È uscito “Villanesimo”, l’album d’esordio del cantautore torinese Simone Villa.
Un concept album che è il manifesto del suo modo di approcciarsi alla vita; un pensiero filosofico inclusivo che esorta l’ascoltatore a cercare di realizzare i propri sogni, con determinazione e un pizzico di incoscienza.
Otto tracce che parlano di spaccati di vita comuni a tutti e di amori non edulcorati, con un pizzico di ironia e la consapevolezza che, non prendersi troppo sul serio, ci aiuterà ad affrontare anche la vita con più spensieratezza.
Un ragazzo con la grande passione, sin da piccolo, per la recitazione e il canto che ha saputo e voluto far diventare la sua vita, portandolo a lasciare il “posto fisso” per inseguire la propria realizzazione personale.
“Villanesimo”, come ci abbiamo avuto modo di approfondire con Simone Villa nella nostra chiacchierata, è un album diverso dagli altri, con testi cantautorali, non per forza autobiografici, accompagnati dalla predominanza della chitarra acustica che si mescola al rock degli anni Sessanta, con tastiere e synth, al pop italiano anni Duemila e alle chitarre elettriche stile rock and roll.
INTERVISTA
Ciao Simone,
il tuo disco d’esordio è il manifesto del tuo pensiero filosofico, il Villanesimo; ti va di raccontarci meglio?
Il “Villanesimo” è una sorta un pensiero di vita inclusiva, che professa la ricerca delle proprie passioni fino in fondo, e quindi cercare di vivere la vita seguendo le nostre passioni, lasciando perdere tutti i costrutti della società e andando alla ricerca di ciò che ci piace veramente fare, come se fosse un viaggio in interrail, alla ricerca di noi stessi.
“I baffi”, che canti nell’omonima canzone, sono il tuo segno identitario, così come il tuo cognome. Cosa rappresentano per te?
La mia esperienza personale è quella di una persona che aveva un lavoro fisso, indeterminato, guadagnavo bene però sentivo che mi mancava qualcosa e poi, da lì, sono nate varie canzoni, tra cui “Baffi”, che parla di identità e una mattina, allo specchio, mi sono chiesto se sarei stato lo stesso Simone Villa senza baffi, o sarei diventato qualcun altro, magari Claudio Villa! E allora è nata questa canzone che fa riflette in maniera ironica sull’identità personale.
Le tracce sono state scritte tutte nello stesso periodo?
No, non tutte. Ci sono canzoni che sono state scritte in un periodo piuttosto lungo, diciamo circa due anni e mezzo fa, e riguardano le esperienze che ho vissuto negli ultimi anni.
In realtà sto già lavorando da un po’ anche alle canzoni nuove…
“Ma se tu fossi quella giusta al momento giusto, allora devo farti posto, ma come faccio dove ti metto”, mi sembri una persona abbastanza riflessiva. Che rapporto hai con i sentimenti, che sfuggono alla razionalità?
“Waterloo” è nata da una riflessione mia personale, perché in quel periodo stavo uscendo con una ragazza e non combaciavano delle cose, quindi poteva essere la persona giusta, però forse il momento era sbagliato.
Nello stesso periodo, la mia più cara amica stava uscendo con un ragazzo e mi raccontava come andavano i vari appuntamenti, con pregi e difetti del ragazzo e da qui ho pensato che l’amore è una battaglia, e mi è venuto in mente la battaglia di Waterloo; mi ha sempre affascinato la storia in generale e dal punto di vista strategico e l’ho paragonata all’amore.
Scorrendo le tracce dell’album la maggior parte hanno come tema l’amore, trattato senza retorica. L’impressione è che stia parlando con un te stesso riflesso in uno specchio, è un “trucco da teatro”?
Adesso che mi fai notare questa cosa, anche le canzoni nuove sono scritte nello stesso modo, quindi fa parte del mio modo scrivere mischiare le mie storie a quello che mi viene raccontato e che, quindi, è visto da un punto di vista esterno.
Forse c’è anche qualcosa di teatrale nell’ impersonare me stesso.
Quando si scrive una canzone vengono fuori sentimenti e paure e, probabilmente, ci tuteliamo con una sorta di maschera, ma io cerco di essere sempre sincero e non nascondermi dentro le parole.
Quello che mi fa piacere è che le mie canzoni non parlino solo di me stesso, ma anche di chi le ascolta.
Conduco una vita normale, con i problemi che abbiamo tutti, le gioie, i dolori, le passioni ed è di questo che parlano le mie canzoni.
Ti ringrazio perché vuol dire che oltre ad aver ascoltato ci hai riflettuto, cogliendo questo particolare, quindi grazie.
Sin da piccolo hai coltivato la tua inclinazione per l’arte: la musica, il teatro e lo spettacolo. Quali sono i tuoi punti di riferimento?
Fin da piccolo mi è sempre piaciuto fare spettacolo, cantare e recitare.
Avevo un microfono scassato, con un cordino che fungeva da filo e ricordo che usavo questo microfono per cantare per casa, collegando il cavo al cassetto. Oppure lo tenevo in tasca e potevo andare in giro a cantare (era una sorta di microfono senza fili) e mi ricordo che cantavo le prime canzoni…. Per esempio, quando rispondevo al telefono di casa, cantavo una canzone che mi piaceva: “Mistero” di Ruggeri.
Nelle recite scolastiche, all’asilo, mi impegnavo e mi davano sempre i ruoli migliori. E poi ho continuato anche alle elementari e alle medie, sia teatro che musica, suonavo anche la fisarmonica ma mi annoiavo a solfeggio quindi ho smesso…
La passione per le arti l’ho sempre coltivata anche durante il percorso Accademico, ho avuto la mia band e poi come solista ho approfondito il lato cantautorale.
Non mi dispiacerebbe provare a coniugare le varie cose, anche perché quando sono sul palco per me non è soltanto cantare una canzone ma è un’esperienza immersiva e totalizzante, che deve coinvolgere le persone e suscitare delle emozioni. Mi piace quindi conciliare lo spettacolo con la parte recitativa, è quello che cerco di fare.
Il mio bagaglio musicale spazia da Battisti a De Gregori, Renato Zero, Lucio Dalla e Gino Paoli. Mi è sempre piaciuto anche Vasco perché riesce a parlare a un pubblico vastissimo con le sue canzoni molto evocative ma, allo stesso tempo, semplici.
Inoltre, tra le mie passioni c’è la musica americano e inglese, il rock&roll degli anni sessanta/settanta, come i Clash e i Doors. Anche io vorrei, con le mie canzoni, spaziare in tutti questi generi che mi hanno influenzato

Per ogni cosa c’è un posto
ma quello della meraviglia
è solo un po’ più nascosto
(Niccolò Fabi)