L’Aura: “Amare la musica è una maledizione ed una benedizione”

L’Aura , al secolo Laura Abela, nata nel 1984, ha avuto una carriera ricca e difforme: dal felicissimo esordio di Okumuki, all’emozionante Demian, ed infine a Sei come Me, da cui si ricorda la cover di Total Eclipse of the Heart insieme a Nek. Sei anni dopo è arrivato La Meccanica del Cuore. Abbiamo deciso di ripercorrere la sua carriera e conoscerla meglio. Ciò che ne è scaturito è stata una chiacchierata a dir poco emozionante.

E’ un’uggiosa mattina di giugno quando intervisto L’Aura, al secolo Laura Abela, cantautrice sofisticata che predilige l’emozione al cinismo, i colori pastello alle sfumature di beige, il realismo ai filtri di Instagram. La sua delicatezza e la sua ricchezza culturale sono uniche nel panorama italiano. Pochi squilli, e risponde al telefono. Comincia l’intervista.

Ciao L’Aura, come stai? Cosa stai facendo ora? Ti stai godendo gli strascichi del contrario dell’amore o ti stai tenendo occupata con qualche altro progetto?

Non posso parlarne per motivi legali; è una situazione un po’ complicata. Bypassiamo la domanda.

Ok, siamo impazienti di scoprire quello che succederà poi. Recentemente hai rinnovato il tuo fan club, L’Aura Club: i tuoi fan hanno apprezzato come ti aspettavi?

Sì! È un impegno piuttosto grande, perché quando sono partita con l’impegno di aprire un fanclub (cosa che in realtà mi era già stata chiesta per tanti anni e per tanti anni l’avevo rimandata) non pensavo che mi avrebbe fatto così piacere. Le persone che mi seguono sono molto dolci, molto carine, anche interessanti! Mi fa sempre piacere ma è davvero impegnativo perché ci sono sempre molte cose da organizzare e gestire. Per quanto le persone possano essere appassionate hanno in genere anche altre priorità: coordinare tutto non è semplicissimo, ma è comunque bello aver iniziato questo per conoscere meglio il mio pubblico, per lavorare insieme e fare anche dei progettini con loro.

A tal proposito, tu interagisci moltissimo sui social con i tuoi fan, e questo ti rende differente dagli artisti contemporanei..

Mi permetto di dissentire! Non è proprio vero. Anzi, tutti i miei colleghi sono presentissimi sui social, chi non lo è non può sfondare ora, perché a meno che non si abbia un seguito enorme si deve capire che i social sono la nuova televisione. Il mezzo televisivo serve fino a un certo punto, per fare cose prestigiose come Sanremo, ma sono soltanto degli unicum: anche i talent sono in grandissimo calo. Non sento più nessuno che li segue. I social quindi sono il nuovo metodo di comunicazione e vanno al di là del fatto che piacciano o meno: sono indispensabili.

Mi trovi concorde su questo. Inoltre ho notato che nel tuo kit per il fanclub c’è anche una poesia in haiku: ti diletti anche di questo o è un qualcosa che hai scoperto recentemente? Te lo chiedo perché sei un’artista estremamente eclettica.

Credo di aver cominciato a scrivere canzoni proprio a partire dalle poesie, perché ne scrivo da quando avevo 12-13 anni. Ho sempre scritto anche racconti, mi è sempre piaciuta la parola scritta. Continuo a farlo, anche nelle mie canzoni: ho due metodi di scrittura, uno in cui scrivo direttamente al computer il testo per una base musicale che ho già che creo io, oppure parto proprio da un’idea di testo, e di solito se non è simmetrica dal punto di vista sillabale è esattamente una poesia. Lo è in emozioni e pensieri. Sai, soffro di un’emotività abbastanza pronunciata ed è un modo per liberarmi di cose sgradevoli. De Andrè (di cui L’Aura ha interpretato la cover di Bocca di Rosa, NdR) diceva che se dopo i 18 anni continui a scrivere poesie o sei un poeta o sei un coglione (ride). Preferisco pensare sia la prima! Ma ha ragione, perché c’è tanta gente che a tarda età si diletta, ma ci si deve chiedere se “quella cosa lì”, quel quid in più, ce la si ha o no.

Kit Fanclub di L’Aura

Quindi la spinta che c’è dietro il tuo scrivere canzoni è la tua volontà di liberarti di un qualche bagaglio emotivo?

Sì, c’è sicuramene la questione lavorativa. In questa professione ci sono ovviamente determinate coordinate da seguire, ed è giusto così. Siamo persone del nostro tempo, dobbiamo confrontarci con ciò che abbiamo intorno. Però sì, assolutamente.

Sempre per tornare, o rimanere, nel campo della poesia, quale poeta puoi ritenere che rientri fra le tue principali ispirazioni?

