David di Donatello 2018 – La Favola di Gatta Cenerentola e Dario Sansone dei Foja.

Dopo il loro sbarco su Rai 1 in prima serata i David di Donatello si impongono sempre più come gli Oscar nazionali, e in questo kaleidoscopio di candidature, di premi e riconoscimenti, la musica non può che trovare il suo giusto e degno spazio anche nella festa del cinema.

Un trionfo per il capoluogo campano che ha ricevuto premi in ogni categoria, Ammore e malavita” dei Manetti Bros è stato premiato come miglior film, Renato Carpentieri migliore attore protagonista interprete de “La tenerezza“, tratto da un romanzo di Lorenzo Marone, scrittore napoletano, Nelson, cantautore napoletano già David di Donatello 2014, ha vinto con la miglior canzone (‘Bang Bang‘). Ma non finisce qua, i premi continuano con “Gatta Cenerentola” che – su cinque candidature – ottiene due premi: Luciano Stella e Carolina Terzi migliori produttori e l’Oscar del cinema italiano per migliori effetti digitali. Questo per il cinema d’animazione è un risultato storico, la pellicola di Mad Entertainment, officina di nuovi talenti napoletana, è infatti il primo film d’animazione in assoluto a ricevere la nomination in questa categoria.

Alla vigilia delle premiazioni, noi di Inside Music, abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Dario Sansone, uno dei registi del film “Gatta Cenerentola”, nonché frontman dei Foja, candidati anche nella categoria “miglior brano originale”.

Ciao Dario, dopo tre anni di nuovo nella lista della cinquina degli ipotetici vincitori dei David di Donatello, cosa è cambiato di importante nella tua arte nel frattempo?
Dario: Cosa è cambiato è una bella domanda. Il punto è che in tre anni abbiamo fatto così tante cose sia nell’ambito musicale che in quello dell’animazione che è difficile capire se è avvenuto un effettivo cambiamento in quello che facciamo, è veramente difficile avere il polso della situazione rispetto al passato. Ti posso però dire quello che non è cambiato, cioè la ricerca sempre di una qualità da offrire al pubblico e di una sincerità sempre scavando più a fondo nelle cose che vuoi fare. Nel momento in cui si arriva ad una certezza artistica è il momento di smettere, la ricerca è sempre fondamentale nel nostro mestiere. Per quel che mi riguarda io vivo la gioia attraverso la gioia degli altri, non è un fatto personale il mio successo, è anche un momento di condivisione. Questo negli anni ci ha portato ad avere un pubblico che è stato ancora più felice di noi di queste nomination, e io lo sono perché loro sono felici per me.

Anche la kermesse nel frattempo ha subito degli importanti cambiamenti, sbarcando ad esempio in prima serata sulla TV di stato. La musica sta iniziando ad avere i riconoscimenti che merita anche nel cinema?
Dario: Io penso che il cinema e la musica siano sempre stati ottimi compagni, basta pensare a tutto quello che è avvenuto fra Fellini e Nino Rota piuttosto che tra Sergio Leone ed Ennio Morricone. C’è sempre stato un ottimo rapporto, ad esempio nel David la sezione “Miglior canzone e migliore colonna sonora” c’è sempre stata. Quella che è una novità per “Gatta Cenerentola” è che per la prima volta è stato candidato un film d’animazione, non era mai accaduto ciò. La verità è che la situazione del cinema d’animazione italiano è ai minimi termini, probabilmente gli unici lungometraggi che sono usciti negli ultimi tre anni sono quelli che abbiamo prodotto noi della Mad Entertainment. Ritornando alla musica ed al cinema, sono due realtà che si influenzano da sempre e lo fanno scambievolmente: una buona musica può migliorare una buona scena e viceversa.
Il cinema muto parte musicato, nasce attraverso la musica.

