Bentornati dal qui presente scribacchino per il quale il III Millennio suona ancora come il 1994. Se siete qui, è perché nel precedente episodio siamo riusciti a mettervi l’acquolina in bocca e la curiosità nelle orecchie, tra perle oscure e lavori un po’ più conosciuti. Bando alle ciance e ciancio alle bande, ordunque, e spazio alle band.

Mother Love Bone – Apple (1989, Polygram Records)

La volta scorsa, parlando dei Temple of The Dog, abbiamo accennato ad Andy Wood e ai Mother Love Bone. Ebbene, il gruppo ha avuto il duplice ruolo di “voce fuori dal coro” della scena di Seattle e al contempo precursore del Grunge. “Apple” è impregnato di glam metal (This Is Shangrila, Holly Roller), ma anche di quella vena velatamente malinconica e introspettiva tipica dei futuri Anni ’90 (la meravigliosa Crown Of Thorns). Andy era un grande frontman, con una voce riconoscibile e un futuro promettente. Dalle ceneri dei Mother Love Bone nascono, a circa un anno di distanza, i Pearl Jam.

Mad Season – Above (1995, Sony BMG)

Altro capolavoro che in troppo pochi conoscono. Layne Staley degli Alice In Chains alla voce, Mike McReady dei Pearl Jam alla chitarra, Barrett Martin degli Screaming Trees alla batteria (nel brano “Locomotive” farà capolino il suo compagno di band, un certo Mark Lanegan) e John Baker Saunders. La band è nata dopo l’incontro di McCready e Saunders mentre i due erano nella stessa clinica per disintossicarsi dalla dipendenza da cocaina (Mike) e da eroina (John). Cosa può risultare da tutto ciò? Una grande gemma oscura del Grunge. Da poco è disponibile una versione rimasterizzata e deluxe dell’album. Accaparratevela.

Bush – Sixteen Stone (1994, Atlantic Records)

Sempre etichettati impropriamente come post Grunge, l’album di debutto della band di Gavin Rossdale è quanto di più godibile possa esserci nella loro discografia, complice la presenza di pezzi da 90 come Glycerine, Comedown, Alien e quell’opener tagliente di Everything Zen. Meglio del successivo (e pur ottimo) “Razorblade Suitcase” perché più equilibrato, più omogeneo dall’inizio alla fine. Piccola digressione: dei Bush post 2010 (che in pratica si sono trasformati in Gavin Rossdale & band), consiglio l’ascolto degli album “Sea Of Memories” e “Man On The Run”.

Sponge – Rotting Piñata (1994, Sony Music)

Conoscete quella sensazione di aver già sentito una canzone da qualche parte, ma non avete idea di chi sia l’artista, né tantomeno il titolo della canzone stessa? Ecco, il sottoscritto ha avuto per anni questa sensazione con “Plowed” degli Sponge. La band è ancora miracolosamente in attività, ma quest’album del 1994 è un’autentica perla, per certi versi avanti di qualche anno rispetto al panorama dell’epoca.

Melvins – Houdini (1992, WEA International)

Avrei potuto consigliarvi “Stoner Witch” del 1994, grande disco e forse leggerissimamente più facile da assimilare grazie alla produzione notevolmente migliore, ma con Hoodini capirete perché Kurt Cobain stravedeva per i Melvins. Soprattutto, capirete che molte band del periodo devono molto, se non moltissimo, ai Melvins.

E anche la seconda cinquina è andata. Avete tanto materiale da approfondire, dischi molto diversi gli uni dagli altri. È questo il bello del periodo Grunge: non avendo particolari cardini stilistici, si spazia dalle influenze più metal a quelle dannatamente più punk e stridenti, senza contare una labile e piacevolissima sottotraccia melodia più pop (come la intendeva Kurt Cobain).

a cura di Andrea Mariano