Inception e Paprika: due modi diversi di concepire il sogno

Inception è uno dei film più mind-blowing della nostra epoca. Ma ha un illustre precedente: Paprika, film d’animazione della Madhouse del 2006. Uscito, dunque, ben cinque anni prima del capolavoro di Christopher Nolan, tratta il tema del viaggio nel mondo dei sogni in modo più nichilista e – diciamolo – disturbante.

Partiamo dalle rispettive trame. In Inception, Mr. Cobb (interpretato dal solito magistrale Leonardo diCaprio) è un navigato onironauta (tramite un apparecchio che ricorda un vecchio mangianastri, collegato a degli elettrodi da applicare sulle tempie del fruitore) che viene assunto – insieme alla sua squadra – per impiantare un’idea all’interno dell’ereditiere Robert Fischer (il sempre bello Cyllian Murphy), ossia lo scindere la società del padre, da parte del ricchissimo Mr. Saito, rivale in affari. Mr. Cobb, però, possiede un terrificante segreto, che gli è costato la separazione dai figli: l’unico altro impianto di idea che fosse mai stato svolto è quello che lui operò, egoisticamente, sulla moglie Mal (Marion Cotillard), poi morta suicida, in cui la convinse che il vero mondo era quello che loro due avevano costruito nei loro sogni e della cui morte Cobb è sospettato. L’operazione viene accuratamente progettata per il viaggio nella mente di Fischer, contenente vari “livelli” di sogno, man a mano più profondi, in cui il tempo si dilata sempre più; responsabile dell’architettura di ciascun livello è Arianna, una graziosa Ellen Paige. Il tutto viene complicato dalla presenza del fantasma psichico, presente nella sola mente di Cobb, della moglie Mal, che adora sabotare ogni piano tentato dal marito. Ciascun onironauta ha un talismano, che permette di distinguere i sogni dalla realtà. Una trottola, quella di Mr. Cobb, che gira, gira, su se stessa, e poi cade. Forse.

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Mal Cobb.

In Paprika di Satoshi Kon, invece che per scopi criminali, l’attrezzatura per il viaggio nel sogno – la DC mini, una sorta di cuffia – è in realtà un dispostivo medico sperimentale, utilizzato da psichiatri nei confronti di pazienti con gravissimi traumi psicologici, eradicabili solo tramite l’ingresso nel subconscio. La protagonista, Atsuko Chiba, una psichiatra algida e calcolatrice, possiede un proprio alter ego, gioioso e ridanciano, appunto Paprika. Un giorno, però, qualcuno ruba un esemplare di DC mini, e comincia ad infettare, come un virus, i sogni dello staff del centro di ricerca con un sogno delirante: la Parata degli Oggetti. Lavastoviglie, terrificanti bambole parlanti, cartelli stradali, utensili per cucina, frigoriferi, la Statua della Libertà, automobili, si glorificano come divinità e sfilano per le strade. Il fantasma psichico di Paprika, in questo caso, è l’inventore della DC mini, il dr. Tokita, gravemente sovrappeso ma dal cuore gentile e geniale, rimasto risucchiato nel tremendo incubo. Il terrorista che aveva infettato con la Parata degli Oggetti l’intera umanità si rivela avere in realtà degli scopi abbastanza condivisibili – rispettare la sacralità del mondo del sogno. Attorno a loro si muovono i personaggi del detective Konawaka e del disperato dottorando Osanai, uomo che ha venduto tutto per la carriera. Laddove la realtà si fonde col delirio di microonde, Chiba si riunisce con Paprika e scopre quel che non ha mai immaginato: il poter sognare anche lei. Vi sono pregevolissimi intermezzi ricchi di riferimenti ad Hollywood vecchia maniera, legati al detective Konakawa.

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La Parata.

