Dopo una breve pausa riparte, dal Viper di Firenze, il prossimo 13 gennaio, il “BELVEDERE TOUR” di Galeffi.
Un tour iniziato col botto lo scorso dicembre con le due date di Roma e Milano e che già registra il sold out anche per la seconda data di Roma del 14 gennaio a Largo Venue e di quella conclusiva al Locomotiv di Bologna (Info biglietti su www.magellanoconcerti.it, www.ticketone.it, www.ticketmaster.it) .
La carovana del cantautore romano e la sua band, composta da Luigi Winkler (chitarra), Matteo Cantagalli (tastiera e chitarra), Fabio Grande (chitarra, basso, cori) e Andrea Palmeri (batteria), proseguirà il giro per i più grandi club italiani, per tutto gennaio.
In questi giorni abbiamo avuto l’occasione di scambiare con Galeffi qualche impressione sulle prime date di questo tour, iniziato nel migliore dei modi possibili, e ci ha raccontato anche qualche novità che lo riguarderà nel prossimo futuro.
Ciao Marco e benvenuto su Inside Music!
Il “Belvedere tour” ha una doppia valenza per te dato che stai promuovendo due album contemporaneamente (n.d.r. l’album “SETTEBELLO” è uscito in piena pandemia e non ha avuto un tour promozionale).
Come è stato risalire sul palco dopo quattro anni di stop?
Fortunatamente è andato tutto molto bene!
Prima di ripartire avevo molta paura perché in quattro anni, al di là di quello che è successo in tutto il mondo, sono successe tante cose anche a me personalmente; soprattutto gli ultimi due anni per me sono stati molto complicati e, ovviamente, le cicatrici le porto ovunque, anche sul palco.
Avevo sia curiosità che paura… paura che non mi piacesse più, di non essere più in grado, di non riconoscermi più, di non riconoscere più, a livello spirituale, le persone….
Per le prime due date ero pieno di dubbi a livello emotivo, ma è stato davvero come dicono: non si dimentica mai, come andare in bicicletta.
A livello tecnico sono ancora un po’ arrugginito ma acquisto sicurezza ad ogni live.
Parlando di “Dolcevita” hai dichiarato che grazie a questo brano sei tornato a scrivere canzoni dopo la depressione del lockdown. Hai davvero pensato di smettere?
Nello sconforto ci ho pensato davvero…
Per come vivo la musica, per farla bene, sacrifico molto della mia vita privata e tante altre cose che mi potrebbero far stare bene, come la leggerezza.
È una sorta di patto col diavolo, in cui nei concerti ti viene restituito tutto quello che hai sacrificato per arrivare a quel risultato.
Il fatto di non essere riuscito a suonare per tanto tempo, di avere due dischi da presentare, mi faceva sentire un po’ in credito, come se non riuscissi a riconoscere la professione che facevo, di cui i concerti costituiscono almeno la metà del lavoro… non riuscivo più a capire che lavoro facevo.
Però, visti i sold out delle prime date del “Belvedere tour”, la gente ti stava aspettando!
Eh, sì, però prima di mettere in vendita i biglietti non lo sai…
Spotify è un mondo strano, che ha le sue dinamiche; puoi avere un pezzo che fa 800 triliardi di ascolti, ma poi non sai mai se la gente sarà disposta a pagare un biglietto e se avrà la curiosità o l’amore necessario per venire a sentirti.
A posteriori è facile dire che sono andati alla grande e ne sono contentissimo, ma dopo quattro anni di pausa, con la velocità con cui viaggia la musica oggi, è inevitabilmente porsi delle domande: “Posso dare ancora qualcosa alla musica?”
Mi faccio continuamente domande di questo genere, purtroppo o per fortuna… Anche perché vedo che le case discografiche danno sempre più spazio a generi come la trap, che in questo momento vanno per la maggiore, e se non fai quel tipo di musica ti sembra di essere tagliato fuori.
Belvedere è un disco diverso da Scudetto, nel quale ti sei messo alla prova in un terreno non esattamente tuo, come in “Divano nostalgia”. Quanto è importante per un artista trovare sempre nuovi spunti?
È fondamentale; Io, per indole, non riesco mai a empatizzare con gli artisti che fanno sempre lo stesso disco, usando sempre gli stessi accordi, senza mai uscire dalla loro confort zone.
Al contrario, io cerco di fare sempre tutto ciò che esce dai miei confini, anche umanamente.
Ti faccio un esempio: se mi piace una ragazza, non ci esco; se non mi piace, ci esco per capire perché non mi piace.
È proprio un’attitudine che ho fin da quando ero piccolo: la scoperta dell’altro è sempre stata affascinate ed è anche un mezzo per capire meglio me stesso.
Fare un altro tipo di musica, mantenendo un’identità, è una sfida continua.
Gli artisti che stimo di più sono quelli che son stati capaci di rimanere fedeli a se stessi, andando sempre al di là del proprio genere e non risultando mai banali, assumendosi anche il rischio di sbagliare.
