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Paolantonio racconta l’album “Io non sono il mio tipo”

by Alessia Andreon
PAOLANTONIO

Io non sono il mio tipo” è il titolo del primo album di Paolantonio, cantautore siciliano, finalista al Premio Bindi 2018 e tra i vincitori di Musicultura nel 2019, con il brano “Questa Assurda Storia”.

Lo abbiamo intervistato con la voglia di conoscere meglio la sua musica, scoprendo come sono nati alcuni testi presenti nell’album, e che la sua linfa ispiratrice arriva dalla mitica scuola cantautorale catenese, che ha avuto il suo culmine negli anni ‘90.

Io non sono il mio tipo” è una dichiarazione d’intenti già dal titolo….

Effettivamente lo è anche per me: è una sorta di boa rispetto a tutto il percorso che ho fatto, la presa di coscienza che in fin dei conti io non mi piaccio e vorrei essere qualcun altro. Ho scoperto che questa cosa è piuttosto comune; la sicurezza in se stessi è un falso mito, tutti vorremmo essere quello che non siamo, anche perché siamo condizionati da dei modelli di perfezione, rispetto ai quali abbiamo difficoltà a rispecchiarci. In fin dei conti la presa di coscienza dei propri limiti ci aiuta ad accettarci e a capire che la perfezione non esiste. Per me è importante “sentirsi a posto, fuori posto”, iniziare ad apprezzarsi e anche se tu non sei il tuo tipo magari per qualcun altro lo sei…chi lo sa.

La tua musica è matura, non sei uno che scrive di getto….mi pare che soppesi bene ogni parola.

Alcuni brani si sono quasi composti da soli, altri sono nati nel corso di circa due anni. Sicuramente sono un autore che ritorna sullo stesso brano per rifinirlo, anche a distanza di molto tempo. Ci sono dei brani invece come Alì e Marisol che sono nati l’indomani dell’incontro con questa coppia così strampalata e straordinaria: lei, una trans latino-americana e lui un ragazzetto nord africano. Non ci ho parlato e non so realmente come si chiamassero ma mi hanno talmente colpito per il loro essere così teneri alla luce della luna, non del sole, malgrado tutti i pregiudizi culturali; mi ha stimolato immediatamente la scrittura di una canzone. Sono tornato a casa e l’indomani mattina c’era il brano “Alì e Marisol”.

L’ unità d’Italia” racchiude alcuni flash dei miei sentimenti da fuori sede; è stata composta durante una notte particolarmente inquieta in cui mi sono svegliato undici volte per scrivere undici frasi. Poi nei giorni successivi ha trovato il suo compimento. Credo nell’ispirazione così come nel mestiere, cioè nel voler essere perfezionista, nel fatto che non necessariamente l’idea che viene di getto è la migliore, ma che comunque ci sia una una scintilla, ma anche la necessità di alimentare un fuoco creativo che possa durare nel tempo.

Ogni canzone di questo album è un quadro con la sua ambientazione e i suoi protagonisti…. C’è una “figlia prediletta”?

Sì, ma non te lo dirò mai! Ce ne sono diverse che vanno scoperte: ad esempio la traccia numero 7, “Caramelle”, è arrivata quando l’album era chiuso con 8, e stava per uscire, se non fosse arrivata la pandemia. L’ aver fermato l’uscita ha fatto sì che decidessi di inserire un altro brano, che sentivo particolarmente mio in quel momento, che è Caramelle”. Quindi all’uscita del disco, un anno dopo rispetto a quando era stato programmato, aveva 9 tracce. Ha un significato molto profondo per me e non ha delle valenze romantiche, a dispetto di quello che sembra, però mi piace che ognuno possa interpretarla a modo proprio.

In questo momento non posso non soffermarmi su “Franco Battiato”, che è tra l’altro è il titolo della canzone che conclude il tuo album…. Da siciliano, da cantautore come vivi la perdita del Maestro?

