Fiamme, rose bianche, abiti scintillanti, atmosfere solenni e a tratti mistiche, ma, soprattutto, musica che risuona con forza: di questo e di molto altro è fatto un concerto dei Greta Van Fleet.
Che i loro live fossero pazzeschi, mi era stato già ampiamente ventilato e, a sbornia da concertone definitivamente smaltita, non posso che confermare che si trattasse di affermazioni assolutamente fondate e veritiere.
Lo scorso 30 novembre, all’Unipol Arena di Bologna, questi 4 ragazzi venuti dal Michigan hanno, infatti, letteralmente infiammato il palco di un’arena strabordante, presso la quale è accorso un pubblico inaspettatamente molto variegato per età ed estrazione sociale, che pareva non aspettasse altro che accogliere calorosamente i loro giovani beniamini, i quali non avranno potuto rimanere indifferenti di fronte a tanto entusiasmo.
L’inizio del live è stato preceduto da un intro strumentale capace di esaltare a dovere la bellezza dei brani dell’ultimo album, “Starcatcher” -che dà il nome al tour-, al termine del quale Josh e gli altri tre componenti della band sono apparsi sul palco e hanno dato il via allo spettacolo, aprendo con The Falling Sky e Indigo Streak.
Lo spettacolo si è snodato attraverso una sapiente alternanza di brani tratti dai tre album del gruppo -alcuni dei quali sono stati suonati per la prima volta nel tour europeo in corso-, tra i quali gli amatissimi Broken Bells, Heat Above e Meeting The Master; impossibile non rimanere piacevolmente impressionati e ammirati dall’incredibile voce del cantante, che ha dato prova di una straordinaria capacità vocale senza mai sbagliare una nota, nonché dalla bravura dei musicisti, che hanno lasciato gli spettatori a bocca aperta con dei virtuosi assoli.
Il frontman si è mosso con consapevolezza sul palco, interagendo spesso col pubblico per il quale la lingua differente non è sembrato rappresentare un ostacolo, concedendosi il vezzo di cambiare più volte outfit e di rimanere scalzo nella seconda parte del concerto.
Il picco lo si è raggiunto nella parte acustica del live, quando la band si è materializzata sopra un piccolo palco rotondo collocato in mezzo al parterre, dando vita a un momento intimo ed emozionante, di forte vicinanza col pubblico, durante il quale ha trovato spazio anche la cover di Unchained Melody.
Nella parte finale dello show i Greta hanno intonato, tra le altre, la bellissima Sacred The Thread, concedendo al pubblico non ancora pago un attesissimo bis; il live si è chiuso con Farewell for Now e con il lancio di rose bianche fra il pubblico da parte di Josh e dei suoi compagni di avventura.
Quel che ne è risultato sono state più di due ore di musica allo stato puro, suonata e cantata con maestria da quattro poco più che ventenni, senza il supporto di saltimbanchi, corpi di ballo e scenografie pazzesche, ma solo con qualche fiammata di fuoco qua e là a sottolineare la forza evocativa dei loro pezzi.
Che siano talentuosi e nati per stare sul palco è innegabile: ostinarsi a considerarli esclusivamente come gli eredi, se non addirittura la “cover band” o la “brutta copia” dei Led Zeppelin -che indubbiamente, soprattutto in alcuni pezzi, ricordano e ai quali non hanno mai negato d’ispirarsi- appare ormai una forzatura.
Josh e gli altri componenti della band sembrano aver trovato la loro strada, che nei prossimi anni avranno modo di percorrere più a lungo e approfonditamente, e lo stanno ampiamente dimostrando, con la loro musica e la loro innata attitudine a suonare dal vivo.
Non so se il concerto perfetto esista, però quello dei Greta si avvicina abbastanza al mio concetto di live impeccabile.
E siamo solo agli inizi.

Appassionata di musica, giornalismo, scrittura e danza, ama vivere nella sua riservata Torino, ma adora il Sud Italia, nel quale affondano le sue origini.