“WHAT I FELT“, anticipato dai brani “AS FREEDOM CALLED“ e “IN FRIENDS’ COMPANY”, è il nuovo album del direttore d’orchestra, pianista e compositore Francesco Maria Mancarella, disponibile in vinile limited edition di colore giallo e in digitale al seguente link: https://bio.to/WhatIFelt.
Un suono caldo, ovattato, avvolgente come una coperta di lana in una giornata fredda. È questa la cifra di “WHAT I FELT“, il nuovo album di Francesco Maria Mancarella, pianista e compositore che con questo progetto dà vita a un timbro unico e personale, ottenuto attraverso la tecnica delpianoforte preparato. Per realizzare questo album, infatti, Mancarella ha trasformato un pianoforte a coda Kawai, adattandolo con feltri di diversa qualità, applicati in ogni registro dello strumento. Il risultato è un suono ovattato ma ampio, potente e raccolto, difficile da replicare altrove.
Come il titolo suggerisce, “WHAT I FELT“, richiama il doppio significato della parola “felt” in inglese: da un lato il feltro, materiale inserito tra la martelliera e le corde del pianoforte per smorzarne le vibrazioni, dall’altro il sentire, l’emozione che prende forma nella musica. È il primo disco in tonalità maggiore del maestro, arricchito da elettronica, produzione e la presenza di altri strumentisti. Un lavoro che esprime pace, armonia e libertà, come il ricordo sbiadito di un sogno che lascia solo una sensazione di beatitudine al risveglio.
Intervista a Francesco Maria Mancarella
- Da dove nasce l’idea di questo nuovo album?
Questo nuovo album nasce dal desiderio di continuare a sperimentare, di viaggiare per osservare il mondo con occhi sempre nuovi e di scoprire cosa la musica può portare nella mia vita. Ogni disco è, in fondo, un nuovo racconto da condividere con chi ha voglia e tempo di ascoltare. Questo lavoro è certamente pensato per essere condiviso con il pubblico.
- Qual è stato il punto di partenza creativo del progetto?
Sicuramente il suono: una ricerca continua di sonorità riconoscibili e riconducibili a uno stile personale. Nel panorama musicale internazionale ci sono moltissime proposte e un pubblico sempre più distratto… io vorrei riportare l’attenzione sul processo creativo e sui sentimenti che esso genera nel compositore. È un disco molto intimo ma anche istintivo, pensato non per piacere, ma per emozionare e far rivivere al pubblico le sensazioni vissute durante la composizione dei brani.
- Che direzione musicale hai voluto esplorare questa volta?
Ho lasciato libera la creatività, senza barriere, mescolando e facendo incontrare suoni e linguaggi che appartengono al mio vissuto e alla mia storia. Credo che non ci sia potere più grande del desiderio: è questo desiderio sfrenato di creare a determinare la direzione dei miei lavori. Un atto creativo che esiste per se stesso.
- C’è un tema o un filo conduttore che unisce i brani?
Ho “preparato” il mio pianoforte a coda per ottenere un suono ovattato ma profondo: nuovo, personale, intimo e potente. Questo è il cardine di tutto il lavoro, un filo invisibile che ha tracciato una linea retta verso il mio focus. Ho messo le mani sul pianoforte come le metto sulla partitura o sul computer durante gli arrangiamenti.
- Qual è stato il brano più complesso da comporre o definire in studio?
La registrazione è avvenuta “buona la prima”, quindi non ho avuto difficoltà a selezionare i brani da inserire in questo disco. La vera sfida è affrontare le montagne russe emotive che la composizione mi regala… L’esecuzione è semplicemente un racconto di quello che è stato.
- E quello a cui ti senti più legato dal punto di vista emotivo?
Mi piace pensare a “In Moment of Pride” come a un brano che ha dato a questo disco un volto nuovo. Non c’è solo il pianoforte, ma anche una ricca produzione con i sintetizzatori, incluso il MicroKorgXL che acquistai quando avevo appena diciotto anni. È il mio quinto disco per pianoforte e rappresenta per me un cerchio che si chiude, non solo nel suono, ma anche nella vita.
- Che ruolo ha avuto il pianoforte nella costruzione del disco?
Come dicevo, è stato fondamentale. Il pianoforte è uno strumento meraviglioso: mi permette di comporre, di immaginare l’orchestra, di sentirmi libero pur pensando all’armonia che scorre sotto le mie mani. Per me, il pianoforte è il principe degli strumenti.
- Nel tuo lavoro ritorna spesso un forte elemento visivo: quanto conta per te il rapporto tra musica e immagini?
Fondamentale. Le immagini sono musica, così come la musica può generare immagini, ricordi ed emozioni. E che dire dei colori? Da oltre 15 anni lavoro con la sinestesia, questo principio “magico” che collega suono e colore in un immaginario sensoriale potente e indefinito. A mio avviso, la storia dell’arte dovrebbe essere studiata insieme alla musica, perché offre un valore aggiunto imprescindibile nel percorso creativo.
- Come è cambiato il tuo metodo di lavoro in studio rispetto ai tuoi progetti precedenti?
Alcuni dei miei precedenti dischi sono stati registrati in giro per il mondo, da Parigi all’Islanda. What I Felt, invece, è stato eseguito e registrato interamente nel mio studio. Ho avuto quindi più tempo per realizzarlo e la possibilità di aspettare la sensazione giusta per l’incisione. Ogni disco segue il proprio percorso di sviluppo, e ogni lavoro è diverso per una moltitudine di ragioni.
- Che cosa speri arrivi al pubblico ascoltando questo album?
Ho eseguito dal vivo i nuovi brani a Milano, al Teatro Franco Parenti e a Lçecce, al Teatro Piaisello. Il pubblico ha colto ciò che cercavo da tempo: raccontare il mio paesaggio sonoro, fatto di relax, calma e introspezione, insieme alle storie dei miei viaggi e della mia vita.
- Ci sono collaborazioni o incontri che hanno influenzato questo disco?
Negli ultimi anni, l’influenza della musica pop e dei grandi palcoscenici ha certamente plasmato il mio percorso. Questi brani mi hanno riportato alla luce intima ed essenziale che ho sempre cercato e che, per fortuna, so dove ritrovare.
- In che modo questo album rappresenta un’evoluzione nel tuo percorso artistico?
Dal punto di vista discografico essere pubblicato da una major come Sony Music è un sogno che si realizza. Non esiste disco senza evoluzione altrimenti produrrei sempre le stesse cose.
- C’è un momento, un’immagine o un’emozione precisa che riassume per te l’essenza del disco?
Al ritorno da un bellissimo viaggio con i miei amici, mi sono seduto al pianoforte e ho scritto “In Friends’ Company”… ricordo ancora il sorriso sul volto e la gioia nel cuore. Forse è proprio questa l’essenza di questo lavoro.
