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PERGOLA ci racconta il suo primo album “STREAM! – INTERVISTA

by Alessia Andreon
Pergola b

“STREAM!” è il titolo del nuovo album del cantautore e compositore campano Pergola

“Dove il sogno va”, primo singolo estratto, trasporta l’ascoltatore nelle atmosfere oniriche che pervadono tutto l’album, caratterizzato da testi profondi e atmosfere suggestive

In seguito ad un lungo percorso introspettivo, Pergola spinge l’ascoltatore a riflettere sui tempi che stiamo vivendo, partendo da storie di vita vissuta, e per questo profondamente calate nella realtà, per immaginare un mondo utopico e migliore. 

Il videoclip di “Dove il sogno va” è stato diretto da Angelo Giordano, e vede Pergola camminare tra scenari che mutano intorno a lui, come se stesse inseguendo il sogno per potersi considerare ancora vivo.

Nei testi dell’album troviamo temi come l’isolamento, il desiderio di evasione e i conflitti interiori, in cui è facile immedesimarsi.

L’album si avvale di prestigiose collaborazioni con artisti e produttori di fama mondialedel calibro di Simon PhillipsLenny CastroChris Hughes, Tony Franklin, Ted Jensen ed è stato registrato in importanti studi, tra cui i prestigiosi Real World Studios fondati da Peter Gabriel.

Il progetto discografico “STREAM!”, come ci ha raccontato Pergola nell’intervista che segue, ha avuto una lunga e travagliata gestazione in cui la scelta di abbandonare definitivamente la musica elettronica, che lo aveva reso noto al grande pubblico, è stata la chiave di volta per la costruzione del disco.

INTERVISTA
“Dove il sogno va” è una dichiarazione d’intenti per l’album che è appena uscito?

Credo che, “Dove il sogno va”, sia il brano più catchy e radiofonico del disco ed è anche quello che è stato scritto da più tempo, circa quattro anni fa, nei Real World Studios di Peter Gabriel.

Il mio intento era quello di trattare “il sogno” e da lì ho iniziato a concentrarmi sui testi e a soffermarmi su determinati aspetti della tematica onirica; quindi è chiaramente un manifesto di quello che volevo trasmettere con questo disco.

Mi ha stupito il tuo cambiamento di rotta rispetto all’inizio della tua carriera, che era orientata sulla musica elettronica…

L’esperienza nel clubbing è stata una conseguenza del mio essere musicista, infatti è stato il mio primo approccio alla produzione.

Ho avuto la fortuna di avere dei riscontri immediati nell’elettronica, quando avevo all’incirca 16/17 anni, con la cover di un brano “Rockin’ in the Free World” di Neil Young, arrangiato in una chiave più elettronica, e  questo mi ha portato la popolarità nel pubblico della notte e mi ha aperto le porte per fare il DJ.

Questa avventura è durata circa cinque anni, però avevo sempre il tarlo di fare il musicista e il produttore; volevo concentrarmi sulla scrittura e sulla composizione, su qualcosa che rispecchiasse il mio background musicale, legato al rock e al sound americano e anglosassone.

Nel 2021 andai ai Real World Studios e iniziai a definire meglio il mio progetto ma, nel contempo, ero all’apice della mia carriera elettronica e la situazione ha iniziato a pesarmi, anche fisicamente, perché facevo qualcosa che non mi rispecchiava, finché, nel 2023, è arrivato un momento in cui ho dovuto scegliere, perché tenere due percorsi paralleli era diventato praticamente impossibile.

Ho preso quindi la decisione di ritirarmi completamente da quel mondo, per dedicarmi solo ed esclusivamente all’album.

Sono contentissimo, a prescindere dai risultati che poi ci potranno essere: ha prevalso il cuore, ed è giusto così.

Che effetto ti ha fatto registrare in un luogo così “sacro”, con la supervisione agli arrangiamenti del produttore musicale di fama internazionale Chris Hughes?

Quando sono andato agli Studios, devo ammettere che non avevo ancora un’idea chiara del disco, non ero certo neanche di poterlo realizzare.

Quando sono tornato a casa avevo del materiale che mi piaceva e da lì ho cercato di proseguire sulla stessa linea.

Nell’ estate 2023 ho capito che si stavano iniziando a delineare delle idee musicali valide e, tra le circa quaranta tracce che avevo, quelle che sono nel disco si sono rivelate quelle più convincenti.

Fino a maggio 2024 mi sono dedicato alla produzione, alla registrazione prima delle parti strumentali e poi sono aggiunti dei grandi ospiti come Simon Phillips, Lenny Castro, Chris Hughes, Tony Franklin, Ted Jensen e altri e si è iniziata a formare la mia band, fatta da ragazzi giovanissimi anche più piccoli di me, ma super talentuosi.

