Si intitola “Brixia” il primo Ep del cantante italo africano Sidy. Un chiaro omaggio alla città in cui è cresciuto e nella quale ha mosso i primi passi verso il suo sogno musicale, con la sua band.
Colpisce di lui la semplicità e il fatto che non parli mai al singolare, segno che considera questo Ep frutto di un lavoro condiviso di chi ha collaborato alla realizzazione.
In “Brixia” troviamo sentimenti genuini come le prime delusioni amorose, l’attaccamento alla famiglia ed in particolare alla mamma, ma anche temi d’attualità come la condizione che vivono i ragazzi immigrati di seconda generazione, ovvero quelli che pur non essendo nati Italia sono cresciuti qui e conoscono il paese di provenienza solo per i racconti dei genitori. Come un po’ tutti i giovani della loro generazione, si sentono cittadini del mondo, ma con due patrie che, in qualche modo non li riconoscono totalmente come figli.
Sidy, come ci ha raccontato, ha lavorato sodo per arrivare alla stesura del suo primo lavoro in studio, un Ep che ha scritto e riscritto per farlo assomigliare il più possibile a ciò che è oggi: un ragazzo che dopo aver partecipato a XFactor 2017 è arrivato sul palco di Sanremo giovani 2025 con una nuova consapevolezza, data anche dagli incontri fortunati e dall’esperienza come corista di Mahmood nel suo tour 2022.
INTERVISTA
Ciao Sidy,
ti abbiamo conosciuto ad X Factor 2017 e poi ti abbiamo ritrovato sul palco di Sanremo Giovani, quest’anno, con “Tutte le volte”. Come si è evoluto in questi anni il tuo percorso musicale?
Sono cambiate veramente tante cose: ho iniziato a fare musica nella mia “città in miniatura”, vicino alle montagne, in provincia di Brescia, in cui vivo.
La prima band era composta dai miei amici e, fin dall’inizio, il nostro obiettivo era quello di fare musica originale, quindi, abbiamo iniziato fin da subito a scrivere canzoni.
Dopo pochissimo tempo è capitata l’occasione di partecipare a X Factor 2017 e mi ricordo che ai tempi ero reduce da una rottura amorosa e, per mia natura, sentivo il bisogno di qualcosa che mi aiutasse a superare quel momento, così mi sono iscritto ai provini, sotto la spinta anche dei miei genitori e degli amici. Era il mio secondo tentativo.
L’ho fatto più che altro per dimostrare a me stesso che le rotture amorose non ti distruggono totalmente, e sono stato molto fortunato, perché è stato primo passo verso un universo che, forse, fino a quel momento, non consideravo così grande.
X Factor mi ha permesso di incontrare tanti musicisti con cui mettermi in confronto, che mi hanno aiutato a definire meglio i miei obiettivi.
Ai tempi avevo ancora la mia band ma, forse, non avevamo ancora i mezzi giusti per comunicare; ripensandoci, è stato un viaggio bellissimo quello che mi ha portato fin qui: ci eravamo promessi di far uscire le nostre canzoni e abbiamo cominciato a provare 3-4 volte a settimana e abbiamo costruito la nostra prima sala prove.
Il percorso mio personale ha avuto una svolta quando mi arrivata la proposta di fare il corista per Mahmood durante il suo tour estivo 2022 e questo mi ha ulteriormente stimolato, soprattutto, a studiare, dato che ho dovuto entrare in un mondo musicale diverso dal mio.
In questi anni ho scritto tante canzoni, tra cui molte di quelle che sono nell’EP, ma negli ultimi tre mesi le ho tutte riprese in mano e ci siamo chiusi in studio, tra Brescia e Milano, per produrle e registrarle.
Avevo l’esigenza di recuperare le canzoni che già ci piacevano e andare più a fondo, cercando di capire perché le avevo scritte; rielaborare le emozioni a distanza di tempo mi ha consentito di far pace con ciò che mi spaventava.
Sanremo Giovani è stato un mix di emozioni perché è un palco con un nome altisonante ma l’ho affrontato, tutto sommato, serenamente, senza eccessiva pressione, cercando solo di godermi il momento il più possibile e il clima di convivialità con gli altri musicisti.
“Brixia” quindi è stato composto tempo fa?
La canzone più “nuova”, l’ultima che è stata scritta, è l’intro “Figlio d’arte”, di cui esistono marea di versioni.
Racconta di me, della mia famiglia, del percorso che ho fatto e della mia musica e, inizialmente, doveva essere una canzone vera e propria, per questo motivo ce ne sono varie edizioni.
Anche “Dinala Khar” è piuttosto vecchiotta, l’ho scritta nel 2022, e allora ne era stata registrata una versione che non mi convinceva del tutto, ugualmente per “Call center”.
“Avrò cura di te”, invece, non ha subito grandi cambiamenti a livello di testo e di produzione.