Può succedere che un disco che è andato male serva per fare il disco giusto, o che un album non abbia il successo che meritava perché è uscito nel momento sbagliato per poi essere rivalutato a distanza di tempo.
Un cantante che riesce a durare “per sempre”, anche se questo termine dovrebbero proprio toglierlo dal vocabolario per quanto riguarda la musica, non è possibile che sia solo stato fortunato, ma deve essere riuscito ad evolversi con i propri fan, o ad esplorare, stimolando anche i fan a capire ed apprezzare il cambiamento … Attraverso la musica si può fare anche ricerca!
In ogni album c’è sempre una canzone del cuore. Quale è la tua e quale non ti aspettavi che il pubblico avrebbe fatto sua e, invece, non potresti togliere dalla scaletta del tour?
È una bella domanda…. Parto dalla seconda parte che è più facile!
Nell’ultimo disco ci sono delle canzoni non proprio amichevoli, che non hanno gli standard che hanno la media delle canzoni italiane; sembrerà strano ma anche il pubblico si è abituato a sentire un certo tipo di minutaggio, di bpm e un certo tipo di sonorità.
Da questo punto di vista, “Due Girasoli” è una canzone atipica, un unicum nella mia discografia e, probabilmente, nella musica italiana in generale.
È un valzer di sei minuti, molto etereo, che pensavo fosse un buco nell’acqua.
Non immaginavo che sarebbe stata compresa; invece, nei primi due live fatti finora è stata urlata e capita.
Ho avuto la sensazione che la gente l’abbia assimilata molto a livello umano e questa cosa mi ha veramente commosso. Ci sono stati dei momenti in cui mi sono scese delle lacrime invisibili mentre ero sul palco…
Quando la canzone più complicata è anche quella più apprezzata, sia dai più piccoli, che dagli adulti, ti ripaga di tutti i sacrifici fatti.
Per quanto riguarda, invece, la canzone che non posso togliere dalla scaletta, è difficile scegliere, perché crescendo litighi con delle canzoni e poi ci fai pace….
Se devo accontentare i fan, “Occhiaie” magari è la canzone per cui sono più celebre.
Se, invece, dovessi decidere io potrebbe essere “Due girasoli” o “Sogno”, “Asteroide” o “Malinconia Mon Amour”.
In questo disco ci sono anche tante collaborazioni con diversi produttori, musicisti e autori. In particolare, mi soffermerei sui contributi di Zibba e Leo Pari, due cantautori nettamente diversi tra loro. Che tocco hanno dato al tuo lavoro?
Siamo molto amici e siamo colleghi, in quanto siamo degli autori, cioè scriviamo testi per artisti molto più famosi di noi.
La collaborazione nasce dall’amicizia, perché ci capita spesso di incontraci o di sentirci.
Il pezzo con Zibba era nato durante una session che avevamo fatto qualche anno fa ed era rimasta, come spesso accade, dentro ad un cassetto.
Risentendo l’album e parlando con il mio management, eravamo tutti d’accordo sul fatto che mancasse un pezzo che rendesse il disco un po’ più leggero.
Belvedere è un disco impegnativo, fatto di canzoni che devi ascoltare due o tre volte almeno per poterle apprezzare, serviva una canzone leggera e anche incoerente, che mi levasse l’epiteto del Galeffi romanticone o esistenzialoide…
Ai fini dell’album serviva una canzone che facesse casino!
Mi piaceva il fatto che “Tua sorella” spezzasse sia il mood che la concentrazione di poesia, che dopo un po’ risulta anche eccessiva ed inoltre la ritenevo una grande canzone. Era il momento giusto per metterla in un lavoro mio e quindi l’abbiamo ripresa da quel cassetto e messa nell’album.
Per quanto riguarda Leo, invece, lavoriamo molto spesso insieme per tantissime canzoni di altri artisti.
Quando mi escono canzoni che mi piacciono particolarmente, lo chiamo per un suo parere o per qualche piccola correzione: quindi in molte canzoni di Belvedere c’è la sua collaborazione, a volte più o meno incisiva, ma c’è.
Le tue canzoni fotografano una generazione che sta a cavallo tra la fine degli anni 80 e il nuovo millennio, tra incertezze e desideri.
A proposito di desideri, dato che sta iniziando un nuovo anno, cosa vorresti per questo 2023?
Mi piacerebbe che il tour continuasse come iniziato e come sembra che continuerà, perché i biglietti stanno andando molto bene anche per tutte le altre date e questo mi riempie di gioia e mi motiva a gettare bene tutte le basi che dovrò mettere quest’anno, nei momenti di non tour, per farvi ascoltare qualcosa di nuovo, che probabilmente uscirà il prossimo anno.
Se posso, ho due desideri: uno è che il tour prosegua bene e l’altro è che io possa avere una buona ispirazione per scrivere al meglio le cose che poi sentirete in futuro…
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Per ogni cosa c’è un posto
ma quello della meraviglia
è solo un po’ più nascosto
(Niccolò Fabi)