Valeria Caliandro e le sue Miniature: intervista all’artista pratese

di Paola Pagni

“MINIATURE” è il nuovo disco di Valeria Caliandro. Nove tracce prismatiche sul mondo delle relazioni, sul rapporto tra la colpa e il coraggio di sognare, su come un singolo giorno racchiuda il seme di una vita intera.

MINIATURE sono le canzoni rispetto alla musica, pochi minuti intensi e ornamentali, come i caratteri utilizzati negli antichi manoscritti.

E’ un disco che mette in dialogo la musica classica contemporanea e il dark pop. Registrato al GRS studio di Firenze da Lorenzo Buzzigoli con pochi strumenti: pianoforte, voce, synths, archi e percussioni. Vede due collaborazioni importanti: un duetto con Paolo Benvegnù e la collaborazione con Eugenio Sournia (ex Siberia).

Abbiamo scambiato una piacevole conversazione con Valeria, che ci ha spiegato a fondo molti aspetti di questo suo ultimo lavoro.

Intervista a Valeria Caliandro

Miniature richiama l’attenzione ai particolari: è così che crei la tua musica?

Si, dopo il disco precedente in cui si è percepita una differenza tra come è stato registrato e come è stato portato dal vivo, mi sono promessa di fare un disco coraggioso e più fedele al mio reale modo di fare musica. Io scrivo pianoforte e voce ed ho delle influenze fortemente classiche. Per cui ho deciso di rischiare facendo un disco dove, ad esempio, non fosse presente nessuna chitarra. È un disco che si fonda su pianoforte, archi, sulla voce, percussioni, pochi tappeti di synth. Questo porta subito a creare degli arrangiamenti molto minuziosi, per cui l’impressione che ho avuto, è che ci sia stata questa cura simile a quella che si ha quando appunto si fanno le miniature.

Miniatura è anche il primo singolo: in questo concetto la miniatura ha un’accezione diversa?

Il titolo ha una doppia chiave di lettura: la prima è quella che abbiamo detto sugli arrangiamenti, la seconda è come nel piccolo sia racchiuso in realtà qualcosa di grande. Iniziando a scrivere prima della pandemia, l’idea di parlare delle miniature era anche riferito alla scelta che facciamo ogni singolo giorno, che poi compongono la nostra esistenza. Ogni singola canzone, in quest’ottica, è una miniatura rispetto ad una musica intera. Poi ci sono stati questi periodi di lockdown che ci hanno fatto fortemente percepire di essere chiusi dentro i nostri confini, proprio come l’idea di un giorno che si ripete. Che di fatto è quello che abbiamo vissuto. Attraverso la mancanza dell’altro ci siamo resi conto che i nostri confini sono tracciati anche dalla vicinanza o meno con qualcuno.

“Firmamento” riflette un pensiero di Valeria Caliandro, che ha sempre immaginato l’esistenza di una stanza vuota dentro l’essere umano: a cosa serve questa stanza?

Questo è un concetto che è legato molto al mio disco precedente. Non a caso è stato il primo brano del nuovo disco, quasi a concludere il percorso precedente. Io sono una persona molto nostalgica, la mia poetica musicale gira molto intorno a questo concetto di assenza. Secondo me l’essere umano, proprio per sua natura, conosce questa nostalgia, conosce la mancanza, perché è un essere che vive di attaccamento in generale.

Può quindi sentire mancanza anche di qualcosa di brutto, non necessariamente di qualcosa di bello. Vive con nostalgia, anche solo per il tempo che passa. Ognuno secondo me tiene in quella stanza vuota qualcosa di differente. La coscienza di questo vuoto è secondo me tipico dell’essere umano. Vuoto che si trasforma anche nel corso della vita: una persona persa, un amore finito. Può essere e diventare qualsiasi cosa. Anche semplicemente la propria vita che cambia. Però secondo me in questa stanza ogni tanto dobbiamo andarci, per fare i conti con noi stessi, per rimettere a posto anche alcune cose, digerirle e fare spazio per il futuro.

Questo album l’hai iniziato prima della pandemia, e finito dopo: questo arco temporale ha influito sui contenuti?

Si moltissimo. Tant’è che c’è stato anche un momento di blocco per me, e c’è stato un periodo in cui ho composto molta musica strumentale. Infatti nel disco sono presenti anche due brani strumentali, che sono uno specchio di questo momento appena passato, in cui a tratti abbiamo perso le parole. Mentre questo stava succedendo non era possibile poterlo analizzare, come tutte le cose ci vuole un po’ di tempo per assimilare certe situazioni.

E come si fa a parlare di qualcosa che cambia di minuto in minuto senza sapere nemmeno con certezza dove sta andando? Non si può, per cui è meglio suonare e basta. Forse questi pezzi strumentali sono stati anche un modo per cercare una via d’uscita da una situazione fin troppo cerebrale. Per questo motivo infatti ho anche chiesto aiuto. L’ultimo brano che è stato scritto che è Alla Finestra è intervenuto un paroliere molto bravo che è Eugenio Sournia, che mi ha letteralmente aiutato a trovare le parole.

Invece la collaborazione con Paolo Benvegnù come è nate?

In maniera molto piacevole. Conoscevo Paolo da diverso tempo ed ho sempre sognato di poter lavorare con lui anche perché condividiamo un genere musicale abbastanza simile. Anche i nostri testi hanno entrambi lo stesso tipo do musicalità. È capito che per un periodo fossimo nello stesso studio a registrare e lui, con molta naturalezza, si è prestato anche a darmi consigli su quello che stavo facendo. Lui in effetti dice di sé stesso di sentirsi un po’ come una levatrice per quanto riguarda le produzioni degli altri, e di aver bisogno a sua volta di qualcuno che lo faccia per lui.

Ogni volta che mi suggeriva di spostare un accordo, mi ricordava l’importanza di qualcuno che ti mostri un lavoro da fare. Forse il suo essere artista gli fa capire quale sia il modo giusto di approcciarsi nel suggerire cambiamenti ed a volte nel fare anche delle critiche. Quando si è messo a cantare questo brano, è stato bellissime vedere come ha lavorato con la voce. E poi ci siamo anche molto divertiti, per cui secondo me è stato sicuramente un buon incontro.

Lo studio del pianoforte ha una parte fondamentale della tua musica: questa scelta è venuta da te?

È partita da me, perché io avevo le idee molto chiare già da bambina. Io facevo finta di suonare anche prima di avere imparato a farlo, quindi ero anche abbastanza buffa devo dire. Così ho iniziato con le lezioni di pianoforte e praticamente non ho mai smesso. Sicuramente poi ha influito anche il fatto che mio fratello suonasse la chitarra, quindi in casa si respirava già l’atmosfera musicale. In ogni caso è stato sempre tutto molto spontaneo.

Miniature verrà portato live?

Noi lo porteremo in giro il più simile possibile a come è nato, in maniera abbastanza asciutta. Saremo io e la mia violoncellista, Sara Soderi. Quindi pianoforte, violoncello, voce mia ma anche voce di Sara. Due voci femminili. Poi sul palco ci destreggeremo anche con altri strumenti, per portare una versione non troppo distante dal disco. Spiegare la mia musica forse sembra complicato, ma live si percepisce bene che in realtà è tutto molto naturale, senza manierismi o sovrastrutture complicate.

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