Sono come i canti di Natale: arrivano, puntuali, una volta l’anno. E quando è l’ora, non vi rimangono che due cose da fare: sopportarli, farveli piacere, se ci riuscite, o chiudervi in un eremo. Ma attenzione, preparatevi a tre mesi di ritiro, perché dai tormentoni estivi non si sfugge.

Cosa li abbia resi così popolari è presto detto. Non c’è fenomeno dell’industria discografica più martellante, assillante e travolgente di quelle canzoni che, ancor prima di aver le gambe al sole, ti avvinghiano, facendoti loro prigioniero.

Tutto calcolato. L’estate è un momento propizio, diciamo pure redditizio. Per un anno intero la gente si è dovuta dividere tra piaceri e doveri, con l’ago fisso, il più delle volte, in direzione dei doveri. Quando l’ultima giornata di lavoro volge al termine, quando l’ultimo esame all’università se n’è andato, ecco il momento di fare i bagagli e partire. E una volta partiti, al diavolo le preoccupazioni. Divertirsi, divertirsi, senza badare a spese.

E, qualunque sia la vostra meta, ci vorrà una colonna sonora a tenervi compagnia… no? Certo, detto così sembra quasi un obbligo, quasi ve l’avesse ordinato il medico. Ma volenti o nolenti, per quanto siate amanti della lettura, per quanto vi dilettiate nel fare escursioni in mezzo alla natura, arriverà il momento, in tutta la giornata, in cui vi fermerete a un bar, passerete da un’edicola o deciderete di prendervi un aperitivo. In quel momento la radio vi investirà e, siatene certi, vi rifilerà il tormentone di turno.

Ci sono dei posti in cui le canzoni vengono proposte senza sosta, posti in cui, se ci siete, è solo perché ci siete voluti essere. Spiagge con interminabili distese di bagni privati, dove il povero animatore le prova tutte per tenervi occupati; locali superaffollati dove concedersi un aperitivo in piedi. Tanto va giù meglio.

Insomma, i tormentoni vivono perché viva è una certa idea d’estate. Quella della settimana al mare, senza dover alzare un dito, quella delle serate tirate per le lunghe, visto che il giorno dopo non ci sarà la sveglia a buttarvi giù dal letto. Un’estate spensierata, da vivere nella sua pienezza, anche se per “pienezza” si intende lo spazio di una manciata di giorni.

tormentoni estivi

La moda, perché di questo si tratta, inizia ad avere i suoi anni. Uno dei primi tormentoni estivi che contagia il nostro Paese è, in realtà, una canzone dal tono sarcastico che colpisce il costume degli italiani. In tutti i sensi. Si prendeva gioco della mania di crogiolarsi al sole, Mina, quando nel 1959, in Tintarella di luna, cantava la strampalata idea di una ragazza di salire sul tetto di casa ad imbiancarsi di luna. In controtendenza, rispetto alle altre “abbronzate, tutte chiazze, pellirosse un po’ paonazze”, affamate di sole peggio delle lucertole.

La popolarità di certe canzoni, nell’Italia dell’epoca, derivò in buona parte dal diffuso clima di benessere che accompagnò il boom economico. Tra la fine degli anni ‘50 e la prima metà dei ‘60, si moltiplicò il numero degli italiani che potevano concedersi lo sfizio delle vacanze estive. Di conseguenza, complice anche l’alto numero di juke-box che ormai affollavano la Penisola, si affermarono cantanti che, ai tormentoni estivi, dovevano tutta la loro fama.

Si pensi a Edoardo Vianello, per esempio. Come si spiega che il suo nome, il nome di un cantante che in tanti anni di carriera ha messo su un vasto repertorio, si associ continuamente a quei tre-quattro successi che lasciano uno strato di sabbia sotto ai piedi? Pinne, fucile ed occhiali, Guarda come dondolo e Abbronzatissima sono vecchi di quasi sessant’anni, eppure, oggi come allora, non stonerebbero per niente sotto il vostro ombrellone.

La lista è lunga. Ogni anno ha avuto il suo tormentone. La sola cosa necessaria è una canzone che lasci un motivetto cantabile in testa. Perciò è facile capire a cosa si debba il successo di tanti brani che ancora, passato il furore del momento, continuano a rievocare ricordi.

