Home Interviste Lorenzo Dipas ci porta tra gli avventori dell’“Art Café” – INTERVISTA

Lorenzo Dipas ci porta tra gli avventori dell’“Art Café” – INTERVISTA

by Alessia Andreon
Screenshot

Si intitola “Art Café” il nuovo album dell’artista abruzzese Lorenzo Dipas, detto anche il “cantautore degli ultimi”.

Una notte raccontata in undici tracce che ritraggono varie scene della vita di un paese di provincia in notturna, quando l’unico locale ancora aperto è il bar e intorno a quell’unico faro nella notte ruotano diverse storie, alcune che si svolgono o si immaginano all’interno, altre all’esterno, quando si è già tornati a casa.

In questo pittoresco viaggio, che parte dall’Art Café, si snodano le storie narrate dal protagonista che, insieme ai suoi amici, è uno degli affezionati avventori del bar: è così che si parla, col barman, di amori finiti, si ironizza sulla vita nella baraonda della serata. Con l’arrivo della notte, tornando a casa, una sigaretta fumata su un balcone guardando gente, marciapiedi, gatti che passano, ispira riflessioni fino all’alba.

Lorenzo Dipas ci ha portato a scoprire tutto quello che succede in un piccolo frangente di tempo, attraverso il suo sguardo, con l’album “Art Café”.

INTERVISTA

Ciao Lorenzo,

il tuo “Art Café” è un album molto particolare: ogni canzone, infatti, è legata alla precedente e si svolge tutto in una notte; ti va di raccontarcelo?

Ciao!

Si, ho concepito la tracklist in modo da far fare una specie di viaggio all’ascoltatore che come una telecamera si trova ad inquadrare scene sempre nuove ma tutte legate assieme da una sorta di “concept”.

Non vorrei essere troppo prolisso, anche perché mi piace lasciare all’ascoltatore il gusto di interpretarlo. Tuttavia possiamo dire che è un disco che si svolge in tre sezioni: la prima è ambientata in un locale, l’”Art Café” appunto (mio bar di fiducia), dove ci sono brindisi, gente che si confessa col barman, partite di poker e gente che balla ubriaca.

La seconda sezione è quella del “ritorno” a casa, la terza è quella dell’ascesa in paradiso.

Gli stessi che brindavano nel bar a inizio disco si ritrovano a brindare alla fine nel “paradiso dei perdenti”. Lo so, è un po’ assurdo, ma il bello della musica è lavorare di immaginazione!

Potremmo dire che “Art Cafè” sia un luogo che tutti abbiamo visitato/vissuto, come l’avventore che racconta al “Barman” i suoi problemi di cuore… Sono scene immaginate o c’è anche un fondo di realtà?

Le mie canzoni partono sempre da un fondo di verità. Le due canzoni che hai citato sono strettamente legate alla compagnia che frequento la sera quando ci ritroviamo all’Art Café, qui a L’Aquila.

Quando scrivo cerco sempre di vedere quello che sto dicendo, quindi il lavoro di immaginazione, come dicevo prima, è fondamentale: in qualche modo mi serve per trasformare le piccole cose che mi colpiscono in canzoni.

Questo album è anche un chiaro omaggio alla città che ti ha accolto quando ti sei trasferito da Teramo, come racconti in “L’ attore”, per studiare ingegneria. Cosa ti manca, oltre il mare, della tua terra?

In realtà io vengo dalla montagna perché non sono proprio originario di Teramo. Vengo dalla parte di provincia che si arrocca sulle pendici del Gran Sasso: Isola del Gran Sasso si chiama il mio paese. Quindi col mare ho sempre avuto poco a che fare. Piuttosto nel mio DNA scorrono le scampagnate, le arrostate, le camminate in montagna, la neve e gli arrosticini!

Ciò che mi manca, a volte, è la stessa cosa che mi ha fatto un po’ scappare ma si sa che quando cresci le cose tendi a vederle da un altro punto di vista: il fatto di conoscersi tutti.

Mi piace quando torno trovare la routine che ho lasciato e che è sempre la stessa da anni, con le stesse facce, le stesse cose da fare, le stesse atmosfere da vivere. E’ rassicurante avere un posto in cui tornare per ritrovarti ogni volta a capire chi sei veramente.

Ogni incontro, come in “Marciapiedi”, è anche occasione per fare delle riflessioni esistenziali, come spesso succede a tarda notte. Ti capita di avere più ispirazione in notturna anche nella scrittura?

Questa è una domanda a cui non so bene rispondere. In realtà, più vado avanti con l’età, più tendo a scrivere di mattina!

Ciò che mi può succedere più spesso di notte, invece, è essere colpito da qualcosa. Quindi mi capita spesso di appuntare frasi (che restano a decantare spesso anche per mesi)  che poi di colpo, quando mi sento pronto, trasformo in canzoni in qualche manciata di minuti. Anche se spesso ci provo, il processo creativo purtroppo non riesco mai a incasellarlo in un “metodo”, perché dipende molto dallo stato emotivo in cui mi trovo.

Questo è anche un disco che segna una svolta nella tua carriera, cosa ti ha condotto al cambiamento da “Gli ultimi” ad “Art Cafè”?

Mi fa piacere questa domanda e ti ringrazio di avermela fatta, perché finora nessuno mai aveva cercato il ponte tra “Gli ultimi” ed “Art Café”. In realtà l’unico cambiamento che ho fatto è stato quello di cambiare nome d’arte (AMELIA era il mio precedente nome d’arte).

Le canzoni contenute ne “Gli ultimi” non le rinnego e infatti ancora oggi le suono ai concerti molto volentieri anche perché ad alcune sono profondamente legato e penso siano brani molto validi. Il concetto di “ultimi” che scavavo nel disco precedente e che si leggeva, ad esempio, nel brano omonimo, non è altro che quello che nel nuovo disco è riportato in “Art Café” o in “Blue ice”.

Gli ultimi sono una categoria di persone con la quale mi sento molto legato: io stesso quando torno a casa da solo a fine serata quando tutta la città dorme mi sento così. E cerco di cantare, in qualche modo, per tutte quelle persone che si sentono come me.

Ad accompagnare il CD c’è un fumetto, interamente disegnato da te, che racconta una storia che va di pari passo con le tracce dell’album. Hai sempre avuto la passione per il fumetto? Prima d’ora non le avevi mai unite?

Questa cosa del disegno è stata una novità che ho riscoperto nell’ultimo anno.

Non avevo mai considerato la possibilità di sfruttarla per dare alla mia musica una spinta comunicativa in più. In passato facevo qualche fumetto per divertimento: ad esempio ricordo che con i miei compagni di università aprimmo una pagina facebook dove postavo un fumetto a settimana di un professore di ingegneria che diceva qualcosa di buffo.

L’idea di poter sfruttare il disegno anche nella musica mi permette semplicemente di ampliare il parco giochi che mi sono creato per rimanere un eterno adolescente.

Potrebbe piacerti anche