Con “Pelle di Lupo” Ulula ci parla della nostra bestialità

di Alessia Andreon

È uscito da pochi giorni “Pelle di Lupo”, l’album d’esordio di ULULA.

Il disco, prodotto da Duck Chagall (Francesco Ambrosini, già fondatore e produttore dei C+C=Maxigross e dei Duck Baleno) allo studio TEGA di Verona, con la collaborazione di Giovanni Franceschini alla batteria, si compone di 9 tracce che alternano: cantautorato, rock e pop con innesti elettronici e psichedelici.

Nei testi troviamo riflessioni sulla società e confronto generazionale ma, anche, una cruda riflessione sulla natura dell’essere umano e sulla bestialità che ne è una componente intrinseca.

INTERVISTA

“Pelle di lupo” è un album che mostra tante sfaccettature di Ulula, con un linguaggio ricercato e musiche a tratti psichedeliche, a tratti più inclini al pop e al rock … Chi è Ulula e cosa vuole raccontare di sé in questo album?

Sicuramente in questo album c’è molta ricerca che deriva, sia dalla volontà di farlo che dalla grande passione che ho per la musica in generale, anche per generi molto diversi tra di loro,

Ho suonato per tanto tempo la chitarra, prima di provare a fare il cantautore e, il mio metro di misura, è sempre stato il piacere di farlo.

Mi è capitato di fare cose diametralmente opposte, come suonare metal o reggae; mi piace un sacco il country vecchia scuola, l’elettronica…non mi sono mai tirato indietro nello sperimentare, anche se, magari, il risultato può sembrare caotico.

Inoltre, faccio viaggi abbastanza lunghi in bicicletta e questi sono stati per me una grande fonte d’ispirazione.

Le culture che ho incontrato e questo modo immersivo di viaggiare, mi hanno aiutato ad entrare in contatto con i paesi e i territori in maniera autentica; quando trovo qualcosa che mi piace l’assorbo e, poi, queste esperienze si traducono nella mia musica.

Il titolo “Pelle di Lupo” è anche quello dell’omonima canzone, contenuta nell’album, che parla di una tendenza bestiale, insita in ognuno di noi, che si rivela solo in determinati momenti. Da cosa nasce questa tua riflessione?

Forse è un “problema” banale, ma l’uomo sta entrando sempre di più nel mondo artificiale.

Un po’ per carattere, nella quotidianità, sono negato per quello che riguarda la tecnologia e l’informatica.

In questo momento storico in cui tutto è estremamente esposto e giudicato, crediamo di aver raggiunto tante libertà, sotto tanti punti di vista, rispetto magari alle generazioni precedenti, ma, a volte ho la sensazione che forse erano più liberi i nostri genitori.

Mi chiedo se davvero abbiamo conquistato qualcosa, oppure siamo imprigionati semplicemente da altre catene…

La bestia che è in noi, a volte, la sento soffocare e, qualche volta, ho bisogno di poterla liberare e di far sì che ci si possa accettare con tutti i nostri limiti “bestiali”.

La natura è uno dei luoghi più crudeli e ingiusti, in cui sopravvive solo chi riesce ad adattarsi, ma quella natura che tanto amiamo e che tanto, ultimamente, cerchiamo di difendere, è molto più cattiva e crudele del mondo in cui viviamo noi; quindi, non è sempre tutto così brutto, sbagliato, ma qualche passo avanti come umanità e come società, l’abbiamo fatto.

“Oh! Quanti Giovani” ultimo singolo estratto in ordine di tempo da questo album è una celebrazione della gioventù in tutte le sue sfumature. Come vedi i giovani di oggi, rispetto a noi che apparteniamo ai millennials?

Nella canzone dico che siamo giovani, figli di altri giovani, di altri giovani, per indicare che la storia si ripete… Sicuramente oggi i giovani hanno un sacco di possibilità in più ma tutto è sempre direttamente proporzionale a quello che si vuole fare nella vita.

Mi rendo conto che anch’io, da giovane,  ho avuto un sacco di possibilità che i miei genitori non hanno avuto e loro hanno avuto delle possibilità che erano giuste per  quel momento…

I giovani d’oggi hanno la possibilità di riflettere su dei grandi temi e stanno prendendo delle posizioni importanti rispetto ad argomenti che fino a un po’ di tempo fa erano difficili da trattare e sono più capaci di accogliere la diversità. Dall’altra parte penso, però, che ci sia anche tanta confusione.

Il rischio, a mio parere, è che diventi tutto un po’ piatto e  che, alla fine, la voglia di giustizia e di spazio per tutti tolga un po’ di quel sapore di conquista all’approccio alla vita.

Mi pare che, in nome di quella diversità che va difesa e accolta, ci stiamo tutti uniformando.

I brani del tuo disco vanno ascoltati fino in fondo perché, in quasi tutti, c’è un ending particolare, talvolta totalmente diverso dal mood che accompagna il testo. Come mai questa scelta?

Ti ringrazio di questa domanda. Il disco è concepito come un’esperienza di concerto live, in cui si mescola la parte cantautorale e musicale con una parte tecno – elettronica.

Non mi immagino proprio una discoteca, però voglio che, nel live, ci siano delle componenti di musica strumentale in cui si possa ballare con chi è vicino.

Vorrei che l’attenzione non sia esclusivamente rivolta verso il palco, ma credo che la musica sia circolare e che, quindi, a un certo punto, finito il testo, la canzone, il momento in cui si racconta la storia con la voce, la musica rimbalzi e ci giri intorno.

Il fulcro del concerto non siamo più noi sul palco ma la musica e chi la riceve.

Ogni canzone finisce con delle code strumentali importanti per questa ragione e, nel live, i brani verranno arrangiati per enfatizzare questo momento dance.

È anche per questo quindi che 9, la traccia che conclude l’album è un brano solo strumentale, quasi a chiudere il cerchio senza bisogno di parole…

Esatto, 9 vorrebbe essere un ponte tra le parole e la parte puramente musicale: quello che è stato detto, viene detto prima, e ci lasciamo con delle note.

Dato che mi stavi parlando di live, hai già qualche data in programma?

Saremo pronti con il live alla fine dell’estate/inizio dell’autunno, però avrò un paio di concerti durante l’estate, solo chitarra voce; poi farò un tributo a Dalla, a fine estate e, anche in quell’occasione, penso che farò qualche pezzo riarrangiato del disco…

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