Il mio manager Dave è un santo, perché gli mandavo una marea di canzoni ogni giorno o, se saltavo qualche giorno, poi glie ne mandavo un bel paio insieme. Per me è stato un allenamento. Lui, probabilmente, era un po’ stufo di ascoltarle.
Sono convinto che la musica non si possa fare da soli: le collaborazioni servono a dare completezza e sfumature nuove al tutto.
Un artista deve avere delle idee da sviluppare, come se stesse dipingendo un’opera d’arte: la prima stesura deve essere personale, ma la crescita avviene solo tramite le altre persone, facendosi aiutare, confrontandosi con altri musicisti, ovviamente, senza perdere la propria essenza.
In questo album c’è, per esempio il cantautore Ugo Crepa, che è stato di una gentilezza e attenzione straordinari, e mi ha dato una mano sui testi.
Mi è piaciuta molto “Figlio d’arte” in cui parli del tuo rapporto con la tua terra d’origine, il Senegal, e con l’Italia, rafforzato dal fatto che sei nato il 25 aprile. Quello che ne traspare è che, in realtà, ti senti più cittadino del mondo che dei tuoi due paesi, è così?
È esattamente così, infatti, è un discorso che ho approfondito anche con le istituzioni, nel periodo del referendum.
Chi, come me, è un ragazzo di seconda generazione, si ritrova a non saper dividere i due mondi, ma a conoscerne e appartenere solamente a uno, che li contempla entrambi.
“Dinala Khar (Ti aspetterò)” racchiude il fortissimo legame che hai con tua madre…. È una bellissima dedica: come ha reagito lei ascoltandola?
È stata scritta in un periodo in cui mamma era andata a vivere in Francia e ha coinciso con il momento, dopo i conflitti dell’adolescenza, in cui ci stavamo di nuovo avvicinando e parlavamo tanto. Quando è partita ha lasciato un vuoto e quindi da lì nasce quel “ti aspetterò”…
Le piace tantissimo, ogni tanto me la canticchia… ha tutto un suo modo di dirmi che le piace: ogni tanto, quando mi telefona accenna il ritornello e questo mi riempie il cuore.
Leggendo i titoli della track list si ha l’impressione che sia la narrazione di un tuo “viaggio” introspettivo che termina con “Bagagli”, quasi a chiudere un ciclo. È stata una cosa voluta?
È stato un ragionamento che ho fatto pochi giorni fa, nel riascoltare per la quindicesima volta tutte le canzoni.
Questo EP, per me, equivale a una sorta di intro, che racconta me e la mia “Brixia”.
Quando andavo agli scout mi chiamavano “il chitarrista innamorato”, perché per me le canzoni d’amore erano una costante.
Per me il romanticismo lo si ritrova un po’ ovunque; non è solo l’amore tra due persone, ma è proprio il modo in cui comunichi un’emozione, che può essere positiva o negativa e, in quasi tutte le mie canzoni, ci sono varie fasi del ”romanticismo”.
Ci racconti qualcosa di più delle tracce che compongono l’EP?
“Brixia” mi rappresenta come città, guarda le mie emozioni e mio amore e vede anche le distanze con la persona che vorrei avere accanto.
“Tutte le volte” è un po’ più matura e racconta le difficoltà del volersi appoggiare a qualcosa che non regge il nostro peso.
“Call center” parla, invece, di un amore un po’ tossico, come Minuetto di Mia Martini.
“Avrò cura di te” descrive una persona che ha tantissimi colori e non riesce a vederli, che vorrei tenere al sicuro da un mondo che mi fa paura e, adesso che ci penso, si rifà ad una canzone che si intitolava “Sara”, e che avevo scritto anni fa.
“Bagagli” è l’inizio del viaggio dopo il tour del 2022, quando mi sono reso conto che fuori c’era un mondo ancora più grande, quando le responsabilità sono aumentate e ho capito che bisognava diventare adulti e ed essere capaci di affrontare questo mondo che sembra sempre più grande di te.
“Bagagli” racconta una vecchia storia come fosse un saluto e, allo stesso tempo, l’inizio di un viaggio, la separazione da una persona che non mi riconosce neanche più e da lì è venuto fuori l’autro, che mi piace tantissimo.
Hai lavorato sia con Mahmood che con Ghali, con chi altro ti piacerebbe collaborare in futuro?
Sicuramente in Italia con Venerus: penso sia uno dei miei artisti preferiti, soprattutto nell’ultimo periodo, perché ha una penna e una delicatezza spaventosa.
Frank Usher per la composizione alla chitarra e Leon Thomas, per quanto riguarda la musica estera, li considero i miei padri.

Per ogni cosa c’è un posto
ma quello della meraviglia
è solo un po’ più nascosto
(Niccolò Fabi)