è un po’ difficoltoso per quei ragazzi. Un giorno, per caso, abbiamo dato un passaggio ad un ragazzo extracomunitario e, la cosa che più mi ha colpito, è stata la sua paura nei nostri confronti, a nulla sono servite le parole di solidarietà: quando è sceso è corso via quasi come si sentisse “liberato” da un possibile evento dannoso a suo discapito. Questa è l’altra faccia della medaglia di come invece ci vengono proposti dai media, immigrati pagati e sereni nel nostro Paese che, in realtà, non è il paradiso che si aspettavano.

A proposito di sociale e cultura straniera, il singolo “Carta da parati” esalta un intero album ricco di contenuti. E’ una dichiarazione d’amore da un lato (“sarò la tua rincorsa quando salterai la cena, difenderò i tuoi passi dai pirati della strada”) e un pezzo di denuncia dall’altro (“non serve maledire tutti gli zingari di Roma sulle nostre vite omologate a non avere casa”). E’ quindi, allo stesso tempo, sia il tuo modo di vedere il sociale sia i gesti che vorresti fossero quelli dedicati al genere femminile?
Questo singolo esprime ciò che io ho vissuto personalmente, confrontandomi con l’esperienza cittadina a Roma e, appunto, con una ragazza. Il significato che volevo dare io è che mi trovo spesso a dover spiegare, poiché in molti poi mi danno le loro diverse interpretazioni, sta proprio nel vedere una ragazza che io desideravo conservare, lei viveva in mezzo a questi palazzoni, il mio intento e il desiderio che esprimo nella canzone è proprio quello di voler portare la bellezza di questa donna in un altro posto, rispetto al contesto asociale che si vive nelle grandi città e quindi trovarsi a vivere settimane intere chiusi in casa, per questo intendo “togliere la carta da parati dalla schiena”.

Nei tuoi testi ricorre l’argomento della “distanza emozionale” e “fisica” tra le persone, come mai?
Ti racconto un aneddoto. Ho molti amici a Roma, ho notato però che loro non si incontrano mai, non si vedono per due chiacchiere o una bevuta, se non al momento in cui io, telefonando ad ognuno, metto insieme la serata e ci riuniamo. A me sembra strano che debba servire io, da fuori, a far sì che loro possano vedersi. È un problema della metropoli e purtroppo ormai ci siamo abituati a queste “distanze”.

E’ molto interessante come usi e come giochi con le parole nei tuoi testi, testimonianza di capacità da cantautore esperto, dal punto di vista puramente musicale, note variegate e voce graffiante, ti senti più folk o rock?
Sicuramente mi sento più folk, proprio perché suono la mia musica grazie all’ascolto dei grandi cantautori italiani come Dalla, De Andrè, De Gregori, insomma i grandi nomi che tutti conosciamo. Sono però anche influenzato dal folk americano ed inglese. Ad ogni modo sì, sicuramente mi sento folk.
Purtroppo nella nuova generazione mancano queste basi, loro non hanno ascoltato il cantautorato italiano e fondano la loro cultura musicale e i loro gusti senza questi pilastri che, invece, secondo me, dovremmo avere tutti.

Sappiamo che tra poco uscirà il tuo nuovo album “Incontinenti alla deriva”: ce ne vuoi parlare e spiegarci cosa ti aspetti trasmetta?
Dunque, ad Aprile dovrebbero uscire i primi singoli ed in seguito, l’album. E’ diverso dal primo, non tralascio l’interesse sociale ma sicuramente è più intimo, fondato su sensazioni ed emozioni più personali e, se ci penso, ogni pezzo mi ricorda una persona diversa, spero piaccia al pubblico.

Com’è il tuo rapporto con i live? Senti l’emozione del pubblico che ti ama ma allo stesso tempo ti giudica o sei concentrato sulla tua esecuzione?
Durante i concerti io sono molto concentrato su ciò che sto facendo, un errore che devo assolutamente correggere è quello di chiudere gli occhi mentre canto. E’ una cosa che voglio cambiare per poter riuscire a guardare il pubblico che mi trasmette tutto ciò che sento.

Che effetto ti fa sentire il pubblico cantare le tue canzoni?
È ciò per cui un artista suona: se non hai il pubblico davanti non sei nessuno, sono loro che ti rendono capace di fare ciò che fai e ti permettono di fare musica.
Un po’ come i politici: se prendi lo 0,7% sei solo uno che sta lì senza l’appoggio delle persone e non conti nulla.

Adesso facciamo un gioco della contaminazione: hai la possibilità di inviare un messaggio ad un tuo collega indipendente (anche se ho capito che il termine indipendente non ti appartiene), chi scegli e quale messaggio invii?
Il mio messaggio va sicuramente a Giancane. E’ stato fondamentale in molti momenti ed ha fatto cose per me che avrebbe potuto anche non fare. Mi ha appoggiato, supportato e aiutato nel modo in cui io e lui sappiamo, quindi mi capirà in questo mio “Grazie”.

A cura di Manuela Atzori.

Foto copertina di Tamara Casula

2018-04-06T13:08:40+00:00 5 aprile 2018|Gioved-INDIE, Recensioni|0 Commenti