Nel suo album di debutto Eudaimonia, Picciony costruisce un universo sonoro e concettuale che tiene insieme opposti solo apparentemente inconciliabili: la nostalgia viscerale degli anni ’90 e una tensione costante verso linguaggi contemporanei, digitali e postmoderni.
Il progetto nasce dopo anni di esperienza in band e si presenta come un lavoro profondamente personale, in cui Marco Piccioni rielabora il proprio percorso artistico e generazionale attraverso una lente filosofica e simbolica.
Tra riferimenti all’alchimia, critica all’impatto della tecnologia e un’estetica che valorizza l’errore e l’imperfezione, Eudaimonia si configura come una riflessione lucida e inquieta sul presente, senza rinunciare a un approccio diretto, ironico e umano.
In questa intervista, Picciony racconta le radici e le visioni che hanno dato forma a un disco eccentrico e stratificato, sospeso tra memoria e trasformazione.
INTERVISTA
Eudaimonia richiama un concetto filosofico molto preciso: quanto è stato importante per te partire da questa idea e in che modo si traduce concretamente nel suono e nei testi del disco?
Questa domanda è molto interessante.
Musicalmente sicuramente la filosofia che permea il lavoro si è manifestata con le ambientazioni.
Finalmente ho l’occasione di fare una premessa: prendendo ispirazione dall’ alchimia tradizionale occidentale, ho diviso l’album in tre parti, che rispettano le tre fasi della Grande Opera alchemica, la Nigredo (Il nero, la putrefazione), l’albedo o Rosa Alba, quella di “sono nel prime” (Il bianco, la purificazione), e la Rubedo (Il rosso, l’ardore, la realizzazione)
Il colore dell’atmosfera è facilmente riconoscibile attraverso le melodie, le armonie, gli strumenti, semplicemente i BPM e soprattutto la franchezza dei testi.
Addirittura, nella canzone “Sono nel prime” che rappresenta l’opera in bianco, il momento del cambiamento e del rinnovamento, la struttura è nettamente divisa in due.
Al principio un insistente tamburo sciamanico/digitale incede come un battito di cuore, accompagnando una sorta di salmodia funeraria, la voce stanca recita “L’opera al nero si è appena conclusa”. E dopo un noto mantra al Dio Shiva, Dio della morte e della rinascita, si trasforma in una canzone punk sporca e scanzonata che urla “Sono nel prime”.
Dopo esperienze in band come Talco e Maleducazione Alcolica, questo progetto solista appare molto diverso e più personale: cosa ti ha spinto verso questa svolta così eccentrica e “audace”?
Sicuramente è diverso da quello che ho sempre proposto e indubbiamente più personale.
Sul palco la performance sarà comunque legata ad una dimensione più “punk” di quanto si possa pensare.
L’ audacia sta proprio nel proporre un disco per tutti e per nessuno, come sfacciatamente preciso sulla cover citando il buon vecchio Nietzsche, sicuramente diverso dal rientrare in un genere preciso come con i Talco e la M.A. sapendo di rivolgerti ad un pubblico di base più o meno definito.
“Eccentrico” mi piace!
L’eccentricità in questo nuovo viaggio è un modo per prendersi alla leggera, credo di condividere con i miei coetanei la fatica nel gestire la comunicazione attraverso i social, del doverci essere, e del sentirsi spesso inadeguati.
Attraverso qualche frase forte, qualche provocazione, qualche simbolismo interessante, magari si può spingere su tematiche dove è possibile intavolare dei discorsi interessanti divertendosi.
Nel disco emerge un forte contrasto tra nostalgia anni ’90 e linguaggi contemporanei: che rapporto hai oggi con quel passato e quanto ha influenzato il tuo modo di fare musica?
Di quel passato mi manca lo spirito.
Io ho vissuto il finire di quegli anni che ero appena appena adolescente, e mi piacevano le cantine polverose dove facevano le prove i più grandi, quella attenzione data agli arrangiamenti.
Ma soprattutto la socialità che girava intorno alla musica e ai concerti, la ritualità, l’attenzione con la quale si seguivano gli artisti.
