Intervista a Silvia Salemi: il coraggio di credere nella semplicità

di Paola Pagni

Dopo il successo di “Chagall“,  è in radio e disponibile in digitale “I SOGNI NELLE TASCHE“, il nuovo brano di SILVIA SALEMI che, con un occhio sempre rivolto alle sonorità attuali, non rinuncia mai alla profondità tipica del cantautorato.

Pubblicato dall’etichetta Dischi Dei Sognatori e distribuito da Artist First, “I Sogni Nelle Tasche“, scritto da Silvia Salemi insieme a Marco MasiniBarbara MontecuccoValerio Carboni e Marco Rettani e prodotto da Francesco Tosoni, è una ballad che racconta di un percorso interiore che porta ad affrontare le proprie paure e trovare il coraggio per vivere a pieno la vita inseguendo i sogni.

Già all’uscita di Chagall avevamo avuto una piacevolissima chiacchierata con Silvia Salemi, che ci aveva trasportato nella sua dimensione semplice ma mai banale, in questa ricerca di autenticità così difficile da trovare. Non potevamo certo lasciarci sfuggire l’occasione di scambiare ancora qualche battuta con lei, per continuare a parlare di sogni che diventano speranze, in un momento i cui il coraggio di buttarsi ancora nella vita è fondamentale.

Intervista a Silvia Salemi

Dopo un anno dal tuo “Chagall”, questo brano continua un percorso nei sogni, questa volta non solo amorosi ma di vita. È un fil rouge che stai seguendo?

Sicuramente questa è una canzone che si inserisce ne filone di Chagall perché si stratta di precise scelte artistiche, in coerenza con la mia personalità e con il team con cui collaboro.

Siamo andati a cercare qualcosa che sicuramente fosse in continuità poetica e narrativa con i brani precedenti. Cercavo una canzone molto lirica e molto poetica, che avesse qualcosa di generazionale ma attualizzato al momento. “Ricordati che niente è impossibile, liberati della tua zavorra ed affronta il futuro con le tasche piene di sogni”: questo è il senso del brano.

Quindi sì, assolutamente c’è un fil rouge non solo artistico ma anche ideale.

Sogni nelle tasche, che invece di pesare aiutano a volare: quando capita che i nostri sogni ci facciano da zavorra?

I sogni non sono tutti belli, diciamo che se noi inseguissimo sempre dei sogni impossibili la nostra vita diventerebbe irreale, come inseguire una chimera.

Da una parte ci vuole la capacità di sognare, che ci porta a veleggiare senza farci zavorrare dalle nostre paure, ma dall’altra bisogna rimanere agganciati a qualcosa di concreto: se io oggi sognassi di essere Madonna sarei una pazza, ma sognare di arrivare a tante persone con la mia musica e donare leggerezza per il loro cuore è un sogno possibile. Quindi posso sognare di essere come Madonna ma con la consapevolezza di essere Silvia Salemi. Il sogno non deve essere follia, ma un elemento di rilancio dal presente che ci appesantisce. Una consapevole leggerezza, ma realistica.

Anche il video sembra seguire la stessa idea di leggerezza e di semplicità infatti

Mi avevano proposto vari storyboard anche più tecnologici, dove magari c’era più effettistica ed artificio: i video adesso si aiutano molto con queste cose. Io ho pensato che il computer doveva servire solo per montarlo, non per creare le immagini. Lo scopo era far arrivare la semplicità, che è più difficile se vuoi di ricreare qualcosa ad hoc che nella realtà non esiste. L’artificio oggi è un espediente molto più facile da ottenere che non la realtà.

E poi il fatto che sia semplice non vuol dire che non sia ricercato.

Ti faccio un esempio che mi riguarda da vicino: è molto più facile per una donna apparire piacevole con una chioma fluente, perfettamente acconciata da un parrucchiere, piuttosto che farlo con dei capelli rasati. Eppure i capelli rasati sono più semplici da realizzare. Ecco, il senso è lo stesso.

È un modo di rompere gli stereotipi.

Di nuovo una scelta coraggiosa quindi?