Alda Merini, senza dubbio. Ho letto tante cose diverse, come Keats, Sylvia Plath, ma sono un po’ per i classici: di mio sono malinconica, mi piacciono i poeti non superficiali.

Un po’ maledetti.

No, più malinconici, tipo Leopardi. A scuola mi piaceva tantissimo, mi rivedevo in questa sua solitudine, nella sua emotività. Alda Merini negli ultimi anni l’ho letta tanto un po’ perché è assolutamente anticonformista, perché è una donna che aveva una visione femminile molto affine alla mia, e poi devo dire un’anima dannata: ha avuto una vita difficile, strana, passata in manicomio. Riguardo la malattia mentale la capisco, ho avuto anche io le mie problematiche, e le persone che hanno una sensibilità così profonda mi colpiscono molto. Poi era una poetessa di Milano, ed io, vivendoci, amo come la racconta: parla di una Milano che sembra non esserci più. È bello conoscerla attraverso i suoi scritti.

Rimaniamo nelle ispirazioni. Pittore e regista preferiti.

Bella domanda(ride)! Qui andiamo nei campi dove forse ho una marea di riferimenti. Un pittore, se te ne devo dare uno, è comunque Salvador Dalì: è il padre di ciò che amo nell’arte. Il surrealismo, misto all’iperrealismo dei suoi quadri, puntiglioso, preciso. Un personaggio incredibile, un pazzo fuorioso: uno dei primi a diventare un grande imprenditore oltre che artista. Sapeva come far soldi. Quanto piacerebbe saperlo fare anche a me! Amo questi personaggi carismatici, con questo talento.  Per il cinema, ce ne sono miliardi. Amo il cinema, però negli ultimi anni ho apprezzato molto il lavoro di Wes Anderson.

Grand Budapest Hotel…

Sì, si vede anche nei miei video. Mi ispiro molto a lui, cerco di prendere da certi film, infilarci qualche citazione. Lo giuro, un giorno un film lo faccio! La vedo durissima ma sognare non costa nulla.

 

Ne Il Contrario dell’Amore te proponi una storia narrata da tuoi tre alter ego: Lisa, Lucy, Mary Jane. Chi fra queste pensi ti sia più affine oppure tutte compongono vari aspetti della tua personalità?

È la seconda. Nel libro che ho scritto per narrarne la storia, che ho autoprodotto e reso disponibile online e ai miei concerti, spiego tre periodi degli ultimi trentaquattro anni. C’è un periodo legato a quando vivevo negli Stati Uniti, uno all’Inghiliterra. Ci sono i ricordi e ci sono anche cose inventate come è giusto che sia. È una fiction, ci sono elementi personali e fittizi.

Stilisticamente, almeno secondo la mia opinione, i tuoi album sono tutti molto coerenti. Sia a livello musicale che di tematiche. Hai una qualche sequenza di eventi che segui per rendere un album un “concept album”, oppure, a seconda del periodo in cui ti trovi lasci fluire le tue emozioni?

Sei l’unica che mi abbia mai detto una cosa del genere, perché spesso vengo tacciata di essere discontinua e di cambiare continuamente le carte in tavola. Eppure, a me non sembra! Forse il mio eclettismo è qualcosa che non viene ben recepito. Scusami, ma tu quanti anni hai?

Venticinque.

Ecco! È per quello. Le persone più anziane non lo capiscono. Noi, anche se io sono più grande di te ma sono cresciuta già nell’epoca di internet, abbiamo vissuto cose diverse. Abbiamo avuto la fortuna di poter accedere ad una quantità di musica enorme, mentre le persone più “vecchie” no. Avevano quei pochi dischi, si fissavano su un genere e un artista, ma chi ha vissuto la musica come noi “millennials”, che siamo cresciuti con internet, sa che non ci sono nette distinzioni fra generi musicali. Tornando alla domanda originale, quello che lega gli album non è il genere ma è innanzitutto la mia voce, nel modo di cantare che è omogeneo per ogni disco, e, poi, soprattutto, le tematiche: ci sono proprio dei periodi in cui mi va di affrontare determinate cose. Per rispondere alla tua domanda, comunque, nonostante il giro doveroso, in cui è giusto sottolineare che per quanto io venga giudicata come una “schizzata” che cambia genere ed idee ogni secondo, a me non sembra. Ok, ho flirtato con generi di musica differenti ma io sempre rimasta L’Aura. L’unico periodo in cui ho ceduto alle forzature è stato il periodo del disco tutto in italiano, Sei come Me, in cui ho lavorato con un produttore che non era giusto per me e che credeva che indirizzando la mia scrittura potesse aumentare il mio riscontro mediatico. Purtroppo, ero molto giovane e ancora non sapevo come comportarmi. Ehm, scusami, mi sono persa. Cos’è che mi hai chiesto? (ride)

Se tu ti ispiri di più, per scriver un album, ad un tuo periodo di vita o se concepisci un album come una trattazione di un certo argomento?

