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Danilo Ruggero e l’arte di rinunciare a rimettere insieme i pezzi del “PUZZLE” – INTERVISTA

by Alessia Andreon
Danilo Ruggero 01

Puzzle” è il nuovo EP del cantautore siciliano, originario di Pantelleria trapiantato a Roma, Danilo Ruggero.

Nell’EP trovano spazio sentimenti intimi che fuggono dalla necessità di dover sembrare quello che non sono, valorizzando soste, crepe, e verità scomode.

I pezzi del Puzzle, sono quindi nati senza fretta e testati lungamente, anche dal vivo, dal cantautore, rispolverando e rielaborando appunti, ricordi e cose non dette. Ogni brano è una tessera a sé stante e il tutto è tenuto insieme non da una storia ma dall’urgenza di abitare il dolore senza avere il bisogno di elaborarlo.

Il singolo omonimo dell’Ep, primo estratto del nuovo album è, quindi, una dichiarazione di intenti che nasce dallo smarrimento che accompagna la fatica della ricomposizione quando si è andati in pezzi, accettando questa nuova condizione e lavorando sulla propria imperfezione.

Il brano è presente in due versioni diverse, come racconta nell’intervista Danilo Ruggero, per fornire all’ascoltatore due visioni diverse del dolore.

Con Puzzle, Danilo Ruggero non ricompone ma accoglie, non chiude un cerchio ma lascia uno spazio aperto.

Ciao Danilo,
Il tuo nuovo Ep si intitola Puzzle che indica sia la fragilità della rottura, che l’importanza di ogni singolo pezzo per ricomporre l’intero. Tu come lo intendi?

Ciao ragazzi.

Per me Puzzle non racconta di un tentativo di ricomposizione, quanto, più che altro, dell’impossibilità — o, ancor meglio, della rinuncia — di dover rimettere sempre tutto al proprio posto.

Ho iniziato a scrivere i brani che fanno parte dell’EP in momenti totalmente distanti tra loro, ma in comune avevano la stessa matrice e la stessa sensazione di smarrimento, di essere in frantumi e pieni di domande a cui non trovavo risposte.

Più cercavo di incollare i pezzi, più mi accorgevo che alcuni mancavano del tutto o avevano cambiato forma, quindi impossibili da incastrare.

Questo EP è il tentativo di stare dentro a quei vuoti, a quelle crepe, senza doverle riparare; di accettare anche ciò che resta irrisolto e consapevolizzare che si può star bene anche senza dover ricercare spasmodicamente di ritornare, per forza, sempre tutti interi.

Ogni canzone è un frammento a sé, ma tutte raccontano qualcosa che si è spezzato, o che ha smesso di combaciare.

Non c’è un “dopo”, non c’è una ricostruzione: c’è solo l’onestà di guardare quel disordine senza vergogna.

Anzi, accettarlo. E trovarne una sorta di armonia, di pace interiore.

Tutti prima o poi ci siamo sentiti “a pezzi”, è una situazione in cui un po’ ti crogioli o sbaglio?

Sì, ammetto che a volte ci si rimane quasi volentieri, dentro quei pezzi sparsi. Non perché sia comodo starci, ma perché ti costringe a guardarti davvero, a fare un certo tipo di analisi, a dialogare con l’interno in maniera scomoda, cruda, ma necessaria.

A volte, crogiolarsi nel dolore è solo un altro modo per cercare di dargli un senso.

Poi scrivere, per me, serve proprio a questo: dare un senso, una parvenza d’ordine ai miei tormenti, provando a rimettere in fila qualcosa che, dentro, non torna.

“Un po’ di idee fanno confusione / e le hai rimesse riga lungo il pavimento / È la tua vita che ha appena finito, si rimette i jeans e ti fa il dito medio / È stata lei che ti ha violentato? / Oppure sei tu che le hai promesso un obiettivo complicato”.

Sempre tante domande, nelle mie canzoni, e pochissime risposte. 

Al massimo, solo una pervenuta consapevolezza — a volte spigolosa e che arriva moltissimo tempo dopo la fase di scrittura e di composizione — che però mi rasserena: “Orecchie tese ad ascoltar parole / che hai scritto di notte senza respirare / e quindi un cazzo di niente per chiunque / tranne che per il tuo ego enorme.” Forse è questo: restare, soprattutto quando fa male, è l’unico modo per non dover mentire a sé stessi.

Per avere maggiore contezza, consacrare e affrontare il dolore per ricollocarlo, ridimensionarlo e dargli il giusto peso provando a restare leggeri.

Un Puzzle richiede anche tanta pazienza nel completarlo. In quanto tempo hai composto e prodotto l’EP?

Non so dire esattamente quanto tempo ci sia voluto.

Tutti i brani, in realtà, sono nati di getto ma — come ho detto poc’anzi — anche a distanza di molto tempo l’uno dall’altro. Hanno fatto poi, a loro modo, un lungo percorso di maturazione, prima di essere arrangiati e prodotti.

Li ho portati per anni in giro, chitarra e voce, testandoli attentamente davanti a un pubblico.

Questo me ne ha fatto capire l’importanza, e anche la loro matrice comune.

