Arriva nelle sale italiane il remake di Dumbo [Recensione]

di InsideMusic

Tim Burton delude le aspettative: l’elefantino volante non “decolla”

Dumbo

Piccolo, luminosi occhi blu e due grandi orecchie a mo’ di ali: i più grandi riconosceranno sicuramente in questo profilo il piccolo Dumbo, uno dei personaggi d’animazione più amati della cinematografia Disneyiana. L’elefantino volante, dopo ben 70 anni dall’uscita del primo film, torna sul grande schermo il 28 marzo in una veste del tutto diversa, grazie anche ad un sapiente utilizzo della computer grafica.
I requisiti teorici per un buon prodotto sembrano esserci tutti: al timone un regista geniale e pluripremiato del calibro di Tim Burton, in scena un cast di attori di tutto rispetto e ancora impressa nella memoria comune una storia che ha appassionato e commosso giovani e meno giovani.
Ma si sa, la teoria è una cosa, la pratica un’altra.
La prima cosa che noteranno i nostalgici saranno le ambientazioni, un tempo luminose e dai toni vividi e leggeri, ora impregnate di un’atmosfera cupa, dai toni scuri, tipica insomma della scuola burtoniana. Cambia anche il ruolo dello stesso Dumbo: da timido elefantino goffo ed impacciato alla ricerca della sua mamma arriva ad assumere quasi il ruolo da protagonista di un film d’azione; supercattivi malintenzionati e fiamme da cui sfuggire per salvare i suoi amati amici umani fanno da contorno ai perfidi piani del circense Vandevere, uomo senza scrupoli disposto a tutto pur di mantenere alta l’affluenza al suo parco di divertimenti. La trama così infittita arriva a sfiorare quasi le due (interminabili) ore di proiezione, assumendo talvolta toni confusi e dissonanti che più di una volta lasciano stranito e spaesato lo spettatore.
Inciampati quasi per caso nella narrazione troviamo una schiera di personaggi quasi abbozzati che possiamo raggruppare in due grandi categorie: da una parte quelli inutili ai fini narrativi e dalla caratterizzazione quasi inesistente, dall’altra quelli rappresentati da un’accozzaglia di luoghi comuni, stereotipi e forzature nei dialoghi.
Su questa rotta il film finisce velocemente per naufragare verso una costante sensazione di ridicolo e staticità, calcata dell’estrema lentezza dei tempi narrativi a cui si alterna un approccio quasi dozzinale verso scene che forse avrebbero meritato una maggiore cura; il risultato è una pellicola sui generis, forse troppo pesante per un bambino ma troppo banale e prevedibile per un adulto. Una pellicola di cui, a conti fatti, non se ne sentiva il bisogno.
A cura di Luigi Izzo
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