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Intervista ai Keepalata: il loro percorso in cerca di equilibrio

by Paola Pagni

Keepalata è un collettivo musicale indipendente formato da DonGocò (Antonio Turano – Roggiano Gravina), Cario M. (Mirko Cario – Rende), Brigante (Lorenzo Curcio – Rende) e Libberà (Liberale Piraino – Terranova), quattro tra rapper e beatmaker calabresi. Iniziano i loro rispettivi percorsi musicali nei primi anni del 2000, collaborando sia tra di loro che con diverse realtà della scena Hip-Hop underground.


Il nome Keepalata compare per la prima volta nel 2012 con il singolo “Rap grow up”. Sempre nello stesso anno iniziano le prime pubblicazioni del collettivo: “Far finta di essere chiari” (2012) KeepalataRockers EP (2014).

Il moniker rimarca il legame con il territorio, “cchi palata” è infatti un’esclamazione tutta calabrese per descrivere qualche cosa che ha un impatto molto forte, come una botta, una palata appunto. L’inglesismo “keep” è un tributo al concetto dell’Hip-Hop delle origini “keep it real”.

Nel corso degli anni il gruppo matura una ricca esperienza live e di studio session, esibendosi in tutta Italia confrontandosi con artisti del calibro di DJ Lugi, Kiave, Funk Shui Project, Lord Madness, DJ Gruff e Nextone. Oltre ai lavori Keepalata, infatti, ciascuno dei componenti vanta un ampio numero di pubblicazioni, tutte disponibili in rete.
Attualmente consolidano la loro intesa artistica pubblicando il nuovo LP dal titolo “Siamo qui” per Aldebaran Records.

Abbiamo scambiato qualche battuta con i Keepalata in occasione dell’uscita di Siamo Qui, fuori dai soliti clichè stilistici.

Intervista ai Keepalata

Come vi è venuta l’idea di dare vista ad un collettivo indipendente?

Ci conosciamo e collaboriamo insieme praticamente dall’inizio delle nostre esperienze musicali e l’idea di fare un lavoro interamente insieme ci ha sempre intrigato.

Come quando si organizza una festa tra amici ed ognuno porta qualcosa da mangiare o da bere, così ognuno di voi ha portato all’interno di questo lavoro il proprio percorso: è stato difficile poi mettere tutto insieme in “Siamo Qui”?

La parte creativa non è stata per niente difficile perché siamo tutti e quattro molto creativi già di per sé e nell’incontro le idee nascono in modo esponenziale. La cosa più difficile, e che per questo siamo arrivati a concretizzare solo dopo anni di conoscenza e stima artistica, è invece la capacità di lavorare insieme a tutto quello che comporta creare un progetto così completo e ufficiale come il disco “siamo qui”. È un percorso, stiamo trovando il nostro equilibrio.

Qual è, se c’è, il fil rouge che invece lega tra loro questi percorsi?

Sicuramente la voglia e la prerogativa imprescindibile di mantenere la propria arte autentica e libera dalle dinamiche opportunistiche del mercato e della scena musicale.

In Gangstop dite una cosa molto interessante riguardo all’associazione che spesso si fa del rap ad uno stile di vita “poco raccomandabile” o comunque associato a contesti di disagio sociale: è il momento di sfatare questo mito?

In realtà crediamo che questo stereotipo sia stato ormai scardinato da tempo, ci sono diversi artisti che ne sono conferma. Ci piaceva l’associazione dell’immaginario Gangster con il dialetto calabrese che rende molto bene la violenza (ma verbale). Per questo nasce il pezzo, perché il legame alla tradizione sia per gli aspetti artistici (come il dialetto) e non in toto per qualsiasi cosa venga dalle origini (come il disagio sociale nel quale è vero che il rap è nato). Se non ci facciamo noi portatori di cambiamento nel rispetto della tradizione, rimaniamo vittime della tradizione. Ogni tanto questo cortocircuito avviene, qualche deriva nostalgica riemerge, allora è utile ripeterlo: GangStop!

Uroboro è invece un brano che parla proprio del periodo pandemico, questo serpente che si morde la coda che ricorda che tutto fa parte di un ciclo infinito: il messaggio dovrebbe essere confortante oppure il contrario?

L’osservazione di una dinamica e di una modalità di funzionamento delle realtà non può essere né confortante né demoralizzante. La cosa che può esserlo è invece il modo nel quale si scopre di essere capaci di rispondere a queste dinamiche. La ciclicità è questa. Per te che cos’è? Uno stimolo per essere tu elemento di discontinuità o per accodarti al serpente?

 Se doveste consigliare un metodo di ascolto per “Siamo Qui” sarebbe seguire l’ordine dei brani, o forse c’è un pezzo che più di altri, introduce immediatamente il concetto del vostro lavoro?

No, la tracklist è fatta e pensata come si faceva una volta per i dischi! Non è un insieme di singoli ma è proprio un percorso, oscillante. Fin dalla prima traccia che è infatti proprio l’entrata nel club, nel nostro locale, nel nostro spazio, con tanto di indicazioni per iniziare il viaggio: bounce!

State già pensando a come portare live questo lavoro?

Sì live è un aspetto fondamentale per tutti noi e stiamo iniziando a costruire delle occasioni per incontrarci dal vivo e portare questa esperienza al massimo della sua espressione grazie anche alla nostra presenza fisica, nostra di noi quattro e del pubblico.

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