Home Recensioni L’Albero firma un disco intenso e stratificato: “Cielo e Sfacelo” – Recensione

L’Albero firma un disco intenso e stratificato: “Cielo e Sfacelo” – Recensione

by Alessia Andreon
L Albero ph.AgataParisi web 03

Con l’uscita di “Cielo e Sfacelo”, pubblicato il 27 marzo, L’Albero, progetto solista di Andrea Mastropietro, aggiunge un nuovo capitolo a un percorso artistico coerente e in costante evoluzione. Attivo dal 2015, quando esordisce con una reinterpretazione di “Nel cuore, nell’anima” di Lucio Battisti, Mastropietro si è progressivamente ritagliato uno spazio personale nella nuova canzone d’autore italiana, muovendosi tra tradizione e apertura internazionale.

Dopo il debutto discografico con “Oltre quello che c’è” (2016, Technicolor Dischi), accolto positivamente da critica e pubblico, e il successivo “Solo al sole” (2020, Santeria/Audioglobe), eletto disco dell’anno da Repubblica Firenze, L’Albero ha consolidato una cifra stilistica riconoscibile: un equilibrio tra pop, folk e suggestioni psichedeliche, con una forte centralità della scrittura e della voce.

Nel suo percorso non mancano collaborazioni significative, come quella con Federico Fiumani per “L’ Abisso” dei Diaframma, né un’intensa attività live che lo ha visto condividere il palco con artisti come Riccardo Sinigallia, Dente, Shel Shapiro e Bobo Rondelli.

In questo contesto si inserisce “Cielo e Sfacelo”, terzo album in studio, un lavoro che conferma e al tempo stesso approfondisce la direzione intrapresa.

RECENSIONE

È un disco che vive di contrasti: aspirazione e disillusione, sogno e materia, slancio e immobilità. Le nove tracce costruiscono un percorso coerente ma volutamente frammentato, dove ogni brano si presenta come un’istantanea emotiva.

Il filo conduttore è una “lotta silenziosa” tra il desiderio di elevarsi, metafora di libertà e immaginazione, e il peso di una realtà sempre più soffocante, in cui lo sfacelo è tanto sociale quanto esistenziale.

Dal punto di vista sonoro, il disco si distingue per una ricerca di spontaneità che passa attraverso strutture poco rigide e un uso frequente di registrazioni dirette. Mastropietro, che firma e produce interamente i suoi lavori curandone anche registrazione e mixaggio, costruisce un suono autentico, capace di alternare momenti densi e carichi a passaggi più rarefatti ed essenziali.

Le chitarre elettriche, talvolta sporche e graffianti, convivono con elementi folk e suggestioni più intime, mentre le percussioni dal sapore latino introducono una dimensione ritmica calda e pulsante.

L’impronta anni Settanta è evidente nei tanti riferimenti musicali, ma mai nostalgica: viene piuttosto rielaborata in modo personale. Si avvertono, infatti, echi della canzone d’autore italiana più visionaria e contaminata, accanto a influenze internazionali che ampliano il respiro del progetto. Non è citazionismo, ma omaggio e dialogo vivo con il passato.

I singoli che hanno anticipato l’uscita,“Fuga in Re”, “In una stanza” e “Io mi voglio perdere”, restituiscono bene le diverse anime del disco: dalla tensione armonica e narrativa del primo, all’introspezione del secondo, fino alla spinta quasi liberatoria del terzo. È però nell’ascolto integrale che il lavoro trova la sua piena forza, rivelandosi come un album da attraversare più che da consumare.

Particolarmente riusciti i testi: evocativi e mai didascalici, restituiscono un senso di smarrimento consapevole. Perdere le coordinate non è solo una crisi, ma anche una possibilità di ridefinizione. In questo senso, “Cielo e Sfacelo” si inserisce in una tradizione cantautorale che non offre risposte, ma apre spazi di riflessione.

È un disco che richiede attenzione e disponibilità all’ascolto profondo. Non cerca scorciatoie né immediatezza, ma costruisce un universo coerente fatto di sfumature e contraddizioni. Ed è proprio in questa tensione irrisolta che trova la sua identità più autentica: un lavoro maturo, capace di raccontare il disagio contemporaneo senza rinunciare alla possibilità, fragile ma ostinata, di immaginare altro.

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