E’ uscito oggi Start, nuovo album di Luciano Ligabue, per la label Zoo Aperto, già anticipato dai singoli Le Luci D’America e Certe Donne Brillano.

Quante sono le combinazioni musicali possibili?

Beh, molte. Le note sono sette, ma esistono i semitoni, e fortunatamente dall’epoca gregoriana in poi si è riscoperta la modulazione, le pause; la teoria musicale ha prodotto gli accordi, ben definito gusto e teoria delle dissonanze. Esistono, ormai, incalcolabili generi musicali: rock, folk, neo-folk-pagano, metal e le sue declinazioni, neoclassica, musica colta, minimal, found music… Eppure, l’umanità produce musica sostanzialmente da sempre, e non ci si stanca mai di cercare qualcosa di nuovo. Di produrre una formula differente. I Beatles, riorganizzando quello che trovavano nell’underground, sono diventati leggende.

E se, invece, una formula sola funzionasse sempre? Se l’essere sempre sinceri ed onesti, in qualunque momento della propria esistenza – felice o mesto che sia – sia la chiave per il successo?

Ligabue lo sa perfettamente. Da musicista navigato, polistrumentista eccellente, ottimo scrittore, regista, e sceneggiatore, ha una profonda consapevolezza della sua capacità di produrre arte. E sa che, ora, ciò che ci si aspetta da lui è di un determinato calibro e di una determinata fruibilità: ecco che nasce Start. Album, di cui, il Liga nazionale, ha detto essere “incazzato e diretto”.

Partiamo da una piccola premessa. Luciano Ligabue ha all’attivo il suo penultimo album nonché film, Made in Italy, che ricevette critiche oltremodo contrastanti: sua terza fatica cinematografica, uscì nel 2018, con la partecipazione di Stefano Accorsi (già Freccia in Radiofreccia: qui la recensione del bellissimo classico!) e Kasia Smutniak. Lavoro che si inscrive nella poetica provinciale-verista che caratterizza l’intera poetica del Liga, il film supera di molte, moltissime spanne l’album come qualità artistica intrinseca. Profondamente autentica l’intepretazione della Smutniak, è facile empatizzare coi protagonisti.

Parliamo ora, invece, di Start.

start ligabue recensione

Luciano è ancora un bell’uomo, e il suo viso virile – le rughe come ricordi di esperienze – campeggia sulla copertina: ha abbandonato da tempo il look da rocker con i capelli lunghi, optando per un taglio più sobrio. Partiamo dunque dalla prima traccia, Polvere di stelle: sottofondo chitarristico per un brano emozionante, va detto, di quella semplicità che solo Luciano Ligabue sa trasmettere. Si perde, però, come da anni a questa parte, il valore cantautoriale delle liriche del brano, molto meno ispirate, e che difficilmente possono far pensare ad una ipotetica persona cui dedicarla. Proseguiamo in questo nuovo inizio con Ancora noi: eccolo, il verismo del rocker, i mille colori dei ragazzi del bar che ha chiuso da tanti anni; un inno da stadio, con tanto di cori alla U2 (o più recentemente, stilema di cui i Thirty Second To Mars hanno perfino abusato), ed una bellissima base up-tempo, dotata delle giuste base e di una gradevole linea di basso.

Quasi in sordina, dopo l’evocazione del baretto di Radiofreccia, appare dal nulla Luci D’America. Singolo chiacchieratissimo e accolto negativamente, acquisisce una nuova luce se inscritto nel leit motif di Start, che, teoricamente, dovrebbe trattare di un nuovo inizio; eppure, c’è solo una grande malinconia. Una grande nostalgia. Laddove la ballad dovrebbe descrivere enormi scenari della Monument Valley e le Stelle della Via Lattea scintillanti nel cielo del Sahara, parla, invece, di ciò che non tornerà più. Di viaggi che forse, non si sono goduti abbastanza (“quelle luci che ti scappano dall’anima”); di tour troppo affrettati, passati a guidare e non a guardare abbastanza fuori dal finestrino. Della giovinezza che non torna più.

Sprazzi electro-pop si odono poi in Quello che mi fa la guerra, e la drum machine si mescola ad una chitarra acustica: la produzione di Federico Nardelli è assolutamente eccellente. Di nuovo, il dualismo di Start si fa presente: pare si parli di qualunquismi riguardo il vicinato infame, l’erba del vicino sempre più verde; invece, riascoltando, è una profonda critica a se stesso. Colui che fa la guerra a Luciano Ligabue è il sé stesso passato, quello che era davvero incazzato, e non solo stanchissimo, per la condizione del nostro paese, per gli amici perduti per la droga, per essere divenuto famoso troppo tardi; un nostalgico fantasma che angoscia i sogni di una rockstar.

Un album, dunque, che va ascoltato con estrema attenzione, Start di Ligabue. Siamo al giro di boa, Mai dire Mai, forse il miglior brano finora. Sincerissimo, reale, la descrizione di una relazione piena d’amore e di passione: quel primo amore che non si dimentica mai. Ma è finita, forse? Quello vero, o forse vero solo nella nostra mente; quelle litigate seguite da sesso sfrenato che assurgono a livello di santità nell’empireo dei ricordi formanti di una persona. Di nuovo, la produzione è eccellente: cori gospel sono piazzati nel bridge con estrema maestria, ed il caratteristico riff di chitarra soft-rock di Ligabue che sorregge l’intero impianto. Viene però, di nuovo, da chiedersi, quanto ci sia di vero nell’idillio descritto dal brano, e se duri tutt’ora.

