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“Tempi anomali per un recinto di polli” per Massaroni Pianoforti – INTERVISTA

by Alessia Andreon
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In uscita il 23 gennaio 2026, per Il Piccio Records, Tempi anomali per un recinto di polli,  il nuovo album di Massaroni Pianoforti: undici tracce nate dal bisogno di rompere il recinto delle proprie certezze e guardarsi senza sconti.

Un lavoro composto da undici tracce – cinque delle quali intermezzi – che si configura come un vero e proprio percorso narrativo più che come una semplice raccolta di canzoni.

Accompagnato dal fratello Andrea e dal produttore abruzzese Andrea “Giamba” Di Giambattista, Massaroni Pianoforti costruisce un disco che mette al centro il tema della perdita di certezze e del bisogno, spesso traumatico, di uscire dalla propria comfort zone.

Il “recinto” evocato nel titolo diventa così una potente metafora dell’esistenza contemporanea: uno spazio apparentemente sicuro, fatto di abitudini e confini familiari che finisce, però, per sottrarre libertà e consapevolezza.

Dal punto di vista musicale, Tempi anomali per un recinto di polli conferma l’attenzione artigianale dell’artista per il dettaglio e per l’equilibrio tra tradizione e sperimentazione.

La scrittura di matrice classica, debitrice della grande canzone d’autore italiana, si intreccia con arrangiamenti che spaziano tra strumenti acustici, archi, cori ed elementi elettronici, senza mai perdere coerenza o intensità espressiva.

Ogni brano contribuisce a delineare una fotografia sincera e spietata dei nostri tempi, restituendo un senso di inquietudine che è al tempo stesso personale e collettivo.

Disponibile in formato fisico (CD) e sulle piattaforme digitali che garantiscono un giusto riconoscimento agli artisti, l’album rappresenta per Massaroni Pianoforti un punto di svolta: un atto di consapevolezza, un gesto necessario per “uscire dal recinto” e provare, finalmente, a raggiungersi.

INTERVISTA
“Poveri figli” sembra una canzone da ascoltare “a volume alto”: che tipo di ascolto immagini per questo brano?

Si, esatto, perché ha quella ritmica che ti fa battere il piede e ti trasmette gioia. Riascoltando il disco, dopo averlo chiuso, ho notato che queste canzoni mi danno positività, malgrado talvolta gli argomenti siano provocatori.

Devo ammettere che la base ritmica che gli ha conferito Andrea Di Giambattista crea l’effetto sperato: prima devi far battere il tempo a chi ascolta, il testo arriva dopo, va riascoltato e metabolizzato.

Archi e cori dialogano con una scrittura di matrice classica: quanto è stato importante l’arrangiamento nella costruzione dell’identità del disco?

Sono accordatore e trasportatore di pianoforti e, anche per ascolti, ho una base di riferimento più classica, intesa come cantautorato, però mi piace anche variare e sperimentare. Ogni mio album ha delle contaminazioni, questo è più “rock”, tra virgolette, perché ho unito la mia vena più classica a quella del mio collaboratore.

Per quanto riguarda la stesura, il testo è intoccabile, nel senso che ci impiego mesi e anni a tirarle fuori e quando lo faccio è perché ne sono sicuro.

Ho sempre lavorato con un’altra persona accanto come produttore artistico perché, non essendo il mio mestiere, mi piace avere il parere di chi è più competente di me.

Nei vari album questa figura è stata ricoperta da mio fratello e da altre persone, ma ritengo fondamentale avere un ulteriore punto di vista per quanto riguarda la “veste” musicale.

Il titolo sembra compassionevole, ma il tono del brano è ironico e tagliente. Chi sono, per te, i “poveri figli”?

Siamo noi…

È un monito, per le nuove generazioni ma anche per noi e per i tempi che stiamo vivendo, che vuole proteggere e mettere in guardia da quello che si vede in televisione, da quello che si fa per diventare famosi, per diventare influencer, ottenere sempre più follower…

Si evince che ci mancano dei punti di riferimento forti, come li avevamo nel passato, e che si tende ad assumere come modelli quelli che normalmente sarebbero considerati delle macchiette.

La televisione è al centro della canzone: secondo te è, ancora oggi, il simbolo più efficace delle nostre contraddizioni sociali?

Ti ringrazio perché scrivendo le canzoni è difficile spiegarle e penso sempre si perda qualcosa.

Ci sono dei versi che parlano di coloro che in tv si atteggiano da luminari e poi non sono neanche laureati; il mio intento era quello di richiamare l’attenzione sul fatto che ciò che dicono di fare in realtà è per un loro tornaconto, non certo per noi che li stiamo ad ascoltare.

In questo nuovo progetto senti di aver spinto sull’urgenza espressiva?

Ho iniziato a scrivere canzoni per me stesso, non per eseguirle su un palco; quello è arrivato verso i trent’anni e solo ora sto provando a farla diventare un mestiere.

Più passa il tempo più ho voglia di farle sentire alla gente, di avere un riconoscimento, sono diventato più sensibile e ho bisogno di qualche carezza anch’io! 

“Tempi anomali per un recinto di polli” è un titolo molto evocativo: quando è nato e cosa rappresenta per te questo “recinto”?

Non è un concetto nuovo: Gaber aveva fatto uno spettacolo teatrale che si intitolava “Polli da allevamento” in cui faceva una critica sociale al movimento del Settantasette.

Parla della mia vita, specialmente di questi ultimi due anni, quindi direi che è totalmente autobiografico, e di come ho voluto uscire dal mio recinto, dalla comfort zone, provando a sfuggire dai condizionamenti esterni e raggiungermi.

Cosa vuoi che arrivi all’ascoltatore di questo l’album?

I cantautori che ho amato mi hanno divertito, emozionato, commosso, tirato le orecchie… li ho ascoltati e riascoltati, mi hanno trasmesso messaggi diversi a seconda del momento della vita in cui li ho ascoltati.

Il mio scopo è cercare di fare delle canzoni che non invecchino, che abbiano “il passaporto del tempo” come dice Baglioni, che abbiano diverse chiavi di lettura e ti facciano pensare.

Dopo aver “provato a raggiungerti” con questo disco, senti di essere più vicino a te stesso?

Già col disco precedente ho cercato di dimostrarmi qualcosa e mi sono sentito libero di fare quello che volevo. Ora mi sento di essere totalmente libero e infatti sto già pensando al prossimo!

Avete scelto piattaforme digitali che garantiscono un giusto riconoscimento agli artisti: quanto è importante oggi prendere posizione anche su questi aspetti?

Se fossi un big sarebbe più comodo prendere questa posizione e avere anche un riscontro, ma quando sei indipendente è un rischio.

Ci tengo che sia un disco che, come tutti gli altri che ho fatto, abbia un valore.

Credo che spesso sia sottovalutato il lavoro di cantautore; si pretende che la musica debba essere gratuita, che non dica niente, che sia orecchiabile, che uno valga l’altro.

Dietro la musica c’è un lavoro di istinto e di esperienza, che ha un costo, come lo ha avere tante persone che lavorano dentro ad un progetto, quindi è giusto che debba essere pagata, se ti piace.

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