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Emanuele Colandrea ci offre “DUE” punti di vista – INTERVISTA

by Alessia Andreon
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A distanza di appena sei mesi da Uno, Emanuele Colandrea torna con Due, nuovo album di inediti, per 29Records. Un ritorno rapido e tutt’altro che scontato, che fotografa un momento di straordinaria fertilità creativa per il cantautore e polistrumentista romano.

Come già accaduto nel precedente lavoro pubblicato ad aprile 2025, anche Due è un progetto interamente indipendente: dieci brani scritti, suonati, arrangiati, registrati, mixati e masterizzati da Colandrea. Un controllo totale del processo creativo che rafforza ulteriormente la sua cifra stilistica, sempre più riconoscibile e personale, all’interno della scena cantautorale italiana.

Il concept dell’album gioca sul doppio: cinque testi che diventano dieci canzoni, due versioni diverse per ogni scrittura, due traiettorie emotive che convivono e si biforcano.

Due è il quinto disco di Colandrea, il secondo da solista “in solitaria”, e continua a costruire un percorso artistico coerente e in costante evoluzione, sospeso tra intimità e sperimentazione. Un viaggio dal respiro folk, fuori dal tempo per attitudine, in cui ogni canzone ha due anime e ogni testo una doppia vita. E mentre il titolo suggerisce una coppia, l’autore stesso lascia intendere che il cammino non è affatto concluso: perché, come recita il proverbio, “non c’è due senza tre”.

Sono state anche annunciate le prime date live del Due Tour, in partenza dalla fine di gennaio, organizzate da La Fabbrica.

INTERVISTA
Ciao Emanuele,
che piacere risentirci a così breve distanza di tempo per parlare di un nuovo lavoro…

Eh si, è passato solo qualche mese… Vedi che succede a fare i dischi!

Che momento creativo stai attraversando e cosa ti ha spinto a tornare così presto con Due?

Non avevo niente da fare – avrebbe detto Tenco – quindi mi sono messo a registrare… oppure potremmo definirlo ozio (che in realtà non c’era), ma da questo è venuto fuori un nuovo disco.

Un po’ di materiale lo avevo già, e il resto l’ho scritto dopo Uno. 

Hai definito Due come “tutta la vita di fianco”, in contrapposizione a Uno, che era “tutta la vita davanti”. Puoi spiegare meglio questa differenza di prospettiva?

Il senso era proprio questo: in Uno tenevo la mano sulla fronte e navigavo a vista, mentre in Due ho messo apposto delle cose e, magari, nel prossimo lavoro, sarà tutto, veramente, al suo posto.

Il cuore del disco è l’idea di 5 testi che diventano 10 brani: quando è nata questa intuizione e come si è sviluppata nel tempo?

Prima rimettevo continuamente le mani sui brani, avevo sempre del materiale da manipolare … Questa voglia costante di dare infinite versioni allo stesso testo l’ho voluta tradurre in un disco.

Ho già un’idea che mi piacerebbe realizzare, magari in futuro potrei lavorarci.

Due è una sorta di “esperimento sociale” e di sliding door, come tu stesso l’hai definito: che ruolo ha l’ascoltatore in questo gioco di scelte (o non scelte)?

Questa può essere una lettura, per me principalmente rappresenta una spinta ad un ascolto più globale.  Non sono un ostaggio della musica, mi fa strano andare a sentire i gruppi che ascoltavo trent’anni fa per questa ragione: non mi piacciono i revival continui sulla stessa canzone. Non sono un nostalgico e quindi non mi piace dare dei punti di riferimento, anche se uno può sceglierseli.

La mia è una operazione anti nostalgia.

Questo è il tuo quinto album e il secondo da “viaggiatore solitario”: che tipo di libertà – o di responsabilità – comporta lavorare completamente da solo?

Non so se su disco fosse mai stato fatto, ma nei live ci sono tanti artisti che prendono le loro canzoni e le rimaneggiano, facendole diventare altro. A me piace questa estrema libertà di non ricordarsi di come l’hai suonata nel concerto precedente. 

È un concetto che solitamente è più jazzistico ma vorrei instaurare con il pubblico un’esperienza che sia musicale a 360°.

Il fatto che io lavori sempre sulla forma canzone mi ha permesso di andare oltre i miei limiti, di andare oltre l’imbracciare la chitarra o sedermi al pianoforte e andare in altri lidi, legati unicamente alla parola.

Il disco ha un’attitudine folk “fuori dal tempo”. Che rapporto hai oggi con la tradizione cantautorale italiana e con il presente musicale?

La musica attuale è lontana probabilmente perché non faccio parte della generazione che è giovane in questo momento… ho un altro background più legato al pensare a un disco piuttosto che a un singolo, al pensare ad un mondo musicale, a pensare a una proposta che sia legata alla propria umanità e non per forza alla contemporaneità.

Se andiamo a vedere tutti quelli che hanno cambiato le cose rispetto a come si facevano, erano molto radicati nella tradizione ma avevano un approccio che più che nuovo era innovativo. Avevano una personalità talmente forte da deviare quella che era la radice.

La discografia è sempre un territorio complicato: prima se assomigliavi minimamente a qualcuno, eri già fuori. Per la percezione che ho io, ora ci son tante copie di copie….

Sono legato più che al cantautorato in sé, ad un modo libero di fare musica.

Nel disco compaiono due brani legati a settembre (Bentornato settembre e Caro settembre): che valore simbolico ha questo mese per te?

L’autunno è sempre stata la stagione che mi appartiene di più; i miei ricordi da bambino e ragazzo sono sempre legati allo stato d’animo che si vive in quei mesi: la ripartenza, un punto e a capo.

Finalmente sono riuscito a far uscire questo disco nel momento giusto.

Come immagini l’evoluzione di Due dal disco al palco, considerando che ogni canzone ha due anime?

A fine gennaio parte da Bologna il tour e vedremo come sarà portarlo sul palco con due amici e musicisti straordinari.

Dal vivo le cose cambieranno un po’ perché in produzione si fanno delle cose che poi è difficile rendere live. 

Le canzoni saranno quelle però poi ci saranno anche dei piccoli cambiamenti, apportati per dare un sound diverso all’esibizione.

Hai detto che l’idea di Due esisteva già prima di Uno: dobbiamo aspettarci davvero un Tre per completare questo percorso?

Dipende dal mio piccoletto …Oltre alla spinta creativa, mi ha dato una grande capacità di pragmatismo.

Da quando c’è lui ho molto meno tempo a disposizione ma è più di qualità, infatti sono soddisfatto del risultato che ho ottenuto.

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