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“Amuri Luci” di Carmen Consoli: la recensione

by Dalila Giglio
22 Carmen Consoli Valeria Fioranti

“Comu veni veni”, canta Carmen Consoli in uno dei brani che compongono il suo ultimo lavoro discografico, “Amuri Luci”, fresco di uscita.

Mia nonna paterna, anch’essa siciliana, se fosse stata ancora tra noi e avesse avuto la possibilità di sentirlo, terminato l’ascolto avrebbe certamente commentato, rigorosamente in dialetto: “Niscìu bonu”.

E avrebbe pronunciato una sacrosanta verità, giacché l’ultimo disco della Cantantessa è davvero un prodotto ben riuscito. Un album assolutamente anticommerciale e anti-mainstreaming, meravigliosamente fuori tempo, interamente cantato in dialetto siciliano, in greco, in arabo e in latino antico, suonato quasi interamente in presa diretta e registrato nell’appartamento della madre.

Un lavoro certamente complesso, raffinato, profondo, velleitario, eppure, al contempo, incredibilmente popolare, con musiche e arrangiamenti che riportano alla mente le sonorità del nostro sud ma anche quelle latine.

Un disco che celebra l’amore quale sentimento portatore di luce, da intendersi nella sua accezione più ampia, e che rappresenta solo il primo capitolo di una trilogia i cui futuri capitoli saranno dedicati alla tragedia e alla metamorfosi.

Carmen Consoli si muove con disinvoltura all’interno di mondi eterogenei trascinandosi dietro l’ascoltatore, che difficilmente ravviserà nell’uso di dialetti o di lingue, magari sconosciute, un ostacolo a un gradevole ascolto dei pezzi, dimostrandosi ancora una volta una cantautrice e una musicista di prim’ordine.

In “Amuri Luci” non mancano i duetti: particolarmente riuscito quello con Mahmood, nel brano La terra di Hamdis, una delle canzoni più belle e intense dell’album, assieme all’omonimo Amuri Luci e a Unni t’ha fattu ‘a stati (a essere onesti, tutti brani sono eccellenti, per cui risulterebbe difficoltoso rintracciare un pezzo “debole”).

In estrema sintesi, potremmo definirlo un “disco folk di classe”, il cui maggior merito consiste, certamente, nella sua capacità di saper rendere appieno -come poche altre opere moderne- l’essenza di una terra molto amata e conosciuta, ma ancora assai enigmatica, ancestrale e verace, attraverso un meraviglioso dialetto che per qualcuno è la propria “lingua madre”, per qualcun altro la lingua che affonda le sue radici nelle proprie origini e per altri la lingua del cuore, quella parlata da una persona amata, magari legata all’infanzia o a un passato dolce e struggente.

Da ascoltare assolutamente.

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