La cosa più bella di questo progetto è l’unione di questi due mondi: grandissimi professionisti e ragazzi alle prime esperienze che hanno solo voglia di fare musica.

Pur essendo io stesso il produttore, arrangiatore e compositore, è un disco che dipende dalle persone che ci hanno lavorato. Senza i collaboratori, perché hanno lavorato effettivamente alla realizzazione del prodotto, migliorandolo, non avrei potuto fare assolutamente niente.

La musica è l’arte dell’incontro per definizione, quindi ho sentito il peso della condivisione ed è la cosa più bella di questo lavoro.

Il momento in cui ho capito che effettivamente il disco c’era, ed era pronto, è stato nella fase di mix, verso fine febbraio, e poi ai primi di aprile, con il master finale a cura di Ted Jensen, ho capito che il lavoro era, finalmente, concluso.

“Un lungo addio” è un dialogo tra te e la persona dalla quale ti devi allontanare, che funge da spirito guida?

La voce femminile che duetta con me è di Eleonora Minitiello, una ragazza fantastica, con un grandissimo talento, che ha partecipato anche ad altri brani del disco.

Con lei è nata da subito, a livello artistico, una bellissima sinergia e spero possa fare delle cose importanti.

Come hai giustamente colto, la sua è una sorta di controparte sognante di questo addio, che forse non è per sempre.

Ho voluto soffermarmi sul fatto che, alla fine, quando ci si separa, finché  il sogno vive in noi, non c’è mai un addio vero e proprio.

È stata la canzone più difficile da scrivere e è stata anche l’ultima che ho terminato. 

“Un lungo addio” e “Strade perdute” sono le canzoni alle quali tengo di più in assoluto e, specialmente nella prima, c’è un’atmosfera magica, che la rende unica, sia per il duetto con Eleonora che è stato molto intenso, che per la presenza al basso di Tony Franklin, storico bassista di Kate Bush, David Gilmour e Jimmy Page.

Il suo ruolo è stato fondamentale in questo brano perché il basso ha un posto importantissimo nel mix e gli assegna una componente melodica tra un passaggio di voce e un altro. Tutta questa atmosfera ha reso questo brano, forse, il più speciale.

Come tutte le canzoni del disco è autobiografica ma non vorrei fosse considerata una canzone d’amore.

È stata ispirata da un fumetto di Dylan Dog che si intitola appunto “Il lungo addio”; da super fan di Dylan Dog ho voluto omaggiare la mia passione per il fumetto con questo testo.

 “Strade perdute” racconta con disincanto il degrado urbano. Qual’ è il “sogno perso in te” di cui parli?

“Un lungo addio” e “Strade perdute” sono collegate dalla stessa matrice di ispirazione, pur prendendo strade diverse: “Strade perdute” è una canzone che parla dell’incontro di due ragazzi che si immergono nel degrado urbano e questa cosa è stata pensata per le strade di Milano.

Funge da trait d’union tra le due anime del disco: il lato emozionale e il lato più sociale, per il chiaro riferimento al degrado urbano.

La figura del sognatore che ricorre nelle tracce indica colui che sfugge da dal mondo circostante, una persona che non si riconosce nel mondo attuale e vuole andare contro le ingiustizie, i prepotenti e i mali del mondo. È una persona che si fa delle domande esistenziali alle quali ovviamente non c’è risposta. Però se le pone e si ferma a riflettere.

Questo, secondo me, è il sognatore del disco, che immagina un futuro migliore e utopico, per certi versi.

“Nell’attimo della realtà” canti tutti quegli eventi che hanno sconvolto il mondo negli ultimi anni come l’attacco al Bataclan e il naufragio di Cutro. È possibile, non solo in sogno, un mondo migliore?

Bono Vox diceva che le canzoni possono cambiare le persone e credo sia una verità assoluta di cui oggi, però, ci stiamo dimenticando, perché stiamo sottovalutando il potere dell’arte, in particolar modo delle canzoni, che hanno la forza intrinseca nelle parole.

Nel mio piccolo, l’ambizione che avevo con questo disco, era quella di cambiare il mondo, di lasciare un messaggio e porre dei quesiti nell’ascoltatore.

Credo sia importante porsi delle domande perché stiamo attraversando un periodo molto difficile, dove non ci si sofferma più su certe tematiche.

Si va sempre di corsa e ci perdiamo tante cose per strada, quindi, l’incipit di “Nell’attimo in realtà” ha il compito di stimolare la riflessione.

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