Tales of a Pathfinder degli Atlas Pain [Recensione]

di Giuseppe Falbo

Gli Atlas Pain ci regalano non un semplice disco con Tales of a Pathfinder, bensì una vera e propria opera che va subito ad aggiungersi sia alla mia lista di album da consigliare sia a quella degli album da acquistare. Epico nel senso più stretto del termine. Insegue la bellezza, la raggiunge e la fa propria

ATLAS PAIN tales of a pathfinder recensione

Non lo negherò, all’inizio ero un po’ annoiato dall’idea dell’epic metal, poichè questo genere l’ho ascoltato molto, e non tutti riescono a portare contenuti nuovi, per cui dopo un po’ non si sa nemmeno perchè lo si stia ascoltando. Ma con la stessa sincerità ammetto che invece le mie aspettative sono state totalmente capovolte e scombussolate. Mi ha riportato alla prima volta in cui ho ascoltato Metropolis Pt. II dei Dream Theater (qui la recensione di Distance Over Time), quello che a seconda di molti è il miglior album progressive di sempre. La melodia regna sovrana in un regno in cui distorsioni, scream e doppio kick si fanno la guerra senza esclusione di colpi. C’è una dolcezza nascosta dietro una coltre di rabbia che non riesce a mascherare l’emozione.

  • The Coldest Year. La prima canzone dell’album ha sempre il compito di introdurre l’ascoltatore a tutto ciò che seguirà. E gli Atlas Pain lo fanno, letteralmente. Il brano apripista è infatti una sequenza di suoni che accompagnano l’ascoltatore dalla porta del teatro fino alla sedia in prima fila, fin quando un’orchestra da brividi lascia un minimo spazio ad un urlo che dà il benvenuto all’ascoltatore. Letteralmente. Ciò che mi ha colpito di questi due brevi minuti è stata non la complessità tecnica, bensì l’evidente dedizione utilizzata nella fase di scrittura, la quale ha portato ad un risultato che immagino rispecchi in toto la visione artistica della band. Nessuna nota, nessun volume, nulla viene trascurato.
  • The Moving Empire. L’inizio è epico. E’ ciò che ci si aspetta, se il compito della seconda canzone è solitamente dare il via proprio ed effettivo all’aspetto più interiore dell’album, ma qui è uscito proprio bene.
    E’ anche difficile inquadrare un genere preciso: c’è del prog così melodico e potente, il death più classico, le ambientazioni epiche dei cori e dei controcanti, le chitarre rapide e coinvolgenti, mai ferme. Sto pensando a che spettacolo dev’essere dal vivo.
  • Hagakure’s Way. Si prosegue sulla stessa linea, ma la bellezza non lascia spazio alla noia e seppur le canzoni possano, ad un orecchio meno attento, sembrare simili, in realtà e chiara la consequenzialità dei brani, il modo in cui uno si ricollega all’altro continuandone la musicalità e facendo evolvere la trama generale verso direzioni ancora da esplorare.
  • Tdaudlegur. Martellante e arrabbiata fin dai primi istanti, questa è una di quelle canzoni in cui la testa si muove da sola avanti e indietro a ritmo col rullante e la mente pensa a pogare da sola.
    La voce è un elemento mai assente in questa traccia, se non quando l’orchestra metal non riporta alla quiete l’atmosfera, per concedere ad un breve, semplice ed efficace assolo la conclusione.
  • The Great Run. Il titolo non è casuale, si tratta davvero di una grande corsa. Corsa perché, seppur il ritmo non sia tra i più veloci dell’album, la canzone non si concede mai una pausa, ma continua a correre. Grande perché l’aspetto importante della traccia non è affidato ad uno strumento unico, o ad una melodia specifica, ma alla grandezza con cui i vari elementi si incastrano, lasciando anche spazio a quelli che mi son sembrati essere dei synth e che all’inizio mi avevano fatto storcere il naso, ma dopo qualche secondo hanno ridato vita al contesto in cui inserite e spinto il mio interesse a chiedermi come sarà la seconda parte dell’album.
  • Kia Kaha. Ad aprire questo secondo atto sono due rumori ambient molto cupi che vengono riportati all’ordine dal una batteria minimale, al solo fine di riprendere le sonorità death metal che fino a prima sono state offuscate da quelle orchestrali, seppur queste continuino ad avere una rilevanza utile alla coerenza tra le varie tracce.
  • Baba Jaga. Sicuramente la più teatrale dell’album. Veloce quando è da considerarsi canzone, lenta quando fa da sfondo ai dialoghi del concept. Riporta il disco alla realtà e l’ascoltatore al teatro in cui tutto ha avuto inizio.
  • Shahrazad. L’inizio lascia pensare che forse potremmo trovarci davanti una ballad, ma la melodia centrale s’impadronisce della canzone ed anticipa il growl che, contrastando alla velocità degli strumenti una certa lentezza, non si ferma finchè non si presenta il silenzio, e quest’ultimo viene azzerato da un crescendo che spezza la canzone in due e ridà slancio in vista della conclusione dell’album.
  • Homeland. Nella traccia più lunga il riff imposta la melodia centrale e prosegue nonostante il growl gli urli sopra il testo. L’interludio centrale è a mio parere il più alto e rappresentativo dell’intero lavoro: tecnica, passione, grinta, tutte le caratteristiche dei musicisti si rispecchiano in questo spezzato che spero non finisca più. E’ tutto al posto giusto nel momento giusto, e anche quando riparte il cantato non si perde l’atmosfera sognante di quei pochi minuti. La chiusura è pienamente azzeccata, e non saprei come descrivere la capacità della band nel dare un senso di unione così forte tra tutti gli strumenti, che non sono semplici tracce registrate in studio, bensì musiche pensate come un unico insieme.
  • The First Sight Of A Blind Man. Due minuti di pianoforte e concludono quest’album, semplici quanto efficaci

Per gli amanti del genere Tales of a Pathfinder sicuramente un lavoro ineccepibile, ma anche chi ascolta tutt’altra musica non può negare che quest’album rappresenti un lavoro unico.
Va ascoltato tutto d’un fiato, con la consapevolezza che, piuttosto che il solito epic metal, dalle cuffie esca qualcosa di più. Molto di più.

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