Si, assolutamente, hai visto il Festival di Cannes? Abbiamo visto delle donne con personalità irraggiungibili ma con i capelli bianchi e con la ricrescita. Quelle sono donne che hanno tanto da insegnare, e non avrebbero un racconto così interessante senza quelle rughe e quei capelli.

Un concetto non facilissimo da far passare ad oggi…

Guarda, io non dico di lasciarsi andare, perché sarebbe un errore, ma lo è anche subire le regole dell’estetica odierna. Abbiamo il dovere di stare in salute, ma non di restare giovani in eterno.

A 20 anni hai la freschezza ma meno cose da raccontare: la natura bilancia in questo modo.

“I sogni nelle tasche” nasce dal lavoro con altri autori: Marco Masini, Barbara Montecucco, Valerio Carboni e Marco Rettani. Come è nata questa collaborazione e come vi siete coinvolti a vicenda?

All’inizio è nata un po’ come fosse stata una gravidanza in vitro, organizzata e predeterminata, perché c’era la pandemia, quindi zoom, video chiamate etc. Ma poi è nata questa creatura, che è la canzone, e di colpo è diventata una cosa esistente, viva. Un elemento libero, che cresce come crescono le emozioni che quella canzone può portare o meno. Quindi quando ci siamo trovati di fronte al pezzo abbiamo detto: sembrava tutto così lontano, distanziato, ed invece abbiamo davanti un effetto reale, naturale, umano del nostro lavoro. E questa è la bellezza della musica che alla fine ti avvicina sempre.

Questa è un po’ una riflessione generale sulla pandemia, che forse nel momento della distanza fisica in realtà ci aveva avvicinati

Senza dubbio, è stato un elemento che ci ha messi tutti allo stesso livello, non c’è stato scampo.

Questi singoli faranno parte di un progetto più ampio, tipo un album o un ep?

A me piace molto pubblicare quando sono pronta, semplicemente. Se io ho una canzone finita, che ha un concetto da esprimere, perché dovrei aspettare altri 12 brani e magari lasciar passare il momento in cui volevo dire quella cosa? Magari poi successivamente le uscite potranno essere raccolte in un progetto corale, però la prima esigenza è comunicare quello che voglio dire.

Poi io facendo radio, teatro, tv, se in un determinato momento ho la voglia di raccontare un progetto musicale, corro a farlo perché poi so che quel momento potrebbe non tornare più.

Se c’è una cosa che abbiamo imparato da questa pandemia infatti è proprio questo, senza contare comunque la voglia e la necessità di muoversi quando tutto sembrava fermo

Assolutamente sì, è necessario infatti vedere le cose anche dal punto di vista sociale: questo progetto ha di fatto messo a lavoro anche molte altre persone che altrimenti sarebbero state ferme. Non aveva senso secondo me aspettare ancora, anzi, era necessario ripartire il prima possibile, e far uscire questo brano ha significato anche questo. Dietro tanta poesia alla fine ci sono delle persone, non va mai dimenticato. Ogni volta che ho chiamato un collaboratore per dire “andiamo in studio” mi è stato risposto con entusiasmo, perché finalmente si poteva fare qualcosa.

Qui si apre un discorso molto ampio in effetti, di quanto la categoria della musica abbia sofferto di molta indifferenza…sarà cambiato qualcosa?

Non è stato fatto un vero welfare per tutto questo comparto, la musica è stata uccisa in questo senso. Se è cambiato qualcosa? Secondo me no. Già tornando alla normalità torna a valere “ognuno per sé Dio per tutti”. Ognuno è tornato a guardare le cose proprie e stop, la sofferenza altrui non è più interessante.

Devo dire che nella musica siamo uniti solo sul palco: se c’è da fare una canzone insieme, un duetto ad un concerto, tutti corrono, ma nel welfare nessuno si vuole esporre, ed è questo che in una situazione di emergenza ci ha poi penalizzato.

I lavoratori dello spettacolo sono stati fermi per due stagioni, perché anche questa non è a pieno regime, ed alla fine sono loro che ne stanno facendo le spese maggiori.

Adesso è il momento di andare avanti, proprio come dico nel mio brano, con i sogni nelle tasche.

Un vero incoraggiamento per tutti.

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