Perché Sanremo è Sanremo: sempre e comunque. Anche nel 2021, anche in piena pandemia, anche senza pubblico, anche in assenza di ospiti internazionali e di eventi collaterali, anche con 26 big in gara.
Anche quando va in onda a marzo -rompendo l’annale tradizione che vuole che vada in onda a febbraio, lasciandoci disorientati e straniti-, anche quando ci ripropone lo schema delle co-conduttrici diverse ogni sera e della presenza, sul palco, del calciatore del momento.
Perché Sanremo è la trasmissione televisiva dell’anno da ormai troppi anni, anche adesso, che ci sono i social, le tv a pagamento e le serie televisive che fanno le scarpe persino alle pellicole cinematografiche. E lo è perché, nonostante tutto quello che gli gira attorno e che nulla ha a che vedere con la gara musicale, continua a essere, ancora oggi, la gara musicale per eccellenza: sebbene si faccia di tutto per far credere agli italiani che non sia così, che si tratti di un mero contenitore televisivo in cui la musica fa da contorno, buono solo per essere utilizzato come trampolino di lancio o per tornare in auge quando si è troppo fuori dai giochi o si ha bisogno di rammentare agli ascoltatori la propria esistenza.
Spesso la gente finisce col credere quello che le si vuol fare credere, sicché molti sono convinti di guardare Sanremo perché inconsapevolmente invogliati da ospiti interessanti, conduttori brillanti, gradevoli intermezzi di puro intrattenimento, abiti da sogno, presunti gossip e chi più ne ha più ne metta quando, invece, in fondo in fondo, ad attrarli davvero è la musica. Anzi, la gara musicale.
Seppure poco o per nulla convinti che valga la pena di seguire, almeno parzialmente, il Festival per quello che è realmente, ovvero una gara fra cantanti, e non anche per tutto ciò che lo accompagna, finiscono per l’appassionarsi a quelle canzoni che dapprima appaiono loro terribilmente sanremesi o destinate a cadere nell’oblio o totalmente fuori contesto, e si lasciano rapire dalla magia di un cantautore o di un interprete che si esibisce dal vivo, in maniera ineccepibile o con qualche incertezza, sulle note di un’orchestra che suona dal vivo e su un palco che sembra intimorire anche gli artisti più scafati.
E una volta finito tutto, si ritrovano ad ascoltare in radio quei pezzi che, a sentirli in una modalità differente, gli appaiono diversi e magari ancora più belli, e a rendersi conto che è la possibilità di sentire della buona musica dal vivo a rendere prezioso il Festival, e non il carrozzone televisivo che gli s’imbastisce attorno.
Forse perché la musica rende gli uomini liberi, e di libertà, in questo periodo, c’è un gran bisogno.

Appassionata di musica, giornalismo, scrittura e danza, ama vivere nella sua riservata Torino, ma adora il Sud Italia, nel quale affondano le sue origini.