In viaggio sulla “Milky Way” di Sara Jane Ceccarelli

di Alessia Andreon

È uscito l’11 luglio “Milky way”, il secondo disco dell’artista italo-canadese Sara Jane Ceccarelli, un album ricco di spunti e di sonorità provenienti da varie culture, frutto della ricerca e dell’amore per la musica in tutte le sue forme, dal jazz al folk nordamericano, dal pop al reggae.

È difficile incasellare Sara e la sua carriera all’interno di un unico contenitore musicale ed infatti, in questa intervista, abbiamo cercato di tracciare il suo percorso che sicuramente la porterà molto lontano…

Milky way è un viaggio attraverso la musica, ma anche nei sentimenti, come un astronauta che vaga nella via lattea della vita…. Ti ritrovi in questa definizione?

In realtà sono tante emozioni perché è un disco che contiene tanti generi musicali; noi come musicisti siamo figli di tanti generi; la contaminazione è qualcosa che appartiene alla nostra generazione, sia come ascolti, sia come musica che facciamo e, ovviamente, ogni genere riporta in qualche modo a un sentimento diverso. Quindi si, possiamo dire che, in effetti, suscita tante emozioni.

In questo, culture diverse si fondono dolcemente con la tua voce. Che percorso musicale hai fatto per arrivare a queste sonorità?

La musica stessa ti permette di viaggiare, anche stando fermo. Pensa a quando ancora non c’era YouTube: per accaparrarsi un disco ci mettevi una vita, invece adesso in un attimo possiamo spaziare dalla musica turca a quella indiana; è tutto molto più facile, molto più accessibile.

Questo ha contribuito sicuramente, permettendomi di approfondire e cantare tanti generi e, soprattutto, di poter ascoltare l’accento delle varie lingue, che per un lungo periodo ho anche approfondito, non tanto per imparare a parlare la lingua, ma per cantarle con la giusta pronuncia. Anche quello è uno strumento della cantante, un colore che tu puoi dare alla voce tramite le varie lingue.

L’italiano ha il suo specifico suono, ma se inizi a cantare in altre lingue avrai un nuovo colore che si aggiunge alla tua voce. Questa è una cosa che mi è sempre piaciuta molto e quindi quando ho iniziato a scrivere ho messo dentro tutto quello che avevo cantato precedentemente come interprete anche di brani tradizionali o di altri autori.

Ho fatto il percorso inverso rispetto a quello dei cantautori che, di solito, nascono come tali e hanno l’esigenza di scrivere fin da subito le loro canzoni.

Tu infatti canti spesso in inglese, l’italiano è una delle novità di questo album…

Ho seguito un po’ le provocazioni degli amici dettate dall’esigenza di capire anche il testo; questo fatto mi stupiva e mi lasciava anche perplessa, dato che magari sono gli stessi amici appassionati di Beatles e Coldplay.

Ho capito però che, forse, per far comprendere un progetto cantautorale, di songwriter, hanno bisogno di capire quello che sto raccontando.

Come dicevamo prima, magari in italiano la mia voce ha anche diverse sfumature ed è così che è arrivata “La tua canzone” che, non a caso, parla della difficoltà di scrivere e di quel momento in cui arriva un guizzo, una connessione col Cosmo, che ti permette di far nascere un nuovo brano. In questo momento è uno dei brani che che ha più ascolti su Spotify, quindi mi sta dando forza per continuare a scrivere in italiano.

Quale canzone parla più di te?

La canzone che sento più mia è sicuramente “Im-perfect” perché è cantata solo voce e chitarra, nuda e cruda, con un mandolino che interviene nel ritornello: questa è la formazione con cui io sono cresciuta musicalmente, con mio fratello che mi accompagnava alla chitarra.

In questa occasione alla chitarra c’è Lorenzo De Angelis, con cui ho scritto il brano, e il testo mi piace molto perché parla di quanto le imperfezioni siano poi la nostra perfezione, la nostra armatura dorata, con cui dobbiamo fare anche pace, smettendo di essere troppo critici con noi stessi e volendo bene a tutto quello che, dall’esterno, vediamo come imperfetto.

Questa attenzione alla perfezione non mi ha mai convinta.

La rielaborazione di “Children’s Song No.3” di Chick Corea e la reinterpretazione in inglese “Del tempo che passa la felicità” di Motta sono due canzoni che non ti aspetti ma che hanno una loro dimensione all’interno dell’album. Sembrano lì per dirci che la tua Milky way passa anche da altre strade, oltre quelle che tu stessa hai tracciato….

Esatto, abbiamo cercato di rielaborare anche dei brani di altri, mettendoci tanto di noi. Evidentemente è stata una rielaborazione efficace dato che abbiamo avuto i permessi a tempo record.

Tra l’altro Chick Corea è morto poco dopo, quindi per me è stato un regalo grandissimo. Il suo brano, tratto da una raccolta degli anni ’70 che contiene 20 bellissimi brani da suonare al pianoforte, lo suonavo con il mio maestro.

Lui li chiama Children’s Songs proprio perché richiamano un po’ la giocosità e la gioia dei bambini ma, in realtà, sono brani abbastanza complessi. Ho scritto un testo sulla Children’s Song no.3 e abbiamo fatto un arrangiamento che è veramente bello, tanto che Chick Corea e la Universal ci hanno dato l’assenso dopo soli 4 giorni dalla richiesta, che è una cosa piuttosto insolita. In questo brano abbiamo utilizzato tutti gli strumenti tranne il pianoforte.

È il nostro tributo a un grande jazzista, con un brano che richiama in parte il mondo della musica classica.

Il brano di Motta appartiene a una serie (non vastissima) di mie traduzioni dall’italiano all’inglese, perché non tutti i testi si prestano per la traduzione in inglese, anzi sono molto pochi in realtà. In questo mio gioco faccio delle prove con l’inglese e questa canzone era perfetta.

Abbiamo iniziato a suonarla live e piaceva tantissimo; abbiamo fatto un video che ha avuto riscontri positivi e quindi abbiamo preso coraggio e chiesto il consenso a Motta che ha accettato facendoci anche i complimenti. Lui ha scelto un arrangiamento un po’ più rock, mentre il nostro è un po’ più folk; quando una melodia è forte, il brano resta forte anche cambiandogli veste.

Sei già tornata ad esibirti dal vivo, che sapore ha questa ripartenza?

Siamo stati molto contenti di ripartire; ho fatto una scelta un po’ coraggiosa portando in tour la stessa formazione che ha inciso il disco, quindi siamo in sei. Non suonando da così tanto dovevamo essere pronti anche a gestire l’adrenalina che, con tutto questo fermo, rischiava di giocare brutti scherzi, quindi abbiamo fatto un lungo allestimento.

Ci siamo dovuti riabituare al palco, cosa che in tempi normali magari non sarebbe successa.

Questo tour arriva dopo 8 mesi di stop: lo scorso anno sono stata in tour solo con tre di questi musicisti, gli altri due erano fermi da ancora più tempo, quindi erano molto emozionati, invece, devo dire che è andata benissimo.

Adesso abbiamo degli altri appuntamenti tra cui domenica 5 agosto alla Casa del Jazz di Roma.

Per me l’importante è stare sul palco, quella è veramente casa. Fuori dal palco è solo l’attesa di tornare sul palco!

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