The Dirt è la biopic definitva sulla carriera dei Motley Crue, band heavy metal californiana che visse il suo apice durante gli anni ’80, ed è tratta dall’omonimo libro di Neil Strauss.

Vanno molto di moda le biopic, ultimamente. Sarà che ora c’è un certo appiattimento dei costumi musicali, se non per rarissime eccezioni che spiccano per estremo talento o per l’averne poco e sfruttarlo molto bene e con acume, ma l’interesse verso chi ha fatto la storia della musica nei gloriosi anni ’80 – o li ha incarnati, come nel caso della band oggetto della nostra analisi – è sempre crescente. Prima i Queen, ora i  Mötley Crüe con The Dirt, film Netflix uscito il 26 marzo dopo una travagliatissima genesi. Una profusione di biopic cui seguirà Rocketman su Sir Elton John.

L’incarnazione della rockstar maledetta, perennemente sbronza o high di qualche droga sintetica, è oramai fuori moda, ma il suo fascino non tramonterà tanto presto. Ecco che nel 1981, dalle parti di Hollywood,  Frank Feranna Jr, bassista, che aveva legalmente cambiato il suo nome in Nikki Sixx per togliersi di dosso l’onta di non avere avuto un padre se non per il nome, incontrò il poco più che adolescente Tommy Lee, di madre greca, talentuoso quanto ingenuo batterista nel tentativo di mettere su un’altra band dopo il fallimento dei London. Al duo si aggiunse Mick Mars, chitarrista avanti con gli anni rispetto ai due giovincelli, e sofferente di spondilite anchilosante. Incazzato col mondo e interpretato da un magistrale Iwan Rheon. Uno che non aveva voglia di perdere tempo a farsi le seghe, a suo dire. Il cantante Vince Neil, belloccio e biondino, fu raccattato da un’altra band (“Una cover band di merda”, commenterà Nikki), conosciuto da Tommy come compagno di scuola.

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Gli ingredienti ci sono tutti. Cosa fare, cosa non fare: cosa manca? Manca la provocazione! Ecco allora apparire teschi, Satana, diavoli, trucco nero, capelli lunghissimi, performance estreme, ed un sound accattivante e inconfondibile. E quel nome, Mötley Crüe, con l’uhmlaut come i Blue Öyster Cult, veri fondatori dell’heavy metal. Ah, una curiosità: i Mötley Crüe sono fra le pochissime band ad aver acquistato i diritti delle proprie (fottutissime) canzoni.

Ascesa – trasudante alcaloidi ed etanolo – e caduta della vita di quattro talentuosi musicisti, forse, in realtà, meno talentuosi di tanti altri, ma con un grandissimo pregio: piacere alla gente. Saper cogliere le tonalità giuste, le combinazioni azzeccate, mescolando emozione ed esplosione sul palco.

Ma parliamo di The Dirt, diretto da Jeff Tremaine con sceneggiatura di Rich Wilkes.

È tratto dall’omonimo libro del 2000, di Neil Strauss, ed unisce un po’ degli aneddoti raccontati nelle autobiografie di Tommy Lee e di Nikki Sixx (davvero emozionante e godibile The Heroin Diaries), ad un po’ di romanzo sugli inizi della band, tagliando qua e là ma rimandendo sostanzialmente fedeli ai fatti storici. Sì, qualche erroruccio si poteva evitare.

The Dirt ha quattro grandi qualità, stesso numero dei protagonisti: ha una sceneggiatura magistrale, che unisce dimostrazioni sul palco delle doti dei Motley, ottimamente interpretati da Douglas Booth come Nikki, Iwan Rheon come Mars, Richard Colson Baker (aka Machine Gun Kelly) come Tommy Lee, e Daniel Webber come Vince Neil, rievocazione della genesi dei loro successi, ad una rappresentazione realistica dei rispettivi caratteri; i costumi, affidati a Christine Wada, sono più anni ’80 di quanto si possa toccare con mano ora; la regia di Jeff Tremaine è frizzante e genuina, e fa muovere i suoi personaggi sui palchi, nei camerini, li fa scopare con sincero divertimento e riprende tutto ciò che deve, concedendosi anche delle frivolezze stilistiche, come lunghi piani sequenza e scene alla Smack My Bitch Up dei Prodigy. Infine, The Dirt coglie esattamente nel segno: far conoscere, a chi non ne aveva idea (dove vivete? Su Marte?) chi fossero i grandiosi Motley Crue.

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Il cast principale di The Dirt.

