Alla vigilia del suo appuntamento a Piano City Milano, la pianista e matematica Ingrid Carbone torna a proporre il format che più rappresenta la sua identità artistica: la “conversazione-concerto”, un’esperienza che intreccia esecuzione musicale, divulgazione culturale e riflessione analitica.
Domani, sabato 16 maggio alle ore 10.30, presso il CASVA – Centro di Alti Studi sulle Arti Visive di Milano, l’artista sarà protagonista della Piano Lesson “L’universo femminile tra le note di Schubert, Liszt e Leoncavallo”, un percorso dedicato alle molteplici sfumature dell’esperienza femminile attraverso la musica romantica e verista.
Concertista internazionale e docente universitaria di Matematica presso l’Università della Calabria, Ingrid Carbone ha costruito negli anni un percorso unico nel panorama musicale contemporaneo, fondendo rigore scientifico e sensibilità interpretativa. Le sue produzioni discografiche, pubblicate dall’Da Vinci Publishing, le sono valse riconoscimenti internazionali, tra cui nomination agli International Classical Music Awards e premi ai Global Music Awards. Parallelamente all’attività concertistica, porta avanti una costante attività di ricerca e divulgazione sul rapporto tra musica e matematica, tema al centro di conferenze, masterclass e incontri ospitati in Italia e all’estero.
In questa intervista ci racconta come nasce il suo approccio alla “conversazione-concerto”, il dialogo tra musica e pensiero matematico, il significato del programma presentato a Piano City Milano e il ruolo che la divulgazione può avere oggi nel creare un nuovo rapporto tra la musica classica e le giovani generazioni.
INTERVISTA
La formula della “conversazione-concerto” unisce divulgazione, esecuzione e analisi: come nasce l’esigenza di raccontare la musica anche attraverso la parola e il pensiero matematico?
Il motivo principale è sicuramente la divulgazione: raccontare ciò che faccio e permettere al pubblico di comprendere tutto il percorso che sta dietro all’elaborazione di un brano, allo studio e alle scelte interpretative. È un modo, nelle mie intenzioni, per avvicinare il pubblico all’artista, azzerare le distanze e renderlo consapevole di ciò che ascolterà.
Da qui nasce l’idea della conversazione-concerto. Dall’altra parte c’è poi la matematica, che fa parte profondamente della mia vita: oltre ad avere una formazione matematica, sono ricercatrice universitaria, quindi è anche la mia attività professionale. Questo ha inevitabilmente dei risvolti molto concreti nel mio modo di studiare la musica e leggere lo spartito. Il beneficio che traggo da questo approccio è evidente.
Naturalmente tutto dipende anche dai contesti. Ci sono occasioni in cui posso aggiungere una parte più descrittiva dedicata alla matematica applicata alla musica, ma per farlo ho bisogno di strumenti multimediali, come uno schermo o un proiettore, e non sempre le sedi lo consentono. Per esempio, domani ci sarà la conversazione-concerto al pianoforte, ma senza riferimenti espliciti alla matematica.
In Piano City Milano presenta il programma “L’universo femminile tra le note di Schubert, Liszt e Leoncavallo”: quali figure, emozioni o archetipi femminili emergono maggiormente dalle opere scelte?
È stata una scelta molto mirata e pensata con attenzione. Da una parte ci sono quattro brani della Suite espagnole di Leoncavallo, che restituiscono con grande chiarezza — anche attraverso quel verismo tipico del compositore — colori, emozioni, suoni e strumenti della tradizione popolare spagnola. Qui emerge la figura della donna del popolo, della donna che attraverso la danza esprime anche le difficoltà della propria esistenza. Non dimentichiamo che il flamenco non nasce come musica di festa, ma porta con sé sofferenza e intensità emotiva.
Durante il concerto metterò in evidenza tutti gli elementi della tradizione spagnola presenti in questi brani: il ritmo dei tacchi della danzatrice di flamenco, la chitarra, il battito delle mani. Cercherò di far percepire tutto questo direttamente nella musica.
Con Schubert, invece, ci spostiamo in un’Europa completamente diversa: un contesto aristocratico e nobile. Ho scelto per l’occasione la trascrizione lisztiana di Die junge Nonne (“La giovane suora”), uno dei Lieder più straordinari di Schubert. Qui viene raccontato il travaglio interiore di una ragazza probabilmente costretta a prendere i voti, rinunciando ai privilegi e alle tentazioni della vita terrena.
È quindi un’altra forma di difficoltà femminile: non quella della donna del popolo che lotta per sopravvivere, ma quella di una giovane proveniente da una famiglia privilegiata, catapultata in un mondo che non aveva scelto.