Dipende! Nella maggior parte dei casi parto già con un’idea che però si sviluppa nel corso dei mesi. Parto dal vuoto, insomma.

La pagina bianca.

Sì! Ciò mi mette ansia, non so bene dove andare a parare. La creatività non è infinita perché ok, hai buttato tutto fuori per creare qualcosa, ma poi sei vuoto. Devi ricaricare, riempire. Nel periodo in cui devo riempire mi chiudo, sparisco dalla circolazione, leggo libri, guardo film, vedo gli amici, vado in giro: una volta viaggiavo, ma ora con un figlio piccolo posso farlo molto meno. Guardo le persone, ascolto cosa dicono, leggo i giornali: cerco di calarmi nelle loro vite. Ci sono stati periodi in cui ho preferito parlare di cose personali e periodi in cui ho osservato quello che vivevano gli altri… Dipende molto da ciò che mi dice l’istinto. Capto tutto e quando vedo che ci sono dei pattern ripetibili nella scrittura, che siano validi, comincio ad elaborare un’idea forte per tutto il progetto.

Il Contrario dell’Amore è stato un disco fortemente voluto. Io l’ho trovato, personalmente, come un viaggio verso la guarigione.

Lo è, assolutamente. Di fatto attraversavo una pesantissima depressione post partum, che, però, siccome non era la prima volta, è stato particolarmente pesante. Vengo tacciata di eccessiva introspezione, ma avevo bisogno di dire quelle cose. È vero che dobbiamo guardare il mondo in cui siamo, ma è anche vero che se si è artisti e non replicanti (o burattini, o peggio), si deve comunicare: io dovevo guarire per mio figlio, che si meritava una mamma in salute, e per me stessa, perché dovevo risolvere dei problemi interiori una volta per tutte. Non ti dico che a 34 anni avrai risolto tutto anche tu, ma buona parte sì. I vent’anni sono il periodo in cui si cerca e cercando si fanno spesso errori, ma sono fondamentali: se non li fai, arrivi ad una certa età e cominci a sbarellare, e ti rendi conto che non hai vissuto al meglio la tua vita. Hai più esperienza e consapevolezza: la strada è lunga, anche se la società ti dice che vai verso i quaranta e stai invecchiando… Io rispondo: col cavolo! La vita è ai suoi albori a trent’anni: ci sono talmente tante cose da imparare.

Riguardo l’esorcizzare i problemi: ancora disegni i tuoi mostrilli?

Ah certo! Ne ho già alcuni pronti pronti. Ho uno store online, adoro internet, li metto a disposizione dei fan che li trovano anche ai concerti. Ho trovato questa dimensione in cui faccio piccole illustrazioni: sono una mancata amanuense. In un’altra vita ero probabilmente un frate che faceva le miniature. Un giorno, se dovessi avere un po’ di stabilità, vorrei approfondire il discorso artistico perché negli anni ho accumulato così tanti spunti, avendo anche passione per l’arte contemporanea; ma ci vuole tempo. Sono una mamma e lavoro nella musica, far più cose significa farle tutte male.

Joni Mitchell, mi viene in mente a tal proposito, che si prese un periodo di pausa per dedicarsi alla pittura.

Eh, ma erano altri tempi. Se parti dalla musica, e vuoi farne un lavoro, è difficile abbandonarla e poi ritornarci. Forse chi è più grande di me se lo può ancora permettere, ma è cambiato tutto ormai.

Proprio a proposito del cambiamento nel mondo. Già semplicemente nella tua discografia c’è uno stacco netto nel mondo d’annunziano ed idilliaco di Okumuki e quello realistico de Il contrario dell’amore. Questo cambiamento deriva più da te o prendi ispirazione dai cambiamenti che il mondo reale ha subito?

Non saprei. Questo è più il tuo compito che il mio. Ne sono consapevole fino ad un certo punto, per questo sono assolutamente favorevole alla critica ed ai giornalisti musica, perché anche se ti possono un po’ infastidire dicendo cose che non ti piacciono, ti possono aiutare. Ho tanti amici nella critica musicale, perché anche se sono effettivamente criticoni, stimolano riflessioni a cui tu non avevi pensato. Vedono il tutto oggettivamente, se hanno un’ottima cultura musicale e sensibilità possono soltanto aiutare. Mi piace parlare di musica con i giornalisti perché mi aiutano a capire da dove saltano fuori certe cose: io sono onnivora, ascolto un’enorme quantità di musica, e mettere ordine è sempre utile. Negli ultimi anni ho ascoltato musica contemporanea, e di musica italiana sempre meno.

