È uscito il 28 marzo “PUNTO”, l’album d’esordio di MaLaVoglia anticipato dal singolo “Johnny fa il miele”.
“PUNTO” arriva dopo una lunga serie di ben nove singoli, pubblicati dal 2017 ad oggi, e tanta gavetta che lo ha portato a calcare importanti palchi (opening per Enrico Ruggeri, Umberto Tozzi, Raf, Nomadi, Alex Britti, Roberto Vecchioni e Al Bano) e ad ottenere numerosi riconoscimenti. Nel 2018, ha vinto Area Sanremo e partecipato a Sanremo Giovani.
MaLaVoglia celebra con “Punto” i suoi quasi 10 anni di carriera, presentando il suo primo album che si distingue per uno stile musicale unico, che mescola sonorità moderne con influenze più tradizionali, creando un’atmosfera intensa e coinvolgente.
Pur guardando al mondo dei grandi cantautori del passato, MaLaVoglia riesce a mantenere una sua identità, senza mai somigliare troppo a nessuno in particolare. Le tracce conducono l’ascoltatore in un viaggio che esplora ironia, provocazioni, intime riflessioni e amore, e ogni parola scritta e cantata appare come un’esperienza vissuta in prima persona.
Ogni brano offre una sfumatura diversa del mondo interiore del cantautore, facendo emergere una storia, un sentimento, un momento di vita o uno spaccato di mondo, il tutto unito in modo originale spaziando tra generi come rock, elettronica, pop e folk.
L’ album coinvolge l’ascoltatore a livello emotivo, offrendo un viaggio musicale tra ironia, introspezione e provocazione.
“Johnny fa il miele” è un brano con riferimenti reali che racconta il periodo in cui l’artista ha vissuto per quasi dieci anni a Milano, decidendo poi di tornare alle radici, trasferendosi in una casa tra le colline dell’Oltrepò Pavese.
MaLaVogliaha ha sentito il bisogno cose semplici, proprio come Johnny, che ha abbandonato tutto per rifugiarsi in collina, più vicino alla luna, a fare il miele.
Il brano fa parte di un filone, seguito da MaLaVoglia, che è una fotografia dei paradossi contemporanei, tra “eco-sostenibilità” e “ego insostenibili”, “oceani di slogan plastic free” e “bombe che piovono sui nostri aperitivi”.
INTERVISTA
Ciao Gianluca, benvenuto si Inside Music,
“Punto” è il tuo primo album, anche se la tua attività cantautorale va avanti da quasi un decennio, con la pubblicazione nel 2017 dei primi singoli. Come mai ha avuto una gestazione così lunga?
Diciamo che non ho mai trovato la situazione giusta per poter pubblicare un album, anche a livello di team, persone con le quali collaborare.
In un periodo storico in cui sono tutti più attenti ai singoli, non volevo buttare fuori un album per forza. Ho aspettato.
Volevo pubblicarlo comunque prima, ma era a ridosso degli anni terribili della pandemia e sono stato costretto a rivedere un po’ i piani. E forse meno male, perché ho avuto ancora più tempo per capirmi, trovare il meglio per quello che è il mio primo album e al quale do una importanza molto intima e profonda.
Il tuo genere non è inquadrabile in nulla ma ha un po’ di tutto, dal rock, all’elettronica, passando per pop e folk. Presumo che ci siano dietro anche i tanti ascolti che ti hanno formato. Come riesci a legare il tutto così armonicamente, giudicando dal risultato?
Che bella questa osservazione. Ascolto moltissima musica, da sempre.
Ovviamente affondo le mie radici nel nostro cantautorato italiano ma poi spazio tantissimo, dal rock al punk, il metal, la musica classica e potrei sorprenderti dicendoti che mi piace ascoltare il rap, ma quello non contaminato dal main stream. Ci sono tante verità nei racconti dei rapper, è musica vera.
Come faccio poi a legare il tutto, non lo so. Diciamo che quando compongo un brano è lo stesso brano che mi chiama, la sua parte musicale e il genere dove collocarlo.