Una delle candidature è nella categoria “Migliore canzone originale” con il brano “A chi appartieni”, dici “è ‘nu bene ‘stu dulore, rire sto ‘mpazzenno ‘miezo ‘a gente”, tu a chi senti di appartenere: alla tua gente, alla tua città, ai tuoi disegni…
‘O patatern..(ndr: ridiamo). Io mi sento di appartenere al mondo, in generale. La mia gente è gente che vive una città che è internazionale ed è incastonata nel mondo, anzi è l’esempio di una miscelazione di culture secolari. Anche la nostra lingua è una lingua mista, meticcia, molto ricca di termini francesi, spagnoli, catalani. Mi sento di appartenere a questo e ad una continua sperimentazione che – come dicevo prima – è il divertimento. Cercare di trasformarsi mentre ricerchi te stesso, che è una cosa complicata ma anche divertente.

Del film in concorso “Gatta Cenerentola” sei anche uno dei registi, una favola storica riadattata alla modernità. Chi sono le moderne cenerentole della nostra generazione e perché?
Io penso che in questo momento storico la schiavitù più grande venga data dai social network. Credo sia questa l’epidemia degli ultimi dieci anni perché è un finto luogo, una finta democrazia, è un mondo che ti sembra intero e invece sono solo i tuoi cinquemila “amici”. È un mondo che ti da la possibilità di leggere i pensieri degli altri, quando invece una volta per poter esprimere un pensiero dovevi conquistare un microfono, un altoparlante, dovevi avere una posizione per parlare. Spostare i luoghi per far parlare gli esseri umani è un po’ come mettere a tacere una rivoluzione che potrebbe accadere. Non può essere virtuale una rivoluzione se le persone non si scambiano gli sguardi e le parole. Io ovviamente non sto condannando le tecnologie, anzi ne osanno le loro potenzialità e la loro utilità, io sto denunciando l’uso che sembrava nascere per un popolo e invece proviene dall’alto ed è diventato un modo per controllare e distanziare le anime, fondamentalmente.
Dove pensi ci porterà tutto ciò?
“Si ‘o ssapess, me ne fujess!” . Sai i corsi e i ricorsi storici sono anche di rifiuto verso conquiste che apparentemente sembravano libertarie e poi sono diventate dittature, penso e mi auguro che “ce scetamm!”. I concerti potrebbero avere un forte potere in merito, se si abbassassero i telefonini. A me capita di dire durante i miei live “ragazzi almeno una canzone senza cellulare fatela, avete pagato un biglietto, siete qua, godetevelo!”.

A proposito di Napoli, tre su cinque film finalisti sono Made in Naples. Il trionfo della capitale del Mezzogiorno d’Italia?
Sì, pare che si sia aperto un cono di luce su questa città da almeno una decina d’anni, per quel che riguarda le arti. Aprire il cono di luce significa che non è che non ci fossero mai state delle realtà talentuose a Napoli ma che – evidentemente – adesso qualcuno sta generando un indotto da qualche parte. Questo ovviamente è positivo, anche perché questa città è sempre stata molto eterogenea nelle produzioni, basti pensare che anche i napoletani che non vivono più a Napoli comunque hanno sempre lavorato e prodotto cose di qualità. Se abbiamo anche il coraggio e la forza di uscire dall’autarchia che ci creiamo da soli, si possono fare grandi cose, sempre tenendo presente che essere napoletani significa appartenere ad un’universalità e non solo ad una città. Uno deve essere orgoglioso delle proprie origini ma portarle in giro.

Quali sono le tue aspettative di posizionamento?
A me interessa più che altro che ci sia un faro acceso sul team di Gatta Cenerentola, semplicemente. Forse mi piacerebbe – su tutti – il premio “David Giovani” che non è votato dall’accademia ma da ragazzi, perché il mondo è sempre di chi ha qualche anno in meno, non di chi sta avanti. I giovani possono avere la forza di spostare quello che succederà.

A cura di Fabiana Criscuolo

2018-03-24T11:30:43+00:00 24 marzo 2018|Interviste|0 Commenti