Home Interviste “One blood” dei Tarantola ci ricorda che abbiamo tutti il sangue dello stesso colore – INTERVISTA

“One blood” dei Tarantola ci ricorda che abbiamo tutti il sangue dello stesso colore – INTERVISTA

by Alessia Andreon
Mauro's One Blood Album Artworks

Dopo quattro singoli pubblicati la scorsa primavera, è arrivato il nuovo album dei Tarantola: One Blood, che si propone di valorizzare gli elementi comuni, come il colore del sangue che è uguale per tutti gli esseri della terra, al di là della razza e dalla latitudine.

Se si arrivasse a capire questo semplice concetto, probabilmente, non esisterebbero più conflitti nel mondo.

Con One Blood, la band celebra la forza che consente di superare gli ostacoli, esplorando temi come la migrazione, la resilienza e l’orgoglio culturale, inteso come fierezza per la propria eredità culturale (tradizioni, lingua) intesa sempre in un’ottica di uguaglianza e rispetto nei confronti di coloro che sono portatori di eredità culturali diverse.

La musica è un ponte, secondo i Tarantola, che ha il potere di unire persone anche molto diverse

Nell’ album si incontrano stili diversi come Reggae Roots al Dub, dalla Dancehall al Modern Reggae, dal Soul alla Taranta, che riflettono la natura multiculturale e multi-genere della band.

Undici brani che vedono anche la collaborazione di talentuosi musicisti del calibro di Daddy Freddy, Awa Fall, Papa Leu, Manlio Calafrocampano e Scaraman, Sabaman e Brass Brothers che conferiscono al progetto un respiro internazionale.

Ne abbiamo parlato con Mauro Lacandia, fondatore dei Tarantola.

INTERVISTA
Ciao Mauro,

“One blood” affronta tematiche importanti come la migrazione, l’uguaglianza e il rispetto nei confronti di coloro che sono portatori di eredità culturali diverse. Come è nato questo album?

L’album è nato dalla consapevolezza che la mia storia personale, così come quella collettiva legata alla migrazione, sia importante e rilevante.
Quando ti sposti in un nuovo Paese, inizialmente puoi sentirti estraneo o inadeguato, ma col tempo capisci che la tua forza risiede proprio nel coraggio di cambiare, di partire, di imparare una nuova lingua e affermarti in un nuovo ambiente.

La discriminazione c’è stata a più livelli e in contesti differenti, sia in Italia—prima a Bologna—sia in Inghilterra, dove vivo ora.

Altro aspetto interessante è la commistione linguistica che avete creato già nella prima traccia, “Original Terron”, e che poi si ritrova anche in altri brani come “Where I Belong”: uno slang anglo-salentino, che ci riporta ai tempi delle migrazioni di massa dal sud Italia, ma poi, a ben guardare, riguarda anche i giorni d’oggi, con i famosi “cervelli in fuga”. È solo cambiato il modo di andarsene. Avete vissuto sulla vostra pelle questo problema?

Non voglio generalizzare, posso parlare solo della mia esperienza personale.
Ho avuto e continuo ad avere diverse opportunità in Italia, eppure mi sentivo comunque in una situazione stagnante. Per suonare devi spesso conoscere il cugino o l’amico dell’organizzatore, mentre per far ascoltare musica originale bisogna compiere sforzi enormi.

Qui suono la musica originale da sempre, e la gente ascolta, apprezza, paga un biglietto e vedere gente da tutte le parti del mondo cantare insieme, è la cosa più bella in assoluto. 
A Londra, insegno in un’università musicale, un ruolo ottenuto grazie a sacrifici e meriti; in Italia invece devi fare enormi sacrifici anche solo per una cattedra da assistente nelle scuole primarie, se sei fortunato.

Spesso in Italia il talento personale non viene riconosciuto immediatamente, e bisogna sempre cercare fuori dal Paese per avere riconoscimenti. Anche semplicemente per suonare nel mio paese di origine, tutto è reso complicato da interessi e speculazioni di vario genere.

L’album è ricco di collaborazioni e contaminazioni. È stata una scelta dettata più dall’esigenza di dare un respiro più ampio possibile al vostro progetto o dalla voglia di sperimentazione musicale che, comunque, pervade l’album?

Le collaborazioni si sono presentate come un’opportunità autentica per esplorare diversi generi all’interno del reggae. Essendo cresciuto ascoltando vari stili musicali e avendo lavorato in contesti culturali differenti, non riesco a limitarmi a un unico genere musicale. La sperimentazione è quindi una parte essenziale del progetto.

“Soul Vibration” è ispirato dalle parole di Lavanya Imandi, che riporta alla centralità dell’anima che unisce, indipendentemente da qualsiasi limite o distanza culturale e fisica. Cosa manca, secondo voi, nel mondo attuale per arrivare a questa consapevolezza?

Credo che oggi ci siano troppe distrazioni, troppe alternative immediate.
La vita sembra diventata come scegliere continuamente un film da guardare su Netflix, senza sapere mai cosa si vuole davvero.
L’amore diventa superficiale, così come le amicizie. I bisogni si fanno sempre più individuali, orientati alla carriera piuttosto che all’unione e al senso di comunità, specialmente in grandi città come Londra. Quando torno in Salento ritrovo quel senso di comunità autentico, anche se purtroppo anche lì le cose stanno cambiando rapidamente.

Fight for a Change” esorta a lottare per un futuro migliore, pur essendo, forse, il brano più intimo dell’album, interamente in chiave acustica. Mi ha stupito questa dissonanza tra titolo e veste musicale scelta

“Fight For A Change” è un brano che suoniamo dal vivo da diverso tempo e che avevamo già pubblicato alcuni anni fa con un arrangiamento dancehall-soca più energico.
Questa nuova versione acustica riflette maggiormente le emozioni che provo in un momento storico in cui assistiamo quotidianamente a tragedie sui nostri smartphone, sentendoci spesso impotenti di fronte a tutto ciò.

La scelta dell’arrangiamento acustico serve proprio a enfatizzare questo aspetto più emotivo e riflessivo.

Oltre a dare il titolo all’album “One Blood” è anche presente come traccia in due versioni diverse. Come mai avete scelto di pubblicarle entrambe nello stesso album?

Abbiamo avuto l’opportunità di includere anche la versione dub curata da Manuel Scaramuzzino, un ingegnere del suono italiano specializzato in mix e mastering, nonché mio mentore nella produzione musicale.
Ho voluto includere Manuel (Scaraman) nell’album proprio come segno di riconoscimento finale, dato che ha seguito da vicino tutte le fasi del processo creativo, dalla registrazione al mix fino al mastering.

Potrebbe piacerti anche