Mi interessa osservare le difficoltà delle donne da prospettive sociali differenti e credo che queste tematiche siano ancora oggi molto attuali. Purtroppo continuiamo a parlare di diritti delle donne, di diritti da difendere e, in alcuni casi, ancora da conquistare. Per questo ritengo che questi brani non appartengano al passato, ma parlino ancora profondamente al nostro presente.
Lei sostiene che il metodo matematico possa aiutare a comprendere più a fondo una composizione musicale: può farci un esempio concreto di come analisi e interpretazione dialogano nel suo lavoro pianistico?
Da una parte c’è un metodo di indagine e di studio che è tipico dello scienziato: un approccio logico-deduttivo e analitico. Io vedo lo spartito come un insieme di dati, quasi come la dimostrazione di un teorema complesso: qualcosa che deve possedere una coerenza interna, una logica, una sequenza precisa, in cui ogni elemento ha un significato ben definito.
Dall’altra parte, nella musica riconosco vere e proprie figure geometriche e trasformazioni matematiche. Le vedo negli spartiti e spesso mi aiutano anche a compiere scelte interpretative convincenti: rallentandi, respiri, sospensioni che interrompono una frase musicale possono corrispondere a strutture o trasformazioni molto precise.
Per spiegare tutto questo in maniera davvero chiara, però, avrei bisogno di un supporto visivo, come un proiettore o una presentazione.
La sua carriera si muove tra concertismo internazionale, ricerca universitaria e divulgazione culturale. Ha mai percepito queste discipline come mondi separati oppure per lei fanno parte di un unico linguaggio?
Per molto tempo ho avuto l’impressione di vivere due vite parallele: quella della matematica e quella della musica. Oggi, invece, mi rendo conto che queste dimensioni si sono sempre integrate e hanno lavorato insieme, anche senza che io ne fossi pienamente consapevole.
Adesso sto raccogliendo i frutti di una vita di lavoro e di questa sintesi tra discipline. Questa contaminazione è evidente non solo a me, ma anche alla critica internazionale, che in occasione delle mie produzioni discografiche ha spesso sottolineato come le mie interpretazioni siano insieme logiche, chiare, originali e rigorose dal punto di vista filologico, ma anche profondamente appassionate.
Vorrei però chiarire un punto importante: il fatto di leggere la musica anche attraverso una struttura matematica non significa renderla fredda o meccanica. Sarebbe un suicidio artistico. È semplicemente una chiave di lettura in più, una dimensione aggiuntiva che mi aiuta a comprendere meglio la struttura, il senso e la logica del pensiero del compositore.
Questo vale soprattutto per repertori diversi: nei romantici molte indicazioni sono scritte chiaramente nello spartito; nei barocchi, invece, quasi nulla veniva annotato, anche perché gli strumenti a tastiera dell’epoca non permettevano effetti come crescendo o diminuendo. Ma quei colori e quelle intenzioni erano certamente presenti nell’immaginazione del compositore.
In un’epoca in cui la musica classica cerca nuovi modi per dialogare con il pubblico, quanto è importante creare esperienze “ibride” come le sue conversazioni-concerto per avvicinare soprattutto le nuove generazioni?
Credo sia importantissimo, soprattutto in un momento di grande povertà culturale e di difficoltà per i giovani, continuamente immersi in un flusso rapidissimo di informazioni e stimoli elettronici che arrivano e scompaiono con la stessa velocità.
La musica classica può rappresentare uno spazio diverso: un momento di raccoglimento, di concentrazione, quasi di isolamento rispetto a una quotidianità spesso alienante. Attraverso questi incontri, soprattutto i giovani possono comprendere che per costruire qualcosa di concreto servono impegno, tempo, disciplina e concentrazione; che nulla si ottiene davvero con la velocità apparente che spesso viene proposta dai social e dalla comunicazione contemporanea.
La musica insegna il valore del lavoro serio e profondo. E può offrire anche conforto, serenità, momenti di intimità e di ascolto di sé stessi.
Per questo penso che oggi la figura dell’artista che sale sul palco, esegue e poi se ne va non sia più sufficiente, almeno se l’obiettivo è coinvolgere nuovi pubblici. Quel modello continua certamente a funzionare con chi ha già familiarità con la musica classica, ma per avvicinare i giovani credo sia necessario creare un dialogo.
Durante queste conversazioni-concerto mi capita spesso di vedere anche bambini in sala, e questo mi fa molto piacere, perché significa che questi incontri sono davvero accessibili a tutti. Possono diventare occasioni di riflessione anche per i genitori, mostrando quanto lo studio della musica possa essere importante nella crescita personale dei figli.
In fondo, la considero quasi una missione sociale.

Per ogni cosa c’è un posto
ma quello della meraviglia
è solo un po’ più nascosto
(Niccolò Fabi)