Probabilmente no. E Certe donne brillano ne è la dimostrazione: pianoforte che si mescola a chitarra elettrica e batteria, per una power ballad decisamente godibile che ricorda, lontanamente, Bambolina e Barracuda. E come Manara ripropone sempre la stessa donna, Ligabue parla sempre di una misteriosa figura: che prima Era Bellissima, che poi non riusciva a metter via, che era, in fondo, un po’ insensibile in confronto al romantico Luciano che le consigliava di Mettere in circolo il Suo amore; cui ha dedicato brani come Viva!. Ora, quella donna, è invecchiata. E riappare dopo anni, e anni, di fronte ad un caffè fumante. Si ricopre di creme antirughe, si ammazza di palestra; è lo specchio della senilità del Terzo Millennio dei figli della Generazione X, i nati a cavallo fra i tardi cinquanta e i primi sessanta. Quella donna, lo specchio del rimpianto: di non aver fatto abbastanza, in nessun senso. Nonostante l’accorata dedica di Quella che non sei.

Parliamo di te
che ti aspettavi troppo
in cambio però
c’hai messo sempre tutto
adesso lo sai
che cosa non ti ho detto
e forse mi scuserai

start ligabue recensione

Al posto del Bar Mario, ora, c’è un centro commerciale; i campi in cui Luciano correva con G sono divenuti un’autostrada. Eppure, quelle persone, camicie sgualcite e scarpe impolverate, birre peroni ghiacciate, sono ancora vive. Un arpeggio di chitarra acustica e poche note di pianoforte sorreggono la voce di Ligabue in Vita morte e miracoli, il resoconto della vita di un vecchio amico, che assume quasi la purissima amarezza dell’ultimo Johnny Cash ai tempi di Hurt. Una sola lacrima, chiede Luciano, a quella persona, forse se stesso: una sola lacrima a lutto per il tempo che è passato, che si è raggomitolato insieme ai sogni che si sono uccisi sull’autostrada.

Il tempo è solo un concetto,

forse la bolla in cui siamo si allargherà…

Ancora nostalgia per gli amici abbandonati per Cattiva Compagnia, brano dotato di una pregevolissima chitarra acida distorta ed effetti elettronici abbastanza arrabbiati, con Luciano che quasi pare Giorgio Canali con meno sigarette, per una feroce invettiva che non si vedeva dai tempi di Libera nos a malo. Cazzo, sì, un po’ d’energia che spezza la bastarda malinconia.

Siamo quasi alla fine dell’inizio, alla fine di Start. E torniamo nei ranghi della malinconoia già proposta, con Io in questo mondo. Leggerissima ballad di effetti elettronici, pianoforte e distantissima chitarra, con uno stile già proposto da Songs of Experience degli U2: profonda affermazione di personalità, appare chiara l’immagine di un uomo sulla sessantina che continua a camminare a passo spedito, stivali da cowboy ai piedi; ultima affermazione di orgoglio di ancora ne ha, in un mondo artistico che si sputtana con estrema facilità.

L’orologio ticchetta i secondi. Sapete cos’è che determina la durata dei secondi, nel nostro sistema tecnologico attuale? Piccole variazioni quantistiche di alcuni atomi di un isotopo di Cesio. Che impatto può avere, nella singola vita di un individuo, un’oscillazione quantistica, tachioni che muoiono? Il gigantesco mistero del tempo che passa è reinventato in chiave ligabue in Il Tempo Davanti: brano che pare un allegretto, ma che sottende una nobile, nobilissima, elegante malinconia. Un uomo più che alto riguarda un filmino di celluloide di quando era piccolo; la potenza della tecnologia dell’immortalità che si fa sottile torturatrice, sostituendosi ai ricordi, che col tempo – fortunatamente – appassiscono. Rintocchi di grancassa, dalla seconda strofa in poi, aggiungono epòs al brano, che è, senza discussione, uno dei migliori della tarda discografia di Luciano Ligabue nonché il migliore di Start assieme a Mai dire Mai. Ci insegnano che abbiamo tutto il tempo del mondo, quando siamo giovani, ma nessuno ci insegna a dare il giusto rispetto al Cesio 133.

Ligabue, dunque, in Start, si toglie dei sassolini dalle scarpe. Reincontra quegli amici del Bar Mario, donne all’epoca bellissime, sigarette fra dita smaltate di rosso, ora anziane e rugose; rivede la madre, ora morta, all’epoca poco più di una ragazza, per sempre immortale in un filmino sgranato: se ne fa raccontare, da quelle anonime figure, Vita Morta e Miracoli, e racconta dei suoi demoni. Demoni comuni, insospettabili in una semi-divinità come Luciano Ligabue. Si poteva fare di meglio? Certamente. Si sarebbe potuto puntare più sull’energia, invece che sulla sua mancanza; sulla mollezza che deriva dal tempo che passa inesorabile. Start, in conclusione, riporta a dimensione terrena e dona dignità ad un processo tanto naturale quanto poco desiderabile: l’invecchiamento. La saggezza che non arriva assieme all’accorciamento dei telomeri.

Noi siamo cresciuti con la tua musica, Luciano, e ti stimeremo sempre.