Molte sono le colorite creature che si aggirano attorno al quartetto: il loro manager dai modi militari (comprensibilmente), “Doc”Mcghee; il rappresentante dell’Elektra Records, lo sbarbatello Tom Zutaut, le varie groupie e le svariate altre rockstar incrociate dai Mötley Crüe. Fra i momenti top del film, ambientata durante l’indimenticabile tour del 1984 assieme a Ozzy Osbourne, qualcosa di impossibile da descrivere che mi fa rivalutare il significato di “hangover”, e le festicciole assieme al frontman dei Van Halen, nonché i primi cinque minuti della pellicola, squirting compreso. Presenti, ovviamente, anche i momenti drammatici per i quattro della band, ciascuno afflitto dai propri problemi personali: problemi che definiscono maggiormente come persone reali i personaggi rappresentati sullo schermo. Nikki, e sua moglie eroina: il punto più basso, una siringa piantata nel braccio dolente ed un rivolo di sangue sul pavimento di casa sua. Una madre egoista, un padre assente: fantasmi che solo un Nikki quarantenne riuscirà ad esorcizzare. Vince, e la morte di Razzle durante un incidente stradale, e la più grande tragedia possa avvenire ad un genitore: la morte della figlia Skyler, di appena quattro anni, venuta a mancare per un tumore allo stomaco. Mars, chitarrista mai stato eccelso ma che può vantare ciò che Steve Vai non ha mai avuto – un riff immortale – figura tragica per sé, con quella malattia che gli consuma le ossa. Ed infine Tommy, semplicemente un coglione fin troppo talentuoso e decisamente troppo impulsivo, manesco, ma che col tempo riesce a trovare un equilibrio nella troppa energia che lo divora.

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Nikki Sixx e Vince Neil nel 2015. Credits: REX/SHUTTERSTOCK

Il grandissimo merito finale di The Dirt è quello di essere un film corale, che non lascia nessuno da parte, bassista, frontman che sia, dando a tutti il giusto spazio. Ed è emozionante immaginare che uno come Nikki Sixx abbia deciso di mettere a nudo così la sua anima, davanti al mondo intero, più di quanto ha fatto con la sua toccante autobiografia: la riabilitazione, i bicchieri con acqua e ghiaccio invece di quella bottiglia di Jack Daniels sempre sotto il braccio.

Se proprio si deve trovare un difetto a The Dirt – che sarebbe divenuto un cult è che finisce troppo presto: la famiglia Mötley Crüe si riunisce, per un momento mieloso che rientra nei momenti mielosi cui Nikki Sixx ci ha abituati, ma il proprio miglior album, quello omonimo, del 1994, un fallimento commerciale clamoroso, non viene mostrato. E non viene mostrata la fangosa ondata grunge che travolgerà borchie, pantaloni di pelle, capelli cotonati, tatuaggi, con una marea di jeans strappati e camicie di flanella.

Insomma, oltre all’eccesso c’è di più. C’è la musica immortale dei Mötley Crüe: passiamo ora alla colonna sonora di The Dirt.

Che been vengano produzioni simili a The Dirt e Bohemian Rhapsody se il grande pubblico mostra di apprezzare, soprattutto se indirizzate verso le nuove generazioni che non hanno avuto modo di conoscere ed apprezzare artisti del calibro dei Queen ed Elton John. Non da meno quelli che per età anagrafica non hanno avuto modi di farsi spazzare dall’onda sonica generata dai quattro debosciati, ai quali va dato atto di aver avuto l’intuito di ripescare le sonorità glitter dei T-Rex e degli Sweet rivisitandole ed aggiornandole secondo le esigenze, metalliche, degli anni ’80.

The Dirt Soundtrack rappresenta al meglio il percorso musicale della gang messa in piedi da Franklin Carlton Serafino Ferrana Jr., aka Nikki Sixx, dagli esordi fino al milionario ‘Dr. Feelgood’, prodotto da quel Bob Rock che oggi ritroviamo nuovamente a tirare le fila dei quattro santi losangelini. Oltre ai vari classici leggendari dei Crue (‘Red Hot’, ‘Live Wire’, ‘Take Me To The Top’, ‘Shout At The Devil’ e ‘Looks That Kill’)  troviamo quattro nuove composizioni, la già nota The Dirt oltre a Ride With The Devil e Crash & Burn, tre tracce simili nella scelta dei suoni modernisti, nei quali i Motley Crue si sono già destreggiati in carriera, non sempre con risultati lusinghieri, anche e soprattutto a causa di Vince Neil non proprio a suo agio. Chiude il rifacimento del repertorio di Madonna, un po’ a sorpresa e per certi versi sorprendente, di Like A Virgin sommersa dalle sonorità moderne iper compresse le quali hanno, completamente, annichilito lo spirito frivolo ed ambiguo della versione originale.

In conclusione, The Dirt è una biopic magistralmente scritta, curata e benedetta dalle personalità rappresentate in scena, e che regala ai fan ben quattro nuove tracce: segno che nonostante gli acciacchi, l’età, le malatte, lo spirito heavy metal dei Motley Crue è semplicemente immortale.

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  1. The Dirt (Est. 1981)
  2. Red Hot
  3. On With The Show
  4. Live Wire
  5. Merry-Go-Round
  6. Take Me To The Top
  7. Piece Of Your Action
  8. Shout At The Devil
  9. Looks That Kill
  10. Too Young To Fall In Love
  11. Home Sweet Home
  12. Girls,Girls,Girls
  13. Same Ol’ Situation (S.O.S.)
  14. Kickstart My Heart
  15. Dr. Feelgood
  16. Ride With The Devil
  17. Crash & Burn
  18. Like a Virgin

 Giulia Della Pelle e Stefano Giacometti