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Cecilia Larosa celebra la Calabria in “Duci amuri meu” – INTERVISTA

by Alessia Andreon
Cecilia Larosa 3

“Duci amuri meu” segna una nuova e importante tappa nel percorso artistico della cantautrice Cecilia Larosa.

Il brano, scritto dalla cantautrice insieme alla poetessa calabrese Ilda Tripodi, con musica firmata da Larosa e Piero Cassano – che ne cura anche la produzione artistica – nasce dall’incontro tra musica e poesia e si ispira al mito di Orfeo ed Euridice, riletto come metafora di un amore sospeso tra desiderio e distanza, dolcezza e condanna.

In questa intensa ballata, italiano e calabrese si intrecciano dando voce a immagini fortemente evocative e a una Euridice finalmente protagonista, mentre il legame con la Magna Grecia, il culto di Persefone e le radici calabresi dell’artista diventano elementi centrali della narrazione.

Dopo un percorso formativo solido, numerose esperienze live di prestigio e un 2024 ricco di pubblicazioni e aperture importanti, “Duci amuri meu” rappresenta un ritorno all’origine del canto e della parola, oltre che una sintesi matura della sua identità artistica.

In questa intervista Cecilia Larosa ci racconta la genesi del brano, il valore della lingua delle radici e la direzione della sua ricerca musicale.

INTERVISTA
“Duci amuri meu” nasce dall’incontro tra musica e poesia e dal dialogo con il mito di Orfeo ed Euridice. Come è avvenuta la collaborazione con la poetessa Ilda Tripodi e in che modo la parola poetica ha influenzato la scrittura del brano?

Duci amuri meu” è un brano che ha iniziato a prendere forma molto tempo prima dell’incontro con Ilda, durante uno dei pomeriggi milanesi in cui registravo una prima versione di quello che sarebbe poi diventato, a tutti gli effetti, il mio omaggio alla Calabria. Avevo già cominciato a prendere appunti e avevo scelto di ispirarmi al mito di Orfeo ed Euridice, che porto nel cuore fin da bambina. Nel tempo ho approfondito, studiato, fatto ricerche.

Quest’anno ho incontrato Ilda Tripodi, una poetessa straordinaria, con la quale è nato subito un forte feeling umano e artistico. Da lì è scaturita naturalmente la condivisione di questo progetto: abbiamo messo insieme le nostre penne, lasciando fluire ciò che sentivamo, con sincerità e ascolto reciproco. La parola poetica ha dato nuova profondità al brano, accompagnandone l’anima e ampliandone il respiro emotivo.

Nel tuo racconto scegli di dare voce a Euridice, ribaltando in parte il punto di vista tradizionale del mito. Cosa ti ha spinto a raccontare questa storia dal suo sguardo e quali emozioni personali hai riconosciuto in lei?

Fin dalla prima volta che lessi questo mito, sentii una forte empatia con Euridice, come se alcune sue sfaccettature rispecchiassero parti profonde di me. In fondo è anche questo il senso dei miti: aiutarci a guardarci dentro con maggiore consapevolezza.

Spesso è difficile dare voce a ciò che è sepolto dentro di noi, anche quando continua a riaffiorare, anche quando fa male. Euridice, in senso metaforico, ha ancora moltissimo da raccontare e da trasmettere. Io ho cercato di coglierne alcune sfumature, lasciandomi guidare dalle emozioni che sentivo più vicine.

Italiano e calabrese si intrecciano in una ballata intensa, sospesa tra mito e memoria. Che valore ha per te l’uso della lingua calabrese e quanto è stato importante tornare alle tue radici linguistiche e culturali in questo momento del tuo percorso artistico?

Per troppo tempo ho sentito la mia lingua declassata, ridotta a qualcosa di vecchio o poco colto. Abbiamo dimenticato, e spesso rinnegato, le nostre origini. Con questo brano ho voluto restituire un po’ di luce e dignità al calabrese, un dialetto che custodisce una storia antichissima e di enorme valore.

Credo profondamente che non si possa costruire il futuro senza partire dalle proprie radici, e in questo momento del mio percorso artistico tornare alla mia lingua è stato un gesto necessario e autentico.

Nel brano emergono immagini molto forti e sensoriali, come lo sguardo negato, il profumo che resta sulla pelle, l’ultima carezza. Quanto è centrale per te la dimensione visiva e immaginifica nella scrittura delle tue canzoni?

Cerco sempre di inserire immagini o sensazioni capaci di imprimere una memoria, un ricordo. Quando scrivo, questi elementi mi riportano alla realtà, ma allo stesso tempo consegnano al testo una dimensione quasi ermetica, che permette a chi ascolta di immergersi in qualcosa di etereo e profondamente emotivo.

Spesso parto da immagini quotidiane, da piccoli sprazzi di vita che mi appartengono, e li trasformo in simboli aperti, in cui ognuno può riconoscersi.

Hai raccontato del legame profondo tra la tua terra, la Magna Grecia e il culto di Persefone, scoperta avvenuta proprio durante la scrittura del brano. In che modo questa consapevolezza ha rafforzato il legame tra “Duci amuri meu”, la tua interiorità e la tua identità di artista?

Scrivere una canzone significa spesso seguire un flusso, qualcosa di inspiegabile che precede la logica delle parole. In questo caso sentivo il bisogno di ricollegarmi alla Magna Grecia, e da lì è nata quasi naturalmente l’idea del mito di Orfeo ed Euridice, con tutto il carico di emozioni che porta con sé.

Una fase fondamentale è stata la ricerca: capire quanti collegamenti esistessero tra quel mito, la mia storia e ciò che volevo comunicare. Ne ho trovati moltissimi. Uno di questi è Persefone, il cui culto era fortissimo nelle zone da cui provengo, la Locride e il Vibonese. Anche se spesso rimane sullo sfondo, Persefone è un personaggio chiave del mito, perché interviene a favore dell’amore dei protagonisti. Questa scoperta ha rafforzato le mie scelte artistiche.

La Calabria, essendo Magna Grecia, custodisce nella sua cultura numerosi rimandi al mondo greco: lo stesso dialetto è ricco di termini ed espressioni di origine greca che abbiamo conservato e tramandato nel tempo.

Dopo un percorso formativo ricco e numerose esperienze live importanti, da aperture prestigiose a pubblicazioni molto diverse tra loro, dove senti che ti sta portando oggi la tua ricerca artistica e cosa rappresenta “Duci amuri meu” all’interno di questo cammino?

Per me la vita è un viaggio, e la strada che sto percorrendo è fatta di musica: è il mio modo di esprimermi, di raccontare la mia vita.

Ma ogni viaggio ha bisogno di una valigia, di qualcosa che ci ricordi chi siamo e da dove veniamo. “Duci amuri meu” è proprio questo: un simbolo, una radice, una memoria viva. Rappresenta una parte profondamente autentica di me, ciò che sento e ciò che porto con me mentre continuo a cercare, a crescere e a raccontarmi attraverso la musica.

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