Il suo nome d’arte, MARVASI, è anche il suo cognome, ma le Vite altrui che racconta sono quelle che lui stesso ha vissuto nell’ultimo anno.
Lo raggiungo telefonicamente mentre è immerso nel traffico romano di una giornata uggiosa per parlare del suo nuovo singolo, nel quale canta di un amore incondizionato nei confronti di una persona che, ormai da tempo, non fa più parte della sua vita, ma che gli ha rubato del tempo prezioso.
Spesso capita di negare a se stessi l’evidenza, magari per quieto vivere, per poi rendersi conto che era impossibile salvare una relazione già compromessa.
La produzione del brano è riconducibile al pop elettronico, synt wave e vapor wave e presenta, come il precedente singolo, delle forti influenze hip-hop.
Il risultato è un brano dal testo intimo, riflessivo e cantautorale accompagnato da un suono fresco e attuale.
Vite altrui parla di un amore non più corrisposto e del rifiuto di prendere atto di questa situazione. È nata come bisogno di sfogarsi o come una sorta di monito per il futuro?
Forse entrambi ma, sicuramente, il primo istinto è stato quello di comunicare questo senso di inadeguatezza, errore costante, che mi ha sicuramente portato a fare delle scelte che, dopo un anno, si sono rivelate sbagliate.
Ascoltando la canzone mi son fatta l’idea che ci sia una continuità con il singolo precedente, è così?
Effettivamente Vite altrui è il seguito del precedente singolo, Tratti di vernice, uscito il 26 giugno. La storia è la stessa, ma raccontata in momenti diversi, perché in Tratti di vernice ero alla fine di quel famoso anno. Riuscire a riportare tutto in scala temporale è stato sicuramente importante per dare un senso di continuità, ma non ci sarà un terzo capitolo.
Nella strofa canti: “non ti ho mai vista in forma tanto astratta” e, infatti, l’ambientazione del video è un quadro in cui scorrono opere d’arte con te e lei come protagonisti. Sei un appassionato?
Non lo sono, son sincero; mi ha sempre ispirato, ma ho dedicato più tempo alle altre arti. Il senso dei quadri all’interno del video era più che altro legato al concept del brano; questo discorso di astrattezza, di non verità, come se fosse un flusso temporale di ricordi che scorrono dal reale fino al finto. All’inizio del videoclip sto dormendo, mi sveglio e ricordo il mio sogno: rappresenta un viaggio introspettivo nella nostra vita, in cui, a volte, ci troviamo ad essere ostaggio delle nostre stesse scelte. A proposito della frase che citavi, in quel punto abbiamo scelto come quadro il Sogno di Picasso, che raffigura appunto una donna in forma astratta, proprio per rafforzare ancora di più il concetto; lei era una persona che conoscevo da anni e, all’improvviso, si è trasformata per me in una forma astratta. Succede quando non vediamo talmente da tanto tempo una persona che quasi non ci ricordiamo più il suo volto, questo mi ha suscitato una tristezza inaudita.
Come si conciliano l’hip hop, al quale tu naturalmente tendi, e un testo profondamente intimistico?
Effettivamente l’hip hop nasce come genere di denuncia quindi ci sono esigenze di scrittura differenti. Quello che faccio io, ma è quello che stanno facendo anche degli artisti indie attuali, è spostarsi a un genere urban, indie-pop, anche elettronico, pur essendo nati dall’hip hop. Si tratta semplicemente di scrivere una metrica hip hop e darle una melodia, come Frah Quintale ad esempio.
Parlando dei tuoi esordi, il punto di partenza è stato appunto l’hip hop ma nel percorso di evoluzione musicale ti sei avvicinato al cantautorato italiano. Perché hai avvertito questa esigenza?
Il cantautorato italiano è il nostro patrimonio musicale per antonomasia, non c’è niente di meglio, e trovavo abbastanza assurdo che all’età di 20 anni suonati ancora non lo conoscessi abbastanza. È stata un’esigenza che mi è venuta da dentro: Battisti e Mogol mi sono sempre piaciuti moltissimo, li ho sempre ascoltati molto ma non conoscevo ogni singolo album; mi sono avvicinato a loro anche a livello compositivo: è incredibile come canzoni scritte 40-50 anni fa, siano ancora così attuali. Per i testi, i primi tra tutti a cui ispirarsi sono Fossati e Battiato.
Buoni propositi per il 2021, dato che è iniziato con l’uscita singolo?
Sono una persona estremamente umile ma che crede molto in se stessa. I miei propositi sono migliorare tanto, perché comunque non mi sento neanche lontanamente arrivato, non sento che il mio potenziale sia ancora uscito fuori. I progetti che sto facendo ora sono progetti in cui credo tantissimo. Tra l’altro non suono più da solo, ma mi sono fatto affiancare da una band, una scelta impegnativa, ma n’è valsa la pena; sono sicuramente incentivato a studiare ancora tanto e a migliorare il più possibile. Penso che non si è mai troppo grandi per farlo: io, per esempio, ho ripreso a fare musica abbastanza tardi, a 23 anni. Ancora ho i live da fare, un bagaglio esperienziale che purtroppo il Covid mi ha portato via o per meglio dire ha congelato. Sicuramente ho voglia di suonare il più possibile e migliorare, migliorare, migliorare, perché c’è ancora tantissima strada da fare.
Trovo che sia molto positivo che tu dia tanto valore allo studio…
A proposito di studio, questa è una vera curiosità: l’idea del video con i quadri è nata da una chiacchierata con il videomaker e mio collega all’università, Daniele Scaglia, che insieme ad Andrea Nucifero, hanno prodotto il video con la loro E-Music Production. Io e Daniele studiamo Marketing alla Sapienza, siamo all’ultimo anno della magistrale, poi vedremo cosa fare…. È un tipo di percorso di studi finalizzato a realizzare un obiettivo e si adatta bene anche con il tipo di lavoro che stiamo facendo ora.

Per ogni cosa c’è un posto
ma quello della meraviglia
è solo un po’ più nascosto
(Niccolò Fabi)