L’Arena di Verona semideserta, illuminata a festa, i pezzi grossi della musica italiana che si succedono, uno dopo l’altro, offrendo al pubblico performance esaltanti o non esattamente all’altezza della loro fama, pezzi miliari della musica italiana riproposti in versione inedita: ed è subito nostalgia.
Nostalgia del palco, delle luci, dei cantanti in carne e ossa che intonano, con sicumera o con incertezza, i loro cavalli di battaglia, degli assoli dei musicisti, degli applausi, degli spalti pieni, delle urla d’incitamento, dei cori, dei salti, degli schermi degli smartphone illuminati nel buio, dei piedi che battono sul pavimento, dei giovani che si baciano nelle prime file, delle fascette sulla fronte, delle band di apertura, delle birre calde, delle code interminabili ai bagni, dei controlli di sicurezza, del merchandising, delle lacrime di commozione, delle persone che riprendono il concerto anziché guardarlo con gli occhi, dei bagarini, dei panini a 5 € e perfino dei palazzetti e dei prati infestati da zanzare: insomma, in poche parole, nostalgia dei live.
Lo show Seat Music Awards, organizzato al fine di raccogliere fondi a favore dei lavoratori della musica -nell’ambito dell’iniziativa “Covid 19 – Sosteniamo la musica” di Music Innovati on Hub, con il supporto di Spotify e promosso dalla Fimi-, la cui prima delle tre puntate previste, andata in onda mercoledì scorso, in diretta dall’arena di Verona, su RaiUno, è stata seguita da ben 4.094.000 di persone, facendo registrare uno share pari al 22.2%, ha avuto il dirompente effetto di riportare a galla il desiderio, forzosamente accantonato a seguito dell’emergenza sanitaria, di ascoltare musica dal vivo, di prendere parte ai quei grandi eventi di massa che sono i concerti.
La radio, i servizi e le piattaforme digitali musicali, i canali televisivi musicali, le dirette live dei cantanti sui social, hanno egregiamente fatto e continueranno egregiamente a fare le veci delle esibizioni dal vivo, nel corso di quest’anno indimenticabile, ma di certo non hanno potuto riempire quel vuoto causato dalla quasi totale assenza dei concerti, dei quali le voci e gli strumenti sono la parte essenziale, ma in cui vitale importanza assumono anche il calore e l’affetto del pubblico, nonché le “microcomunità”, accumunate dalla stessa passione, che si creano a ogni data.
Dei concerti ci mancano le emozioni, quelle emozioni che si possono provare solo quando ci si “assembra” davanti a un palco, carichi di adrenalina, di ricordi e di aspettative, vogliosi di cantare a squarciagola i nostri pezzi del cuore, di battere le mani e i piedi, di ballare e di pogare, di dar seguito alle richieste dei cantanti, di sorridere e di piangere di gioia o di commozione; ma quello che più ci manca, è quell’impagabile sensazione di “catarsi collettiva” che i concerti, e ben poche altre esperienze sociali, riescono a regalare.
Tra i tanti lasciti del Covid, c’è anche quello sull’importanza vitale della musica, che non è solo gioia e intrattenimento, ma anche condivisione, piacere di essere riuniti in uno stesso luogo a celebrare la bellezza delle note che si combinano tra di loro dando luogo a melodie armoniose, delle voci che si stagliano su di esse, dell’incontro delle anime tra chi sta sopra e chi sta sotto il palco.
Jim Morrison era convinto che nei concerti i confini tra le persone si annullassero e che i musicisti e il pubblico entrassero in una sorta di comunione spirituale: è esattamente questo, quello di cui facciamo fatica fare a meno, in quest’annata senza concerti, e che non vediamo l’ora di poter rivivere.
“Suonare dal vivo, è la forma più primordiale possibile di scambio di energia con altri”.
K. Cobain
Dalila Giglio

Appassionata di musica, giornalismo, scrittura e danza, ama vivere nella sua riservata Torino, ma adora il Sud Italia, nel quale affondano le sue origini.