Il filone balneare, però, contrariamente a quanto si possa immaginare, non riserva soltanto ritmi forsennati. L’estate è una stagione che offre tante occasioni, ma, disgraziatamente, anche lei ha una fine. E allora si rimane un po’ interdetti nello scoprire che tra i brani che ebbero maggior successo ce ne sono alcuni veramente malinconici. In Sapore di sale, Gino Paoli non risparmia “un gusto un po’ amaro di cose perdute”, mentre i Righeira, ne L’estate sta finendo, quasi ci fanno pentire di aver atteso con tanta ansia una stagione che si porta via tutta la magia e tutto il fascino dell’anno.

E, quando è tempo di rientrare, di tornare al solito tran tran, facciamo pure finta di nulla, ma non sarà facile negare che qualcosa di noi è rimasto lì, su quelle spiagge. L’estate diventa così il tempo dei giovani, di quelli che vivono spensierati, senza troppe responsabilità. E per vivere quegli anni vivaci non serve per forza il mare. Basta un pizzico di incoscienza e tanta voglia di lanciarsi in un mucchio di avventure. Che sia un’uscita in motore per i colli bolognesi, come suggerivano i Lunapop in 50 Special, o un viaggio interminabile alla ricerca di una ragazza per cui vi siete presi una cotta pazzesca, come cantavano gli 883 in Nord Sud Ovest Est, quello che conta è viaggiare. Che importa se i soldi finiscono. A quello ci penseremo al ritorno. Se ci sarà un ritorno. Perché il sogno resta pur sempre quello: “Partire e tornare, senza sapere quando, andata senza ritorno”. Parola di Baby K. e Giusy Ferreri in Roma-Bangkok. Perché non crederci?

 

tormentoni estivi

Max Pezzali nel 2018.

Non sarebbe, però, del tutto corretto ricollegare i tormentoni estivi soltanto ai giovani e alla vita da spiaggia. C’è un elemento che, negli ultimi decenni, si è fatto spazio con una certa insistenza, sgomitando per monopolizzare l’attenzione di tanti parolieri che si prestano al gioco. Ed è il fascino per l’esotico.

Nella musica italiana mete esotiche sono già affermate all’inizio degli anni ‘80. Una ballerina che copre un traffico di armi clandestino nei dintorni di Cuba è la protagonista di Maracaibo, il brano portato al successo da Lu Colombo nel 1981. E, più o meno alle stesse latitudini, si ambienta, in un contesto indubbiamente più vacanziero, la paurosa eruzione di un vulcano in Tropicana del Gruppo Italiano. Se poi volessimo gettare uno sguardo agli artisti d’oltreoceano, come non ricordare Waka Waka, l’inno dei mondiali di calcio in Sudafrica del 2010 reso celebre dalla scoppiettante interpretazione di Shakira?

C’è poco da fare, chi più chi meno, siamo tutti un poco attratti dalle atmosfere esotiche. E quale lingua, in assoluto, sembra prestarsi meglio ad incarnare lo spirito del tormentone estivo? Ma lo spagnolo, è ovvio! La Bamba di Richie Valens, rilanciata dalla versione dei Los Lobos del 1987, fece sicuramente da apripista. Da lì fu una vera invasione di brani ispanici. Alla fine degli anni ‘90, il re del genere fu Ricky Martin che con pezzi come Un, Dos, Tres, Maria e Livin’ la Vida Loca collezionò uno dopo l’altro enormi successi commerciali. Nel 2002 fu la volta delle Las Ketchup che, con il balletto di Asereje, riuscirono a ipnotizzare anche il pubblico italiano. Per arrivare, saltandone parecchi altri, al trionfo degli ultimi anni di Alvaro Soler con Sofia e di Luis Fonsi con Despacito.

La moda dei tormentoni estivi, tutt’oggi in voga, non ha risparmiato neppure i cantanti italiani che, come dimostra il successo di Vamos a Bailar di Paola e Chiara, si sono adeguati al gusto del pubblico. In ogni caso, italiano o spagnolo, inglese o romeno, su un punto non ci piove: quello che importa è far festa.

Massimo Vitulano