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The Black Keys, il ritorno della band con “Let’s Rock”

by InsideMusic
THE BLACK KEYS

Dopo 5 anni di separazione, occupati specie da Dan Auerbach con una miriade di progetti più o meno riusciti, tornano i The Black Keys con Let’s Rock

Come sempre quando c’è il ritorno di una grande band, le aspettative sono molto alte; non sono mancate roboanti dichiarazioni sul ritorno alle radici e sulla ritrovata complicità in studio. Quanto ai media, il fenomeno The Black Keys, nato come grezza espressione garage-blues dell’urgenza artistica di Auerbach e Carney, è ormai stato ampiamente digerito e trasformato in prodotto mainstream. Normale quindi che qua e là si gridi al capolavoro.

La semplice verità che esce fuori ascoltando Let’s Rock è però quella di un disco fortemente interlocutorio, incerto tra il robusto e grezzo rock blues degli esordi e le sempre più frequenti strizzate d’occhio al mercato dei lavori più maturi. Dan Auerbach e Patrick Carney sono due quasi quarantenni, accasati e milionari, ormai ben lontani dai furori da swamp blues garage degli esordi, e ci mancherebbe. Il problema è che l’album rischia di scontentare i facinorosi della prima ora e quelli che ritengono la musica poco più che un sottofondo.

Shine a little light è l’apertura fortemente ritmica, quasi una cover di Robot Rock dei Daft Punk eseguita da una band blues, salvo poi aprirsi in una parte cantata country pop. Forse il pezzo migliore della raccolta, un azzardo porlo in apertura. Eagle Birds è a sua volta un buon pezzo; l’andamento riprende un po’ le atmosfere down home alla Junior Kimbrough sempre care a Dan Auerbach e, nonostante il ritornello banalizzi un po’ il tutto, il lavoro alla chitarra è encomiabile. Nessun pezzo della raccolta, va detto, supera i quattro minuti, quindi inutile aspettarsi grandi evoluzioni strumentali.

Lo/Hi è il singolo in giro già da qualche mese, accattivante ma dove la formula blues è davvero troppo annacquata per i veri appassionati, tra i Dire Straits più commerciali e una discutibile rivisitazione di Spirit in the sky, classico sixties di Norman Greenbaum.
Walk across the water fa di nuovo venire in mente Greenbaum e il suo stile, cosa che capiterà ancora lungo l’album. Il tutto si traduce in un bel riff blues sprecato e diluito in una melodia fin troppo zuccherosa. Dopo la passabile Tell Me Lies la situazione si ripete con Every little thing, dove un promettente avvio con una chitarra piena di feedback alla Clapton periodo Cream, viene presto annacquata nella consueta formula soft rock.

Da qui in poi si apre un siparietto country con Get yourself together, sorta di Lay down sally 2.0 e Sit Around and miss you, che pare uscita dal canzoniere di Father John Misty e dei Creedence Clearwater Revival, con l’assolo che fotocopia le atmosfere liquide di J.J.Cale. Niente male, forse solo leggermente disorganiche all’interno di Let’s Rock.

Con la successiva Go si passa ai fondi di magazzino. L’apice al contrario viene toccato con Breaking Down: un inspiegabile intro al sitar, breve intermezzo funk e resto del pezzo che sembra una versione depotenziata di Shine a little light. Sinceramente sarebbe stato forse meglio chiudere coi primi otto pezzi, magari un po’ più lavorati e ampliati strumentalmente, a costo di mettere un po’ da parte il pubblico mainstream.

Insomma, i The Black Keys nel 2019 sono questi, una band divisa tra l’anima più nera e quella più legata al mercato, come del resto è successo prima di loro a decine di artisti. Purtroppo non credo che a questo punto della carriera vedremo più i due, Auerbach specialmente, prendere per le corna i demoni blues che permeavano la loro musica gli inizi.

A cura di Andrea La Rovere

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