Fra momenti in cui la gravità viene negata, la realtà si scioglie e collide, crolli, confusioni fra piani spaziali, e introspezione esasperata, i punti di contatto fra Inception e Paprika sono innumerevoli anche dal punto di vista visivo: l’impianto scenico urbano del mondo del sogno di Mal e Cobb e la realtà della megalopoli di Paprika sono estremamente simili, mentre il personaggio dell’architetto Arianna di Inception è sostanzialmente assimilabile a Paprika stessa. Gioviale, eppure strettamente aderente alla realtà, inguaribile ottimista. Il genio di Christopher Nolan ha ovviamente sempre negato qualunque tipo di influenza su Inception, che, a suo dire, è un progetto che aveva in cantiere prima del mediometraggio Following e dell’esordio cinematografico con Memento, mentre la Madhouse ha dalla sua il fatto che Paprika è tratto da un romanzo, Paprika di Yasutaka Tsuitsui del 1994. Altro punto di contatto è il personaggio del/la protagonista: apparentemente privo di sentimenti e tormenti, che però vengono resi pubblici al mondo del sogno – e del team di onironauti in Inception – e tangibili. Parlare, però, di chi-è-venuto-prima-è-meglio, appiattirebbe di molto l’analisi, e occorre dunque considerare Inception e Paprika come duemodi molto diversi di concepire il sogno: Paprika è il caos, la follia dell’incubo, un mondo terrificante in cui un subconscio sofferente permea la realtà e vuole plasmarla a suo modo – esattamente come Gendo Ikari vorrebbe il Fourth Impact in Neon Genesis Evangelion. Tema carissimo all’arte giapponese, quello di un unico pazzo o visionario che cerca di plasmare il mondo a suo modo, è totalmente ignorato in Inception, in cui la dimensione del film è ridotta e zoomata alla sola missione di Mr. Cobb e soci, e al suo conflitto interiore col fantasma della moglie. Nolan capovolge e fa sottostare alle proprie regole il mondo dei sogni, che non invade la realtà, ma sono i protagonisti a dissacrarlo e a crearlo a loro volta: la logica vince sul caos ma ne porta alla luce uno più grande – lo sconfinato senso di colpa. Lo stesso che muoveva il protagonista di Memento nella sua disperata ricerca dell’assassinio della moglie.

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Il Dr. Tokita.

La colonna sonora, vero oggetto della nostra rubrica, è ovviamente radicolamente differente. Due compositori di vecchia data, un grande classicista (apparentemente) ed un grande sperimentatore: Hans Zimmer per Inception, Susumu Hirasawa per Paprika. Due artisti sorprendentemente simili, fin dalle proprie origini.

Partiamo da Susumu Hirasawa. Originalissimo artista giapponese, iniziò la sua carriera come chitarrista prog degli anni ’70, ed ebbe un successo enorme in tutto il Giappone, in quanto la sua band, i Mandrake, era sostanzialmente la sola nel paese. Scoprì poi il fascino della composizione elettronica, dei primi computer, dei Commodore 64 e degli Amiga, una serie di computer tuttora prodotti particolarmente amati dai producer. Decise, dunque, di non lasciare la propria musica inscritta in un solo genere, ma iniziò a sperimentare, e che campo migliore lo permette se non le colonne sonore? Principalmente noto per quella di Berserk – sì, il solito seinen che ha dato il nome e il concept ai Beast in Black – fonde elementi elettronici, orchestrali, vocaloid, jazz, prog, cambi di ritmo, ripetizioni, accelerazioni, in un mix che definire avanguardistico è poco. Punto più alto della sua discografia è probabilmente la colonna sonora di Paprika.

Hans Zimmer, invece, iniziò la propria carriera come tastierista, sempre durante i gloriosi seventies, nei The Buggles, nientepopodimenochè la band che compose Video Killed The Radio Star: iniziatosi alla musica elettronica, scoprì poi le meraviglie dell’orchestrazione classica grazie a Stanley Myers, leggendario compositore di soundtrack hollywoodiano. Estremamente duttile, è capace di spaziare da soundtrack prettamente elettroniche come quella di Interstellar (sempre per la regia di Christopher Nolan) alla classicissima Pirati dei Caraibi.

