Mad Men, la migliore serie tv che non avete ancora visto [Recensione]

di InsideMusic

La pubblicità si basa su un’unica cosa: la felicità. E sapete cos’è la felicità? La felicità è una macchina nuova, è liberarsi dalla paura, è un cartellone pubblicitario che ti salta all’occhio e che ti grida a gran voce che qualunque cosa tu faccia è ben fatta, e che sei ok.

Questa illuminata definizione della pubblicità – e della felicità – viene pronunciata nella prima puntata di una delle serie tv più importanti e acclamate di sempre: Mad Men.
E a pronunciarla è Don Draper, protagonista e personaggio iconico della fiction.

Dal 2007 al 2015 Mad Men è stato un piccolo miracolo, di quelli che si verificano di rado nel mondo della televisione: sette stagioni senza cali di tensione e di qualità, senza buchi di sceneggiatura e con un’evoluzione dei personaggi che mai era stata così credibile.

Matthew Weiner, il creatore della serie, si era già distinto con I Soprano ma qui raggiunge la perfezione; la grande differenza è infatti l’originalità del mondo raccontato, quello della pubblicità americana degli anni ’60. Un universo narrativo del tutto nuovo, a differenza della mafia dei Soprano o dell’isola deserta di Lost.
Ed è una scusa ideale per raccontare il periodo più importante della storia a stelle e strisce, quello dell’ascesa e della morte del sogno americano.
La battaglia di Kennedy contro Nixon, la baia dei porci e l’attentato di Dallas, il Vietnam e la Summer of love, le lotte per i diritti dei neri e lo sbarco sulla luna; in Mad Men c’è tutta la storia del periodo, ricostruita con maniacale precisione, ma non ci vuole troppa fantasia per capire che, raccontando la società di allora, Weimar ci sta parlando dell’America di oggi. Una realtà ancora divisa tra la dicotomia di un paese dove tutto sembra possibile, ma dove la felicità di cui parla Don sembra sempre sfuggire dalle mani.

Il titolo Mad Men – letteralmente uomini matti – è un gioco di parole tra il significato vero e proprio e il luogo dove sorgevano le grandi agenzie pubblicitarie di New York, Madison Avenue. I Mad Men sono quindi gli uomini – un po’ matti – di Madison Avenue; gli spietati venditori di fumo, certo, ma anche alcune menti tra le più creative del periodo, capaci di disegnare un’idea di felicità che ancora oggi è in grado di orientare il mercato.

L’estetica perfetta si rifà tanto a Hitchcock e alle commedie sofisticate del periodo nell’eleganza e nel design di abiti e appartamenti, quanto a scrittori come Richard Yates (Revolutionary Road) e John Cheever (Draper vive a Ossining, città dello scrittore) nel descrivere spietatamente la realtà dietro vite matrimoniali apparentemente perfette.

Il protagonista indiscusso è Don Draper, magistralmente reso da Jon Hamm; l’uomo è dedito al culto dell’apparenza ed esprime un fascino deciso da maschio alpha tipicamente americano. Ma chi è davvero Don? Ci vorranno sette stagioni per capire che è inutile tentare di capire e quasi una intera – la prima – per scoprire il segreto che nasconde. Dietro l’apparenza di una famiglia perfetta e di un lavoro invidiabile in cui è ritenuto un genio, Don nasconde una serie di nefandezze; non è chi dice di essere, a causa di un furto d’identità, e forse proprio in virtù di un’esistenza basata sulla falsità riesce a essere così geniale nel vendere fumo. Ma Don è anche un dannato, con cui è facile empatizzare. La felicità che vende così facilmente agli altri, è per lui irraggiungibile; l’uomo si muove tra le storie più sordide senza mai giudicare: si limita a osservare e a volte sfruttare le sue deduzioni. Ma Don Draper è anche e soprattutto un trattato di psicologia vivente; l’infanzia nella povertà e nello squallore lo perseguitano, tanto da indurlo a tradire Betty – moglie perfetta ricalcata sull’algido fascino di Grace Kelly – con amanti che hanno in comune quasi sempre una sola caratteristica, l’essere a loro volta anime dannate; come volessero riportarlo all’infelicità che lo ha marchiato da ragazzo.

