Il ritorno del Progger Inglese con il progressive pop di To the Bone!

Quando si parla di Steven Wilson non si sta nominando soltanto il singolo artista. Si sta ben si citando una vera e propria pietra miliare del progressive rock contemporaneo. Da molti è considerato un innovatore, un genio dotato di un estro artistico indiscusso. Viene criticato, invece, da altri per il vezzo tal volta troppo marcato di “prender spunto” dal restante mondo artistico musicale (non necessariamente un difetto), talvolta addirittura definito “sopravvalutato” da altri.

Qualunque cosa si pensi del progger inglese non si possono negare in alcun modo, se dotati di un orecchio attento e di apertura mentale, le sue grandi capacità compositive e musicali tra cui l’incredibile facilità con cui i suoi pezzi riescono ad emozionare e toccare corde anche molto intime dell’animo umano.

Oramai Steven Wilson, con i Porcupine tree ancora “in pausa”, emerge nella scena musicale da vari anni come artista solista, accompagnato sempre però da musicisti di grande calibro (sono passati di fatto tra le sue fila Jordan Rudess, Marco Minneman, Guthrie Govan, Theo Travis e molti altri ancora). Dopo il fenomeno prog The Raven that Refused to Sing e l’altrettanto apprezzato Hand Cannot Erase (due album estremamente differenti tra di loro, a conferma di una grande duttilità e varietà compositiva) giungerà, il 18 agosto, all’ascolto del pubblico la quinta fatica del polistrumentista inglese, intitolata To The Bone.

Noi di Inside Music abbiamo avuto il piacere di poterlo ascoltare in anteprima e siamo qui oggi a raccontarvelo dandovi un’idea generale sul lavoro complessivo e sugli undici pezzi che andranno ad arricchire la discografia del progger di Hemel Hempstead.

 

To the Bone – Il Prog Pop secondo Steven Wilson
 

L’album si presenta come un’opera dagli intenti totalmente differenti da quanto affrontato nei lavori precedenti. Ancor prima della sua uscita, causa i singoli già rilasciati, To The Bone è un album che ha fatto discutere dividendo pubblico e critica. L’accusa generale di detrattori e pessimisti è quella, come spesso accade tra i puristi di genere, di un album dalle sonorità troppo pop, scontate, banali e ben lontane da ciò a cui Steven Wilson aveva abituato il panorama progressive (troppo spesso ci si dimentica dell’estro schiettamente pop che Wilson ha con maestria messo in mostra già ai tempi dei primi Porcupine Tree).

In To the Bone di pop ce ne sta, e anche tanto. Il progressive è dosato alle minime componenti, talvolta ben nascosto, ma comunque presente anche se non in parte preponderante. Lo si può notare nelle intelaiature degli arrangiamenti, nella minuziosa disposizione dei pezzi nel lavoro complessivo, in passaggi armonici e dinamici, giochi di voci e molto altro. Troviamo, tutti uniti in un’unica grande festa, da Bowie a Prince, passando per Abba, Massive Attack e, più spesso di quanto si creda, anche per lo stesso Steven Wilson. In un album ricchissimo di spunti esterni (e, in alcuni casi, di sfacciate citazioni) è impossibile non notare la mano del suo creatore. La sua impronta e personalità riescono a fondersi in un miscellaneo perfetto con tutti gli altrettanto evidenti elementi esterni precedentemente citati.Non è un album poco ispirato, è forse un album tremendamente difficile da ascoltare e apprezzare proprio a causa della sua apparente semplicità.

I temi sono similari a quanto Steven ci ha abituato nella sua ventennale carriera. Una riflessione su tematiche umane, sul mondo contemporaneo e su ciò che l’uomo di oggi sta, in modo alquanto preoccupante, diventando, passando anche per temi ben più intimi, toccanti e introspettivi.  Coas, paranoia, fondamentalismi religiosi, severe osservazioni sulla vita quotidiana con i sui suoi dolori e le sue difficoltà vanno a comporre una fotografia estremamente dettagliata ed efficace del momento storico in cui viviamo.

Musicalmente la varietà di tematiche si esprime in altrettante forme. Sonorità oscure e angosciose si incrociano con pezzi dall’aspetto apparentemente ben più leggero e aperto. Il pop rock della opening, To the Bone (uno dei pezzi dal più marcato “Prince Vibe”), si incrocia poi con le tipiche sonorità Wilsoniane acustiche e struggenti di Pariah (che vede una prestazione toccante e di altissimo livello della cantante Ninet Tayeb, collaboratrice già in Hand Cannot Erase). Anche un pezzo di canonico Pop in stile Abba (a dir poco troppo evidente la citazione fatta al ritornello della rinomata “Mamma mia”) riesce a incastonarsi in una grande varietà di stili che vede anche, con Song of I e Detonation, un crollo totale umorale sfociando in atmosfere cupe, angosciose e opprimenti con scampoli di raffinate psichedelie. Trova posto in To the Bone quello che sarà un futuro masterpiece dell’ex frontman dei Porcupine Tree. Refuge, quinta traccia dell’album, è un pezzo toccante dalle atmosfere cinematiche, sognanti e struggenti destinato a rimanere nei cuori e nelle orecchie dei fan di Steven (e non solo) per lungo tempo. Senza dubbio il picco assoluto dell’album.

To the Bone è senza dubbio un lavoro di alta fattura. L’intenzione del suo creatore, dar vita a un lavoro che riporti in vita le sonorità Prog Pop che maggiormente hanno influenzato la sua carriera, è senza dubbio riuscito. A un primo ascolto e anche in seguito si avverte una certa mancanza di unità tra le tracce, un vero e proprio arcobaleno di differenti stili e sonorità  comunque ben disposte tra loro. L’apparente semplicità maschera in realtà un incredibile quantità di studio, raffinatezza e levigatura dei pezzi dove l’arrangiamento e il peso del suono di ogni strumento è lavorato e perfezionato in maniera, come sempre, quasi maniacale. La cosa che più può far storcere il naso è la grande presenza di evidenti citazioni e spunti che percorrono inesorabilmente l’intero album durante il suo ascolto. Non è però questo sintomo di un cattivo lavoro. To the Bone, come ogni album di Steven Wilson, è un’opera totalmente differente dal solito, a se stante e dotata di una vita propria e di un suo perché, riflesso di ciò che il suo creatore è o vuol essere al giorno d’oggi.

Lorenzo Natali