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Perfettamente in linea col caos di oggetti elettronici, composta con un vecchissimo Amiga 4000, bambole parlanti animate dagli abitanti della notte, bandiere parlanti e frigoriferi isterici, ruota attorno a due temi principali: quello di Parade, che anima, pochi minuti dopo l’inizio, la prima apparizione della parata degli oggetti, e quello di Meditational Field, che si ode alle apparizioni dell’alter ego Paprika. La prima è una vera e propria marcetta, che utilizza i tipici strumenti della banda dell’esercito (timpani, fiati), un tipico tempo da parata, il 2/4, ma con le accelerazioni tanto amate da Hirasawa, retaggio del suo passato da progger. Meditational field fa, invece, ampio uso di Vocaloid, popolarissimo software per la composizione vocale, che viene qui usato da Hirasawa come un vero e proprio strumento, che concorre a creare un ordinato coacervo di voci – quelle del sogno condiviso che infetta il mondo reale. Attorno ai due temi principali si sviluppano le deviazioni dream pop di A Drop Filled with Memories e i synth impazziti di Chaser, che concorre ad una delle scene chiave del film; omaggi alla coralità e all’epòs dei lavori su Final Fantasy di Nobuo Uematsu si possono trovare in Escape e The Shadow.

La soundtrack di Paprika è, in sostanza, unica. Come unico è il film, una piccola perla che è capace, da sola, in novanta minuti, di dire molto più di tanti mattoni polacchi molto più blasonati – permettetemi il francesismo. Segno di come la stravolgente apertura mentale, la capacità di assorbire come vere e proprie spugne, degli artisti giapponesi, porta alla nascita di opere d’arte stupefacenti. Nella disordinata, coloratissima, eleganza di Paprika, c’è spazio per la logica profonda che sottende ai brani di Susumu Hirasawa, strambo bigliettaio di un lunapark abbandonato.

Se la colonna sonora di Paprika è tutto meno che commovente – come invece lo è la scoperta di se stessa della protagonista – il lavoro di Hans Zimmer su Inception va (talvolta) a toccare corde che si credevano nascoste. Il senso di colpa di Mr. Cobb si estende da Time, tema principale della soundtrack di Inception, una gloriosa suite che pare essere basata su una versione estremamente rallentata di Non, Je ne regrette rien di Edith Piaf, alla chitarra nove corde di Johnny Marr, chitarrista degli Smiths appositamente reclutato per fornire la componente elettronica alla cupa esplorazione del film; possiamo però udirlo, in poche, pochissime, striminzite note, in Dream is Collapsing e We Built Our Own World, sommerse da archi sincopati e fiati oscuri. Poco ha da dire, se non espandere il tema di Dream is Collapsing con aggiunta di qualche synth ambient, Radical Notion, mentre germi del vero e proprio tripudio space-music che sarà la colonna sonora di Interstellar si trovano nella delicata Old Souls, che cita spesso e volentieri i Pink Floyd nel suo falso minimal, crescendo in accordi, però, descrescenti nel finale. Soluzioni stilistiche elegantissime si trovano anche 528491, mentre la terribile Waiting for a Train descrive il tremendo momento in cui Mr. Cobb cerca di svegliare la moglie dal limbo in cui lui stesso l’aveva fatta collassare: lui, conscio, lei, vittima del suo egoismo. La piccola trottola gira, e cade. Forse.

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In sostanza, la colonna sonora di Inception è uno splendido lavoro, ma perde di potenza se estratto dalle scene che descrive: solamente Time ha valore in sé, come inquietante brano suonato da archi fantasma di un subconscio che crolla su se stesso. Essa tratta di meta musica, rallenta se stessa e poi riaccelera sul finale: esattamente come i livelli del sogno di Inception stesso.

Concludendo, ci si augura che prima o poi Christopher Nolan ammetta quanto di buono fatto dal film Paprika, quante bellissime idee visive siano state concepite dal team della Madhouse e dal visionario Satoshi Kon.

Giulia Della Pelle

Wannabe ricercatrice e wannabe scrittrice. Amante dell’improbabile e del surreale. Adoratrice del Sole e dei dati statisticamente consistenti.

2019-01-14T18:45:47+00:00 30 Dicembre 2018|Fra note e Pop-corn|0 Commenti