Quando ho scritto “Camoscio”, ad esempio, volevo che il brano fosse quasi parlato, a parte il ritornello e quindi col mio produttore di allora (Davide Maggioni) abbiamo optato per sonorità più elettroniche.
“Johnny fa il miele” è il singolo che conclude l’album ma anche quello più emblematico. Dietro questo testo c’è una tua scelta di vita che ti ha portato a cercare un luogo dove vivere in semplicità, lontano dalla metropoli milanese. Ci ha guadagnato anche la tua ispirazione?
Diciamo che non l’ho fatto per l’ispirazione, anche le metropoli sono bacini dai quali attingere appieno, soprattutto Milano che ha angoli bellissimi.
Ti dirò che ho anche scritto tanto nel mio periodo milanese; ciò che non sopportavo più erano i ritmi e quell’aria di Hypismo assoluto che pervade Milano, inclusiva solo se fai parte di quegli standard silenti e tutte le cose che ho raccontato in Johnny.
Avevo bisogno di ritrovare la bellezza nel semplice, fuori dagli slogan modaioli.
“Allevati a terra” racconta di quanto sia facile e, forse, anche comodo, credere alle tante bugie che ci raccontano, come nel paese dei balocchi. Questa forse è la traccia in cui è più visibile l’impronta bennatiana, anche se hai saputo dare una chiave diversa al disincanto e alla critica alla società, come anche in “Non siamo tutti calciatori” e “Sei bravo ma”.
Qual è, secondo te, il ruolo del cantautore oggi, o quale senti sia il tuo?
Credo che il ruolo del cantautore sia più o meno lo stesso di quello delle decadi antecedenti a questa, solo un po’ più fortunate.
Il cantautore deve raccontare ciò che vede e vive, senza dover essere schiacciato necessariamente dalle esigenze del mainstream di oggi che sta appiattendo la musica.
È bello vedere un Lucio Corsi che spicca a Sanremo, ma sarebbe bello se venisse valorizzato tutto il cantautorato in sé, partendo magari da quello più sommerso soffocato dai pochi spazi disponibili.
Ecco, il mio ruolo credo sia quello di trovare e occupare in mio spazio e condividere la mia musica. Niente di più.
“Vento” vede il featuing con Roberta Giallo e ha un’atmosfera quasi lirica, con gli archi a sottolinearne la potenza evocativa. Com’è nata questa collaborazione?
Vento è un brano in cui sono stato coinvolto e che ho cercato fino all’ultimo di inserire tra le tracce dell’album.
Purtroppo a pochi giorni della release ho avuto dei problemi di royalties e non si è potuto fare. Però è una canzone che mi piace e che mi ha permesso di sperimentare sonorità diverse e anche una mia vocalità diversa.
Ringrazierò sempre la mia amica Roberta Giallo per avermi coinvolto e, naturalmente, Mediterraneo per avermi dato fiducia.
“Camoscio” parla di Giacomo, 39 anni, che ha perso la sua identità da quando è rinchiuso in carcere. La sua storia è un pugno nello stomaco. Come hai deciso di dare voce agli invisibili della società?
Ho incontrato Giacomo (nome di fantasia) a Roma, anni fa.
Mi ha raccontato la sua storia.
Quando raccontava del carcere si sentiva ancora invisibile; mi ha colpito la sua totale assenza di empatia nel raccontare quel periodo, come se fosse alienato e assente e raccontasse di un’altra persona.
Al di là di moralismo e retorica volevo parlare di come il vissuto in un carcere possa lasciare un segno indelebile, un marchio, sull’anima della persona.
Oggi siamo tutti bravi a santificare o colpevolizzare tutti subito, ma non sappiamo come “Caino” vive il peso del suo sbaglio.
Ecco, volevo raccontare questo. Delle 9 tracce è una di quelle alle quali sono più legato e da dove poi, MaLaVoglia, ha iniziato a correre.

Per ogni cosa c’è un posto
ma quello della meraviglia
è solo un po’ più nascosto
(Niccolò Fabi)