Un grave errore da evitare approcciandosi a Mad Men è quello di guardarlo con gli occhi di oggi; alcune situazioni che appaiono sessiste e omofobe, vanno calate nella realtà del periodo. La premessa è doverosa per parlare dei personaggi femminili, che sono tra i più sensazionali mai apparsi in una serie tv.
Peggy, innanzitutto, la vera protagonista femminile, interpretata dalla Elizabeth Moss di The Handmaid’s Tale. Da umile segretaria cresciuta in una famiglia cattolica e bigotta e che non ha potuto studiare, si trasformerà in copywriter di successo. C’è una scena nell’ultima stagione, quando Peggy arriva nella nuova agenzia, la McCann Eriksson, dove si sancisce la trasformazione da figura femminile dimessa a star pop della pubblicità: occhiali scuri, abito psichedelico e sigaretta tra le labbra, Peggy è la donna che si guadagna l’indipendenza col solo talento, senza scendere a compromessi.

Joan – Christina Hendricks – è l’altra faccia della medaglia: capoufficio scafata col fisico da pin up e che se la fa col capo, passerà dal consigliare alle segretarie di accorciare la minigonna a trovare anche lei l’indipendenza, anche se servendosi di mezzi più compromettenti.

Megan, resa da Jessica Parè, è la seconda moglie di Don; troppo giovane e esuberante per Draper, finirà per preferire i sogni di trasgressione e artistici al matrimonio. Anche lei, a suo modo, un inno all’indipendenza.

E poi c’è Betty (January Jones), l’enigmatica e infelice prima moglie di Don Draper. Talmente votata alla perfezione formale e alle apparenze da non abbandonarsi al dolore nemmeno nelle prove più dure. Fredda e perennemente insoddisfatta, interpreta perfettamente la frustrazione femminile di un modello legato ancora al passato.

Gli altri personaggi sono tutt’altro che minori e ognuno meriterebbe una trattazione a sé. Ci limitiamo a Roger Sterling, socio della Sterling Cooper dove tutto nasce; cinico e caustico, ha scoperto il talento di Don e più volte gli copre – ricambiato – le spalle. Votato all’infedeltà e all’edonismo, ma a modo suo sempre leale e razionale, rappresenta appieno tanti tratti tipicamente USA. Il viscido Pete, rampante e arrivista ma sempre in cerca di redenzione. L’italoamericano Salvatore, grafico di talento e omosessuale represso sempre sull’orlo dell’outing; il suo personaggio è forse l’unico filo che rimane sospeso in una sceneggiatura a orologeria. Lloyd Pryce, socio inglese dallo stile british ma che spesso si fa trascinare dallo spirito dei cugini yankee. Interpretato da Jared Harris, Legasov di Chernobyl, personaggio di cui condivide la sorte in Mad Men.

Ma Mad Men è soprattutto ricostruzione storica e stile. Nel periodo in cui veniva trasmessa, contribuì a una vera e propria mania; lo stile elegante e ricercato degli abiti e del design influì non poco sulla moda. Inoltre, il design ha un vero e proprio ruolo nella storia, sottolineando il cambio di epoche e mode e la trasformazione dei personaggi. Don Draper passa dalla rassicurante villetta in legno con giardino e piscina, immersa nella provincia, a un lussuoso attico newyorchese, con tanto di salone ispirato alla Miller House di Saarinen. Così l’ufficio di Roger che, da tipicamente Mid Century, diventa un omaggio all’optical e – ancora – alla perfezione del mobilio di Saarinen. Da non dimenticare, inoltre, l’importanza dell’alcol e delle sigarette. In Mad Men non si fa altro che bere – raffinati cocktail come l’Old Fashioned di Don, ad esempio – e fumare.

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Il cast dell’ultima stagione di Mad Men.

Menzione a parte per la musica che, come il design, sottolinea atmosfere e cambi d’epoca in modo magistrale. Dal Don Cherry del primo episodio al Bob Dylan che chiude la prima stagione, si passano in rassegna tutte le mode e le rivoluzioni di quegli anni; dal twist alla bossa nova, dal rock’n’roll ai Rolling Stones e ai Beatles, passando per Frank Sinatra e tante chicche minori.

Ma il vero, grande merito di Mad Men, quello che staglia la serie sopra le altre di una spanna buona, arriva negli ultimi due minuti dell’ultimo episodio.
Spesso capita, in serie così lunghe e articolate, che il finale lasci tutti con l’amaro in bocca. È quasi inevitabile; è capitato con Games Of Thrones e con Lost, ma anche in sitcom come How I Met Your Mother.
Beh, il finale di Mad Men è il miglior finale che ci si potrebbe aspettare, di quelli che lasciano a bocca aperta proprio nel momento in cui stai per scagliare a terra il telecomando per la delusione.

Ma questo proprio non possiamo svelarvelo.

di Andrea La Rovere

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