Per me ha rappresentato un altro dei grandi maestri che rimpiango di non aver mai potuto conoscere personalmente; per fortuna sono riuscito a sentirlo live in uno dei suoi ultimi concerti in cui, però, si avvertiva già che non era in piena forma. Al di là della sicilianità, il vuoto che mi lascia è il rimpianto di non aver mai avuto occasione di avvicinarlo e parlarci, così come mi sarebbe piaciuto farlo con Lucio Dalla.

Per Battiato rimpiango tutte le volte avrei potuto prendere la macchina e andare a cercarlo dato che lo avevo così vicino. Credo che manchino i maestri anche se lui non amava essere chiamato Maestro. La verità è che con lui se ne va uno degli ultimi maestri e questo impoverisce tremendamente il nostro cantautorato, che di maestri non ne ha tantissimi. Secondo me ci sono tantissimi cantautori e pochissimi maestri. La musica italiana ha forse più cantautori che ascoltatori, in questo momento, e in questa grandissima inflazione, mi piacerebbe che qualcuno iniziasse a scrivere meno e a scrivere meglio, di modo che potesse emergere davvero un Maestro.

Dato che stiamo parlando di colleghi, c’è qualcuno a cui tieni particolarmente nel cuore o magari a cui ti sei ispirato?

L’influenza di Lucio Dalla per me è stata importante e poi mi sento un po’ discendere da una scuola catenese anni ‘90, che coincide anche con il momento della mia vita in cui ho iniziato a scrivere da cantautore. Attraverso l’ascolto dei primi dischi di Mario Venuti, il mio conterraneo, ho iniziato a prendere una piega cantautorale definita e quindi ho avuto questa influenza, che deriva anche dall’ascolto di Carmen Consoli e di tutto quel movimento che rese grande “la raggiante Catania” negli anni ’90 e che, purtroppo, non esiste più perché per una serie di questioni, di contesto storico, sono venuti a mancare i leader sul territorio, i maestri. Là dove esistevano però avevano un rapporto con il territorio, un alimentarsi di discepoli che hanno portato avanti questa tradizione.

Il legame musicale che ho con Catania, in questo momento, non è così forte come quello che ho con Milano. È più un legame affettivo e parentale che artistico, e me ne dispiaccio. Con la perdita di Franco Battiato queste cose chiaramente assumono livelli ancor più importanti.

Il tuo disco nasce grazie a un crowdfunding. Quanto è stato importante avere un sostegno fin da subito per il tuo progetto?

È stato fondamentale. Non solo per la ovvia questione economica, dato che ha visto la luce perché mi sono potuto permettere di farlo, e di farlo bene. Non è un disco economico, fatto in cameretta. È un disco suonato, le cui scelte artistiche sono state possibili anche grazie a una disponibilità di spazi, tempi e professionalità, che il crowdfunding mi ha permesso di finanziare. A livello di umore e di energia nel comporlo, questo affetto mi ha dato sicuramente una grande spinta.

Era un momento difficilissimo in cui dovevo fare delle scelte rispetto a tanti sacrifici che avevo fatto e che non vedevo ripagati. L’aver intrapreso questa iniziativa e l’aver raggiunto l’obiettivo, ben oltre ogni mia più rosea aspettativa, mi ha caricato di entusiasmo e mi ha fatto capire che sono credibile agli occhi, alle orecchie e al cuore delle persone. Che questo sia avvenuto dopo l’anno terribile che abbiamo attraversato con la pandemia, mi ha fatto capire che se non ci fosse stato un disco, riprendere il mio percorso da cantautore, dopo, non sarebbe stato possibile.

Come hai vissuto questo anno di attesa, dato che anche il disco è stato messo in stand-by?

Il 2020 è stato un anno in cui ho deciso di abbracciare il silenzio, lontano dalle dirette streaming, perché ho capito che non era il mio modo di esprimermi, che per me era meglio non suonare e aspettare il momento opportuno per farlo dal vivo. Ad certo punto ho cominciato a percepire che non avrei potuto riprendere da dove avevo lasciato. L’avere un disco da promuovere è stato veramente per me la spinta fondamentale per tornare a sentirmi un cantautore.

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