In Finlandia, a Kitee, nel 1977, nacque Tarja Turunen, una ragazza prodigio: meritevole studentessa del conservatorio di Kuopio; ammessa alla scuola di musica di Karlsruhe, e, soprattutto, prima cantante dei Nightwish, da cui si separò nel 2005. E’ giunta al suo quinto album, In the Raw, in uscita per EARmusic il 30 agosto. Qui la nostra intervista a Tarja.

La fortunata combinazione astrale che ha portato al successo dei membri fondatori della più celebre band metal finlandese attuale ha fatto sì che la cantante d’opera e cantautrice di certo non soffrisse di complessi d’inferiorità, e dopo quella maliziosa lettera aperta pubblicata sul sito ufficiale della band, Tarja si è rimboccata le maniche ed è tornata al lavoro. Ha rispolverato le sue conoscenze di composizione, la batteria,  il pianoforte, e, soprattutto, ha colto l’occasione per lasciare fluire libero ciò che gli Dei nordici le hanno donato con tanta abbondanza: la voce. Una voce che, se fosse ancora vivo, tutti avremmo sognato in duetto con Freddie Mercury.

Dotata di un timbro caldo, bollente, all’occorrenza graffiante e carezzevole allo stesso tempo, ha all’attivo, dal 2007, anno in cui uscì My Winterstorm – da cui la hit in risposta a Bye Bye Beautiful inclusa in Dark Passion Play della suas ex band, I Walk Alone – ben sette album in meno di dodici anni. La carriera di Tarja non conosce dunque interruzioni e cali di creatività, e, anche lei accolta fra le braccia di mamma earMUSIC (label che, ultimamente, fra Myrath, Deep Purple, Hollywood Vampires, non ne sbaglia una), è giunta alle sonorità di In the Raw.

Diciamo che, dopo il tanto classicheggiare ed elettrizzare del doppio album The Shadow Self/The Brightest Void – e i momenti meravigliosi col growl della frontwoman degli Arch Enemy Alyssa White-Gluz in Demons in you e in quelli di Paradise con Sharon den Adel – Tarja Turunen ha compreso al meglio che, forse, evitare le affettazioni e la volontà forzata di stupire è la via giusta. Ed ecco che, come un diamante in una matrice amorfa, dal grezzo nasce la gemma preziosa: è più bello incastonato nel metallo freddo di un anello o nell’antica roccia metamorfica?

Più che di diamanti, zaffiri, rubini, e vari ossidi dell’alluminio, In the Raw tratta dell’oro. Piccole pagliuzze lucenti abbandonate nel letto di un fiume. Piccola curiosità scientifica: sapete che tutto, tutto l’oro presente nella crosta terrestre e nei vostri denti, alle vostre dita e collo, alle vostre orecchie, proviene dallo spazio profondo?

Si parte fortissimo con Dead Promises, il singolo di lancio, che recupera atmosfere prettamente metal e i gorgheggi liberi di Tarja cui ci ha abituato, mescolate con la tendenza attuale nel genere – la contaminazine elettronica, qui molto più discreta che in The Brightest Void. L’accoppiata con Bjorn Speed Strid (sì! Se avete amato l’epoca di Roy Khan dei Kamelot sicuramente ricordate il caro ragazzo dei Soilwork) funziona bene, sebbene, in fase di produzione, le voci risultino leggermente offuscate dalla predominanza di una chitarra fin troppo intrusiva – scelta probabilmente per far sì che esse suonino come uno strumento, e non come ciò attorno cui tutto è costruito.

Tarja ha sempre amato collaborare con colleghe: non ha mai tenuto nascosta la sua passione per le cantanti nordeuropee, quali Simone Simons, Sharon Den Adel, Anneke von Giersbergen. Eppure, così a sud, con le sue collaborazioni, non si era mai spinta: Cristina Scabbia, la frontwoman dei nostrani Lacuna Coil, qui, in Goodbye Strangers, diviene all’occorrenza – in un pezzo hard ‘n heavy – una sirena dalla voce melodiosa, lontana dagli esordi della band milanese e più vicina alle performance ottime di Dark Adrenaline. E c’è una decisione, una fermezza, che Tarja non aveva mai fatto trasparire nella sua musica. La Scabbia, d’altro canto, non ha mai fatto mistero di avere una personalità sopra le righe e decisamente affascinante: il che crea una commistione ruvida, priva di tastiere, ancestrale. Tears in rain procede sulla stessa linea, aggiungendo, però vaghe orchestrazioni ed un sentore dark cabaret che è nuovo alla Nostra, ugualmente arrabbiata, la cui intensità però sfigura rispetto a quanto mostrato finora.

