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Intervista a Piero Chianura, creatore di Electroclassic Festival a Milano

by InsideMusic

“ELECTROCLASSIC SUMMER NIGHT” anticipa, il 6 agosto al Castello Sforzesco di Milano, la seconda edizione dell’Electroclassic Festival, già programmato dal 22 al 28 novembre 2020.

Abbiamo chiesto al musicista e giornalista Piero Chianura, organizzatore della rassegna musicale, di spiegarci come si possono incontrare l’elettronica e le sonorità degli strumenti tradizionali e classici senza che uno snaturi l’altro.

Salve Piero, benvenuto su Insidemusic! – dico io, un po’ intimorita – Lui prontamente mi toglie dall’imbarazzo e mi chiede di dargli del tu, dato che siamo colleghi, ma io per tutta l’intervista non ci sono riuscita affatto!

Leggendo il tuo background vedo un esperto in musica su tutti i fronti, dato che sei un giornalista ma anche un musicista ed organizzatore, quindi conosci bene l’ambiente.

Quale l’idea di base di un Festival elettro classico?

Partiamo da una considerazione che riguarda l’aspetto estetico, cioè come cambiato il mondo della produzione musicale, a partire dal musicista che, dopo anni di studio (classico o tradizionale),

si ritrova a non riuscire a trovare uno spazio professionale, come può essere un’orchestra. Il mondo dei musicisti è pieno di professionisti che, finito il percorso di studi, devono trovare un modo per suonare.

Ho notato che molti di loro decidono di abbracciare la musica pop, ed è questa la ragione per cui la produzione discografica si è riempita di pianisti che hanno una formazione di tipo classico. Hanno una preparazione elevata e cercano di fare qualche concerto,

ma, dato che è più facile esibirsi da soli che come band, per farlo si avvalgono dell’ausilio della tecnologia come woofer e pedaliere digitali,

con cui riescono ad estendere le capacità espressive del loro strumento base, ampliando anche la tavolozza timbrica, le suggestioni, gli ambienti sonori.

Come giornalista mi capita di andare in giro ad ascoltare musica, non necessariamente quella più famosa, e non di rado mi trovo in questa situazione:

neo diplomati al conservatorio che si dedicano a fare qualcosa che non è neanche catalogabile dal punto di vista musicale.

Protagonista e compagna di avventura in questa rivoluzione musicale è l’arpista Floraleda Sacchi, vincitrice, tra l’altro, di un Latin Grammy, che sarà l’ospite d’onore della serata del 6 Agosto.

Electroclassic nasce dall’osservazione del fenomeno di cui ti accennavo e Floraleda è l’esempio di un’artista che ha intrapreso un percorso personale e consapevole

dopo aver raggiunto un livello molto alto nella produzione della musica classica,

avendo fatto parte per anni di un’orchestra.

Insieme abbiamo creato un Festival rivolto a tutti quei musicisti che hanno voglia di sperimentare, di conseguenza è stato naturale affidare a lei la direzione artistica.

Il nostro intento è quello di fare da collettore, da strumento di promozione, dal vivo, dei musicisti che utilizzano l’elettronica, senza penalizzare la loro qualità,

basata sugli studi e quindi sulla padronanza dello strumento.

Vorremmo preservare la verità del rapporto tra musicista e ascoltatore, perché il pubblico sa percepire la bravura del musicista e cosa la tecnologia fa per ampliare la sua qualità di strumentista.

Il fatto che il festival sia di dimensioni medie e si svolga in luoghi raccolti favorisce il dialogo col pubblico e ricostruisce quella competenza/conoscenza degli ascoltatori che,

nel tempo, si è persa. La dimensione del concerto perciò favorisce la capacità di riconoscere anche qualitativamente che cosa avviene sul palco.

Mi pare che il Festival punti molto sul rapporto tra musicisti e pubblico.

Se ti piace come definizione io li chiamerei concerti realtà, nei quali il pubblico capisce perfettamente cosa succede durante l’esecuzione.

Realtà perché tutti noi abbiamo la capacità innata di comprendere il suono; fa parte della nostra essenza naturale: quando riceviamo uno stimolo sonoro, da qualunque elemento venga generato, riusciamo ad individuarne la fonte.

In quest’ottica gli strumenti classici ci sono talmente familiari che ci fanno sentire a nostro agio, perciò quello che viene aggiunto dalla tecnologia non modifica il suono di partenza;

tutto quello che viene aggiunto in digitale possiamo approfondirlo o ignorarlo, apprezzarlo o disprezzarlo,

ma non è ignoto, cosa che invece accade ai concerti di musica elettronica astratta dove non c’è nessun appiglio allo strumento originario.

