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GENERAZIONE ON STAGE: LA MUSICA E IL NOSTRO TEMPO

by InsideMusic

Le parole di Etero Basiche, Lorenzo Pucci, Wepro, Leo Gassmann

“Just because you’re not a drummer doesn’t mean you don’t have to keep time” ho letto e riletto sul manifesto bianco e rettangolare, quando ho messo piede al Monk, venerdì sera. Mi sono detta “Okay, sei pessima a tenere il tempo” e subito dopo mi sono chiesta di quale tempo stesse parlando quel cartello. Di quello musicale? Ho preferito pensare a questo tempo, di cui faccio parte, come individuo e giovane donna. Questo tempo posso tenerlo, o tentare di intravederne i nodi, sebbene stare dentro alle cose vieti di vederle lucidamente.

Ho desiderato fare un salto in avanti di un decennio per vedere cosa ne faremo di questo tempo, noi che ne siamo responsabili. Ho pensato che le generazioni senza lotta non sono generazioni. Loro, quelli che hanno organizzato la serata a cui ho partecipato, forse pensano lo stesso. Si chiamano Generazione e sono un magazine, una realtà editoriale under 25, che venerdì sera ha portato sul palco del Monk la musica di questo tempo.

Di fatto è di questo che si occupano, di tempo, quello che ieri ho tentato di tenere, quello che hanno tenuto tutti, sotto al palco, gesticolando liberi, sudati e spettinati, incuranti degli occhi degli altri. Incuranti dei grandi e delle parole dei grandi, che seppure godono di maggiore esperienza, seppure hanno una lente più chiara, non sono più al passo con i tempi, e che forse dovrebbero solo rallentare e lasciarlo anche un po’ a noi questo tempo, prima che noi lo faremo con i prossimi.  

Generazione on stage: si è chiamato così l’evento. Hanno aperto le Etero Basiche, Mariachiara Cicolani e Valeria De Angelis, attiviste prima che comiche, con le quali ho avuto modo di parlare, al tavolino di un bar, prima che si esibissero. Sorridenti e curiose, questo ho visto prima di tutto e, allora, dalla curiosità sono partita: «Come nasce Etero Basiche?» ho chiesto.

«Un po’ per caso» hanno risposto.

«La verità è che siamo sempre stati i maschiacci del gruppo. Eravamo in vacanza al lago e abbiamo fatto il primo video in cui ironizzavamo sui maschi etero basici. Da quel momento ci siamo rese conto che c’era del potenziale».

Mentre le ascoltavo, ho pensato che avessero avuto un’intuizione brillante: riconoscere gli stereotipi maschili, riappropriarsene e, servendosi dell’ironia, mettere in campo la lotta politica e sociale.

«L’ironia e la satira rappresentano spesso scenari scivolosi, soprattutto da quando “non si può più dire niente”. Voi, però, pare che non scivoliate mai. Come ci riuscite?»

Si sono guardate senza mascherare la complicità.

«Rivendicare la nostra posizione di donne, utilizzando atteggiamenti comunemente maschili, ci siamo accorte che fa ridere tutti, non solo le donne, ma anche gli uomini. L’ironia è un canale che più che minacciare la categoria maschile, la rende partecipe. Il nostro modo di ironizzare li chiama alla riflessione, forse prima li scuote. Loro, i maschi, sono parte del cambiamento, come lo siamo noi e ci interessano. Ci interessa dialogare con loro».

Le parole lucide mi sorprendono. In questo difficile momento storico, in cui tutto è doppio, in cui vale tutto e il suo contrario, loro sembrano avere una visione chiara.

«Nel vostro lavoro dove finisce la comicità e dove inizia l’attivismo?»

«L’attivismo è ciò che ci ha spinte, e quindi è una parte a cui non intendiamo rinunciare. Abbiamo trovato un posto che è il nostro. E tutto questo va ben oltre il far ridere».

«Quanti uomini etero basici avete conosciuto prima di assumerne le fattezze?»

«Quando gli uomini si sorprendono della nostra capacità di imitarli, noi rispondiamo: La vita di una donna è osservare gli uomini. Li osserviamo tutta la vita. Quando sei piccola e chiedi: Posso giocare alla play anch’io? Loro rispondono: No. Che devi fare? Tu sei femmina. Però puoi guardare. E allora guarderò, pensi. Li osserviamo da tutta la vita».