Tutti e quattro hanno poi richiesto un tempo di silenzio, di riscrittura, di ripensamento. E poi ancora, non appena affidati alle mani di Alberto e Pasquale — i due principali produttori dell’EP.

So per certo che, tra la fase di composizione e quella di produzione e arrangiamento, sono passati un paio d’anni. E poi un altro anno da quando ho finalmente deciso di iniziare a pubblicare il primo singolo.

Anche in quest’ultimo caso c’è stato un grosso lavoro, e avevo bisogno di accettare i loro nuovi vestiti, uno ad uno. È stato un processo lento, a tratti faticoso, ma necessario.

Alla fine, non avevo fretta di chiudere nulla: solo bisogno di essere onesto e di percepire così i miei brani: veri, sinceri e totalmente aderenti alla persona che sono adesso.

Credo, ad oggi, che ogni brano si sia preso il tempo che gli serviva per esistere davvero.

Hai una scrittura molto evocativa, per esempio mi è piaciuta molto “Elefanti”. Ormai hai gambe abbastanza forti per i tuoi sogni, quali sono i prossimi obiettivi?

Sono contento che, in generale, sia proprio “Elefanti” la canzone che ha riscosso più apprezzamenti.

È uno di quei brani che, quando l’ho scritto, mi ha aiutato a capire che i propri limiti — se compresi e accettati — servono a renderci più aderenti alla realtà, e quindi ad affrontare meglio gli ostacoli.

Oggi, sì, sento di avere gambe più stabili, ma non vuol dire che non tremino ancora. Hanno solo smesso di farlo quando decido di muovermi, di fare un passo in avanti.

Il mio prossimo obiettivo, quello che sento più urgente da realizzare, è di portare queste canzoni dal vivo, in contesti reali, piccoli, intimi, vulnerabili, in cui le parole non si perdano.

Provando a raccontarli, e a raccontarmi, affinché qualcun altro ci si possa intravedere e trovarci, al loro interno, qualcosa che gli somigli.

Serve a questo, la musica, no? E poi, altro obiettivo: scrivere ancora. Senza fretta, senza pretese. Solo per il bisogno di farlo. Perché, se c’è una cosa che ho imparato da questo EP, è che ogni volta che mi sento perso, torno a casa solo quando ritorno a scrivere. E i sogni ci sono ancora. Ma adesso non mi servono per sentirmi abbastanza. 

“Dagli alberi” parla di accettazione di sé stessi man mano che si cresce, con lucidità e schiettezza.  Chi è Danilo adesso, rispetto a quando sei arrivato a Roma, dieci anni fa?

Oltre ad essere diventato una persona maggiormente consapevole e matura, credo di essere diventato anche più onesto con me stesso — pur se, a volte, ciò fa più male che bene.

Quando sono arrivato a Roma ero un ventenne pieno di sogni, ma totalmente insicuro, anche quando non avevo nessun motivo per esserlo.

Avevo poi un’idea molto idealizzata di cosa volesse dire “fare musica” e, soprattutto, “essere felici”.

Oggi so che la felicità non è uno stato permanente, ma un momento che passa e a volte ritorna.

Ho smesso di voler diventare “qualcuno” e ho iniziato a cercare di capire chi sono davvero, anche nelle parti meno comode.

“Dagli alberi” parla proprio di questo: della resa come forma di maturità, dell’idea che accettare di cadere non è una sconfitta, ma un modo per continuare a rialzarsi e quindi crescere.

Nell’Ep ci sono due versioni di Puzzle, una con Marco Zoppi, acustica. Normalmente le versioni alternative si tirano fuori da un cassetto a distanza di tempo, mentre tu hai decisivo di inserirla nello stesso Ep, come mai questa scelta?

Perché sono due facce della stessa medaglia e ciò che sento in una versione viene meno nell’altra e viceversa.

La versione alternativa è nata in casa ed è stata il primo modo in cui Puzzle ha preso forma: voce e chitarra, senza sovrastrutture, con tutta la fragilità e la crudezza che il pezzo richiedeva.

Davide Dadàmo e Marco Zoppi, in fase di arrangiamento e produzione, hanno assecondato la mia composizione e così è rimasta. Sincera, cruda, sporca.

L’ultima traccia dell’EP, in sostanza, è una demo home made di Puzzle che poi tanto demo non sembra perché ne percepisco un’anima molto nitida.

Non volevo che questa prima forma si perdesse, perché a mio parere racconta qualcosa che, nella versione ufficiale (quarta traccia dell’EP) più esplosa e stratificata, non esiste.

La versione ufficiale di Puzzle invece — iniziata da Pasquale Dipace e Alberto Laruccia e rifinita sempre da Marco Zoppi, — ha dato corpo e tensione a tutto quello che nella versione acustica era solo accennato. Ha reso quel dolore più universale, meno privato.

In pratica è come se una parlasse al mio interno mentre l’altra all’esterno.

Poco prima di inviare i brani al distributore The Orchard, ho sentito il bisogno che entrambe le versioni convivessero nello stesso EP perché, semplicemente, da sole non bastavano. L’una senza l’altra avrebbe restituito un’immagine parziale.

Insieme, secondo me, raccontano la complessità e la fragilità del momento in cui l’ho scritta e, in un certo senso, anche la mia.

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