A distanza di tutti questi anni, che sensazioni hai legate ad Okumuki? Avevi 21 anni, ora sarai una persona sicuramente diversa.

Sono diversissima. Mi piace tutto quello che ho fatto, tranne per due o tre canzoni che avrei volentieri evitato, ma credo che sia comune a tutti gli artisti. Non mi ascolto, in realtà. Non lo faccio mai e non sono l’unica, come la maggior parte degli artisti. Mi annoio. Mi gaso molto quando scrivo una canzone e posso ascoltarla all’infinito, ma esaurita la spinta iniziale la suono e basta.

Nel mondo generale dei musicisti, attuali, personalmente ti ho sempre accostato ad artisti quali Amanda Palmer dei Dresden Dolls e Florence Welch. Ultimamente ho notato proprio che sei eclettica però come Emilie Autumn, una violinista che, come te, ora si diletta nelle arti visive. C’è qualche artista in cui ti rispecchi, contemporaneo?

No, rispecchiarmi no. Quando cresci e trovi la tua identità, smetti di guardare agli altri. Ci sono delle cose che mi piacciono, come Lana del Rey, che ascolto molto volentieri. Mi è piaciuto il duo First Aid Kit, cantautrici del nord molto brave; ho amato i Palace Winter, un gruppo danese. Mi piacciono moltissimo Adele ed i Coldplay. Anche motle cose poco conosciute, trovate su Spotify, cantautrici sconosciute. Uso moltissimo Spotify, perché ha sostituito il morente iTunes, che a breve chiuderà, e saremo tutti traghettati lì. La musica è la stessa, gli unici che ci rimettono sono i musicisti. Non so dirti come si potrebbe risolvere la situazione, sono talmente tanti anni che va così che stiamo per alzare anche noi bandiera bianca. Se non sei iperpop o iperindie, se non sei agli estremi, non vai più. Se sei nell’area grigia dalle 50 sfumature, vendi pochissimo.

Ecco, L’Aura, hai nominato ora l’indie. Se ne sente tanto parlare. Artisti che prima erano denominati “indie” hanno calcato il palco del concertone del Primo Maggio, o riempiono gli stadi. C’è Calcutta in testa alle classifiche di vendita. Per te che significa “indie”? E’ una parola svuotata di significato oppure ne ha acquisiti molti altri?

Me ne sono fatta un’idea estremamente chiara.

Sei la prima che me lo dice, sai?

È perché amo la musica. Soffro a vedere cosa succede in questo mondo. Ho passato la mia vita ad ascoltare, guardare, osservare. È una maledizione e una benedizione, perché a vedere com’è ridotto tale mondo mi piange il cuore, ma è comunque una passione troppo grande per rinunciarvi. L’idea chiara che mi sono fatta è che l’indie è una forma di cantautorato con testi scazzati. La differenza è che si deve parlare di qualcosa in un modo in cui sembri sempre che non importi, che all’artista non freghi niente. Costoro hanno questo modo di porsi in cui i testi sono astrusi, parlano di cose totalmente campate per aria. L’amore viene descritto in modo distaccato superficiale.

Cinico.

Molto cinico. Esattamente agli antipodi di come la vedo io. Poi, comunque, ci sono cose che mi piacciono: musicalmente Calcutta non mi dispiace, gli arrangiamenti sono graziosi. Ci sono idee carine. Ma la visione d’insieme delle cose è opposta alla mia: sono emotiva, credo nell’amore, sono idealista e lo sarò fino alla morte. Non ne ho dubbi. Le mode sono giuste e sacrosante e ci saranno per sempre, ma io resto io.

Manterrai per sempre la tua coerenza.

Un melo non sarà mai un pero, un quadrato non sarà ma un cerchio, per quanto tu possa schiacciarlo. L’indie è quella roba là, altra e lontana da me. Musica pop cantautorale anni ’70, ma con testi insensati. Che parlano sostanzialmente di cazzate. Poi per carità c’è anche bisogno di cazzate: è un momento storico pesante per gli italiani, un po’ di leggerezza serve. Anche io, nel mio disco, ho messo La Meccanica del Cuore, che non è proprio per intellettuali: deve esserci equilibrio fra spensieratezza e profondità. Il problema nasce quando la profondità viene azzerata dal cazzeggio, per me, perde totalmente di interesse.

Pensi sia troppo presto per un nuovo album, L’Aura?

No comment, scusami.

Grazie L’Aura, è stato veramente interessante.

Grazie a te!

L’Aura ha ora in programma un tour estivo. Ecco tutte le date:

Giulia Della Pelle

2018-07-02T20:40:24+00:00 1 luglio 2018|Interviste|0 Commenti