Di fronte alla risposta di Valeria De Angelis, ho provato tenerezza e poi ho pensato a tutte le bambine che avrebbero avuto una potenziale carriera da gamers, ma non l’hanno mai scoperto.

«Secondo voi in questa decostruzione culturale di asimmetria di genere, sessismo sistemico, gender gap e di patriarcato in generale, che posizione dovrebbero occupare gli uomini?»

«Accanto a noi. Tutte e tutti siamo parte di questo cambiamento, anche gli uomini lo sono. E troviamo che il conflitto, considerando gli sviluppi storici, non abbia portato da nessuna parte. Noi vogliamo portarceli dalla nostra parte, perché ci interessa farlo, dialogare, suscitare e magari, alla fine, generare coscienza».

Ancora una volta ero sorpresa. Hanno risolto con facilità una questione da sempre spinosa nei femminismi.

«Siete davvero tifose della Lazio?» ho chiesto poi e una parte di me ha desiderato che lo fossero.

«Questa è una delle domande che più ci fanno. Noi amiamo la Lazio e amiamo andare allo stadio. Tra l’altro siamo state accolte con grande calore dalla curva e desideriamo che la curva diventi anche delle donne».

Ci siamo salutate e dopo poco il concerto è iniziato. Il primo ad esibirsi è stato Lorenzo Pucci: baffi folti e un bucket nero. «Sono sempre in ritardo, il tuo album, parla di tempo. Che relazione hai con passato, presente e futuro?»

Ha sgranato gli occhi e mi ha detto «Pensavo mi avresti chiesto come ti chiami e invece cominci così» Poi ha risposto «Al passato ci penso poco. Al futuro tanto, ma in una forma disillusa. Al presente ci penso, ma è sempre condizionato dal futuro».

Se dovessi dirmi perché fai musica in due parole?

«Perché è l’unica cosa che so fare senza sentirmi in difetto».

Ho incontrato anche Wepro, poco dopo, i capelli rossi mi hanno aiutata a riconoscerlo. Ci siamo seduti su due sgabelli e ho pensato sembrasse un rockman di altri tempi. «Quali sono i temi di cui più ami scrivere?» gli ho chiesto. Ci ha pensato un po’, poi si è toccato il mento con le mani.

«Sfrutto la realtà che mi circonda per essere analitico e per offrire spunti su cui riflettere. La provocazione è una delle cose che tengo dentro la mia musica sempre.

«Quali sono gli artisti che hanno più influenzato il tuo percorso musicale?»

«Certamente tutto il filone punkrock. Ma se devo fare due nomi, dico John Lennon e gli Aerosmith».

«Quindi perché fai musica?»

«Perché sin da piccolo mi faceva sentire speciale ed è un lavoro che ti cambia la vita, ma non sono all’inizio, anche nel mentre».

Leo Gassman è stato l’ultimo con cui ho parlato. Aveva un sorriso contagioso e i ricci che gli cadevano sulla fronte; così disponibile che mi sono dimenticata, per un attimo, quale fosse il mio e il suo compito. Poi abbiamo cominciato.

«Quanto ha influito l’esperienza di xfactor nel tuo percorso artistico?»

«È stata un’esperienza che mi ha dato la possibilità di esordire e soprattutto di fare musica 24h su 24. Ero in cerca di risposte e sono uscito sicuramente più forte di quanto non lo fossi, quando sono entrato».

Se dovessi descrivere Strike in due parole? E la musica in altre due?

«Strike: Viaggio e purezza. Musica: Passione e sincerità».

Stai lavorando a un nuovo album?

«È due anni che lavoro a un nuovo album. Uscirà e posso dire che il concetto di fiaba è al centro».

Quali sono i temi che ritornano nei tuoi testi?

«Speranza e ricerca della luce, trovare una via alternativa all’odio».

L’ho vista nei suoi occhi la speranza, ho visto la voglia di cambiamento, di costruire meglio, a partire dalle nuove generazioni. Deve pure averlo detto, a un certo punto, tra una canzone e l’altra. Mi sono messa sotto al palco, accanto a chi cantava, accanto pure a chi ascoltava. I piani da occupare non c’erano, si trattava di un solo un unico grande piano. Grandi e piccoli occupavano lo stesso spazio, anche se, dopotutto, grande e piccolo sono misure relative. Insieme è stata la parola che più tornava nella mia mente, muovendomi in quello spazio; Presente, l’altra, che veniva subito dopo. Dunque, Insieme e Presente in questo tempo, il nostro.

A cura di Giulia Della Cioppa

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