Avendo iniziato a suonare il sax a 10 anni e avendo un fratello molto più grande di me che suonava il basso elettrico in formazioni punk rock, ho avuto la fortuna di vivere anche quel periodo in maniera attiva, e dal didentro vedere il mondo della musica passare dalle cantine e dalle cassette sbobinate in macchina, ai reel di 15 secondi su Instagram.
Sarà per la fascinazione che quel periodo ha esercitato su quel giovanissimo me.
Ma un po’ di quello spirito vorrei recuperarlo e metterlo di nuovo in circolazione.
Nei tuoi brani sembra esserci una critica profonda all’impatto della tecnologia sull’individuo e sulla creatività: pensi che oggi sia ancora possibile creare qualcosa di autentico dentro un sistema così “artificiale”?
Siamo arrivati a un punto dove il mezzo è diventato fine.
Mi spiego meglio, i mezzi evolvono talmente velocemente, che mentre noi ci affanniamo per utilizzarli, già sono vecchi.
Guardate semplicemente i video con l’IA, un anno fa uscivano cose che giudicavamo fighissime, già quel tipo di materiale ci ha stancato, perché ne è stato prodotto talmente tanto che ci siamo già assuefatti a quell’ estetica e risulta plasticona e noiosa.
Per quanto riguarda la musica, per seguire “i mezzi”, e le regole che ci inventiamo per ottimizzare l’utilizzo di essi, otteniamo prodotti tutti uguali dove l’artista si esprime a metà, chiuso nella playlist del suo “genere” dove trovi altri artisti simili che si “mutilano” per seguire le regole, con un’estetica simile, e via dicendo.
Capite bene che dal mio punto di vista, l’artista non fa più arte, ma insegue standards, ma non solo nella musica! ci siamo caduti tutti e continuiamo a farlo, e questo ha ovviamente una conseguenza sull’individuo.
Musicalmente Eudaimonia mescola cantautorato, elettronica, rock e persino dubstep: come nasce questo equilibrio tra generi così diversi e quanto spazio lasci all’istinto rispetto alla progettazione?
L’istinto è più importante della progettazione e credo che questo, in questo momento, rimarrà un principio stabile, non per il mero divertirsi a sperimentare, perché comunque i brani sono studiati in modo tale da funzionare ed è sicuramente più difficile fare un lavoro del genere che tirare fuori il famoso “pezzo che funziona”.
Ma perché la propensione a rispettare determinate regole di produzione, di sound, di tempo stanno producendo un panorama musicale molto piatto, non solo nel mainstream ma anche nell’ indipendente.
L’ equilibrio nel fare questo è possibile, anche grazie alla collaborazione in studio di professionisti dalle più eterogenee esperienze e dalle larghe vedute come il M° Schiavoni, che si occupa più della parte “Compositiva”, e Gabriele Biagi che nella produzione e nella cura del sound prova instancabilmente di omogeneizzare elementi a volte molto lontani tra loro.
Il videoclip e l’estetica del progetto valorizzano l’errore, il glitch, l’imperfezione: in un’epoca ossessionata dalla perfezione digitale, che ruolo ha per te l’errore nel processo creativo?
Proprio ieri parlavo con un mio amico che diceva quanto fosse figo “Peccati & Sogni”, il primo album della Maleducazione, e chiaramente io ho tirato giù tutti gli errori di quel primo album datato 2010, e tutti i ricordi legati ad esso.
Poi pensando al secondo è stato lo stesso… e poi al terzo, e così via.
Su ogni disco c’era qualche cosa di “sbagliato” che non è stato fatto nei successivi, su ogni disco c’era un esperimento andato bene e uno andato male.
Questo è quello che succede anche nella vita no? Siamo esseri empirici in parte.
Ma in questa epoca ossessionata dalla perfezione digitale, come dici tu, questo non vale più. L’errore viene eliminato meccanicamente, l’esperimento viene evitato, il prodotto deve essere lucido e in serie, come le mele nelle buste al supermercato.
Ne consegue che: L’errore perde il suo ruolo formativo, non si sperimenta perché il da farsi viene suggerito dai mezzi; quindi, si stagna artisticamente e l’arte diventa come le mele del supermercato.

Per ogni cosa c’è un posto
ma quello della meraviglia
è solo un po’ più nascosto
(Niccolò Fabi)