Railroads si apre con un arpeggio di chitarra, cui si aggiungono, delicati, synth, campanelle, ed un’inclinazione marcatamente pop durante la strofa – sincopata – che va però ad aprirsi nel riflessivo chorus: le ferrovie della Finlandia, che corrono solitarie in mezzo a boschi antichissimi e laghetti glaciali. L’epòs, orchestrale, è aggiunto nel bridge, e giganteggia. You and I, brano del quale ho sperato per un istante si trattasse della cover dell’omonima traccia di Lady Gaga (altra pianista) , si apre come una dolce lullaby: piano e voce, incantevole e delicata, come solo Tarja Turunen sa giocare con il suono. Brano intensissimo e attento alle sperimentazioni di Sia, ci auspichiamo sia un singolo.

In the Raw di Tarja: tracklist e artwork

1. Dead Promises with Björn “Speed” Strid
2. Goodbye Stranger with Cristina Scabbia
3. Tears In Rain
4. Railroads
5. You And I
6. The Golden Chamber
Awaken
Loputon yö
Alchemy
7. Spirits Of The Sea
8. Silent Masquerade with Tommy Karevik
9. Serene
10. Shadow Play

Sulla copertina di In the Raw campeggia Tarja, sontuosa come sempre, in una grotta carsica, stalattiti, colonne, stalagmiti: ed ecco ciò che essa rappresenta in musica, la suite neoclassica The Golden Chamber, divisa in tre movimenti, Awaken, Lopotun yo, Alchemy. Awaken, sperimentazione di un genere mai toccato da Tarja, il post rock atmosferico degli Explosions in the Sky con potenti rimandi strutturali all’ultimo Hans Zimmer della soundtrack di Interstellar. Come un sogno di teatro onirico, come in Kuolema tekee taiteilijan da Once, la lingua finnica si fa strada nel volgare inglese e riecheggia con tutte quelle vocali: la trionfale chiusura, Alchemy, rimanda all’inizio. Ancora trasognato, l’ascoltatore viene poi riportato coi piedi per terra, nel metal, nelle chitarre e nei synth oscuri: Spirits of the Sea. La melodia si apre in levare, fra doppia cassa e controtempi, in un prog che lascia spiazzati anche per l’ampio uso del vocoder, fra cori angelici e batteria arrabbiata: un crescendo forse troppo lungo e pretenzioso, che non costruisce le basi per un’emozione sincera, che evochi sirene spettrali in mari infestati dai narvali.

Silent Masquerade vede, invece, come ospite d’eccezione è Tommy Karevik, e non ditemi che non lo conoscete, perché, attualmente, se c’è un pretendente al trono condiviso e appuntito di spade di fantasmi di Tobias Sammett e Arjen Lucassen di Re della Metal opera, è lui, il vocalist dei Seventh Wonder e dei Kamelot. Piano sporco e percussioni distanti fanno da preludio a un ritorno al metal: l’elegantissima cavalcata evolve in un duetto operistico e teatrale fatto di cambi di ritmo e, soprattutto, ricco di elementi che si ode essere stati pensati dalla band stessa, ossia da Timm Schreiner come batterista e dal bassista Kevin Chown.

Serene, penultimo brano dell’album, si apre rapidissimo recuperando le atmosfere di Dead Promises, aggressiva chitarra e chorus avvincente; la middle section fornisce un’elemento di novità e variazione che impreziosisce l’album, che si chiude – sfortunatamente – con Shadow Play. Grancassa e cori femminili, marcia e gran senso di urgenza – e una Tarja che canta accorata per il brano più sentito di tutto In the Raw. E quando tutto sembrava finito, quando la traccia sembrava oramai predetta, ecco che tutto finisce, chitarre, batteria, tastiera, e ci sono solo il violoncello di Max Liljia e il pianoforte, la voce accorata di Tarja.

In the Raw mostra Tarja per ciò che è. Come si era mostrata nel video di 500 letters, da Colours in the Dark: una donna, bella, semplice, talentuosa e per tale ragione deve e può stupire, in un mondo dove mercificazione e sessualizzazione sono diventati un obbligo, per un essere umano femminile. Anche questa volta la signora del gelo ha colpito nel centro.