L’Electroclassic Festival è uno dei primi segni della ripartenza nella regione più colpita dal Covid. Immagino che per la città significhi riappropriarsi non solo della cultura ma anche degli spazi ad essa adibiti con una nuova consapevolezza.

In questo periodo di pandemia ci siamo accorti della mancanza della musica dal vivo, quella che permette ai musicisti di vendere i cd che diventano testimonianza e cimelio del momento esperienziale vissuto. L’emozione del live rappresenta il futuro della musica,

sia in chiave economica che di relazione tra musicista e ascoltatore perciò l’esperienza dell’ascolto dello strumento,

nel momento e nello spazio in cui viene suonato, è assolutamente insostituibile ed è paradossale che la pandemia ci abbia tolto l’unica possibilità per ridare valore alla musica.

L’ Electroclassic festival è strutturato in modo che, potendo lavorare con un pubblico limitato, in spazi aperti e piccoli, si riescano a creare, comunque,

dei momenti condivisi con il pubblico presente al concerto.

Questo è un punto imprescindibile che caratterizza il nostro progetto. Il festival è la condivisione tra chi ascolta e chi suona. Non ci sono veli.

Sul palco il musicista da tutto sé stesso e il pubblico è perfettamente in grado di apprendere e percepire tutto; questa è la nostra forza.

Possiamo parlare di connubio perfetto tra tecnologia e strumenti classici?

Questa unione è molto interessante, dal nostro punto di vista. Anche nell’artigianato si cercano di unire qualità e conoscenza artigianale di quello che è il know-how del made in Italy e applicarlo alla tecnologia per ottenere i massimi risultati.

Questo è perfettamente traslabile nella musica: quando produciamo un concerto dal vivo abbiamo da un lato la qualità artigianale,

che è data dagli anni di studio del musicista sullo strumento, e dall’altro la qualità tecnologica,

che è capace di evolvere verso nuovi suoni e capacità espressive. Il concerto dal vivo fa sì che il pubblico possa apprezzare il lato umano e l’essenza del musicista che ha di fronte.

Si percepisce cioè la capacità artigianale nel suonare uno strumento e il passo ulteriore è quello di farlo utilizzando delle nuove tecnologie, modernizzando suoni e generi musicali.

Utilizzare l’elettronica può conferire dunque una nuova forza comunicativa anche a strumenti della musica popolare tradizionali?  

Ci sono degli strumenti che sono molto legati all’ambito musicale da cui provengono, come quelli popolari, per esempio lo scaccia pensieri,

che immediatamente richiama il contesto culturale,

sociale e anche di stereotipi che ci aiutano a collocarlo in un determinato luogo ma, effettivamente,

se vedessi sul palco un musicista che suona quello stesso strumento elaborato digitalmente,

il suo suono arcinoto si staccherebbe dalla raffigurazione più ovvia e per quello strumento si aprirebbero nuove possibilità espressive.

Questo è un esempio estremo perché molto dipende da quanto uno strumento è stato stereotipato nel tempo.

L’arpa, dal canto suo, richiama un’immagine celestiale e l’arpista in genere ha dei movimenti molto misurati, mentre Floraleda ha una certa aggressività sullo strumento;

il suo modo di strappare le corde e di combinare l’elettronica toglie allo strumento quell’angelicità che invece siamo abituati ad abbinare all’arpa.

I musicisti che sperimentano l’elettronica vorrebbero staccarsi dalla formazione classica ricevuta per esplorare nuovi mondi musicali,

nel tentativo di conferire una nuova veste allo strumento sul quale hanno tanto studiato, ma senza stravolgere il loro essere.

 Electoclassic lo scorso anno è stata una commistione tra varie arti. Succederà anche nella seconda edizione?

In alcuni casi, a seconda del progetto dell’artista, si decide di usare l’arte visiva a supporto degli strumenti, dove per strumenti intendiamo anche la voce.

Lo anno scorso con l’action painting, mentre la prossima edizione avrà degli sviluppi sui video.

Come ultima curiosità vorrei sapere se l’edizione 2020 ha già una sua lineup, visto che questo è davvero un anno particolare.

Abbiamo scelto, già nella prima edizione, di lavorare maggiormente sugli artisti italiani con un occhio di riguardo verso i giovani,

perciò vorremmo fare una selezione tra i neo diplomati che stanno intraprendendo un percorso di strumento insieme alle tecnologie digitali e offrir loro l’occasione di esibirsi in una serata del Festival,

per riconoscere l’attività dei musicisti italiani e dei ragazzi appena usciti dal conservatorio.

Nella lineup ovviamente pensiamo di avere dei nomi di richiamo anche dall’estero ma per noi è più importante il contenuto, l’idea stessa che sta alla base del nostro festival.

Intervista a cura di Alessia Andreon per Insidemusic

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