“CHE FINE ABBIAMO FATTO” è l’EP d’esordio de Le Ore, band composta da Matteo Ieva e Francesco Facchinetti (un omonimo) dall’estetica e dalle sonorità molto interessanti.
Il duo ha partecipato a Sanremo Giovani nel 2018, arrivando ad esibirsi in prima serata su Rai1. Il progetto discografico, distribuito da Columbia Records/Sony Music Italy, è stato anticipato dal singolo “Una canzone del cazzo“, un brano che sbatte in faccia all’ascoltatore una confessione accorata e sincera, tendendogli la mano con il suo ritmo trascinante.
Con “CHE FINE ABBIAMO FATTO”Le Ore hanno cambiato suono e stile e ad accompagnarli in questo nuovo viaggio c’è un personaggio insolito: un fantasma.
Il fantasma per il duo è un simbolo delle ansie e dei turbamenti amplificati dagli ultimi tempi, è la metafora di una generazione invisibile e sempre poco ascoltata, il filo conduttore di tutte le tracce.
Abbiamo fatto una piacevolissima conversazione con Le Ore, anche se ha parlato solo Francesco per praticità: il risultato è stato uno scambio di battute sincere come la loro musica, ma soprattutto un interessantissimo viaggio all’interno del loro originale processo creativo .
Intervista a Le Ore
Ciao Francesco e ciao Matteo. Francesco dimmi subito una cosa: come gestisci l’omonimia con l’altro Facchinetti?
Ovviamente questa è una cosa che mi hanno sempre detto fin da piccolo, da quando è uscita la Canzone del capitano, ma devo dire che non mi ha mai dato fastidio. Poi ovviamente quando ho iniziato a fare musica, un po’ il problema si è posto; ma poi abbiamo avuto il piacere di conoscerlo, ci sentiamo spesso, e con noi è stato sempre molto carino. Poi comunque ci chiamiamo Le Ore: se avessi fatto il solista con il mio nome forse ci sarebbe stato qualche fraintendimento.
Ah, quindi vi siete conosciuti?
Si sì, pensa che la prima volta che mi ha scritto ha esordito così. “Lo sapevo che da qualche parte nel mondo esisteva un Francesco Facchinetti che sapeva cantare!”. E da allora mi ha autorizzato a presentarmi proprio così: il Francesco Facchinetti che sa cantare.(Ride n.d.r.)
Dopo un anno di silenzio tornate con un EP, e lo fate aggiungendo un po’ di novità al vostro stile che ha acquisito sonorità spiccatamente Indie Folk: come ci siete arrivati?
È stato un processo sia artistico che umano. Abbiamo abbassato il volume, come in un mixer virtuale, per quanto riguarda il lato social. In un momento di fragilità come quello dell’anno scorso, in cui eravamo in preda al panico, si sono attivati gli istinti primordiali: tutti abbiamo sperato di uscirne migliorati ed invece in realtà, già dalle prime settimane, ci siamo resi conto che anche le belle iniziative si trasformavano in puro chiasso social.
Per questo abbiamo optato per stare zitti, promettendo di scrivere canzoni al posto dei post. Così ci siamo ritrovati con molte canzoni che hanno accompagnato tutto il percorso della nostra pandemia.
Quindi, anche a livello di composizione musicale, questo ha avuto delle ripercussioni sullo stile?
Alla fine quello che abbiamo fatto è stato prediligere l’analogico al digitale: carta e penna per i testi e strumenti “veri” per la musica. Quando alla fine ci siamo rincontrati, io e Matteo, abbiamo trovato un suono molto diverso, come se quel processo di riflessione lo avesse cambiato. C’era una sincerità nuova per noi: sicuramente un’evoluzione dal punto di vista umano. Così abbiamo scattato foto su pellicola e stiamo girando un video in super otto per il secondo singolo. Come un’esigenza di fissare su qualcosa di materiale, per la paura che in digitale possa scappare. Non so se ho risposto bene alla domanda, ma di fatto è successo questo.
Il primo singolo ha un titolo che non passa inosservato, “Una canzone del cazzo”: sembra evidente che una vostra prerogativa sia la sincerità.
Non abbiamo mai filtrato i nostri pensieri, anche nei singoli precedenti e negli anni scorsi. C’è sempre qualche frase che viene trattata con una certa ironia, ma devo dire che questa volta ne ho usata molta meno. I testi sono molto più amari. “Una canzone del cazzo” ne è un po’ il simbolo, perché è il testo più “preso male” dell’ep anche se musicalmente è forse quella più “up”.
L’ho scritta in un momento pesante, in cui avevo paura di aver preso il Covid, ero appena tornato da Milano, e sono dovuto stare chiuso in camera mia a casa dei miei. In quel momento di sconforto e incertezza sono partito dal titolo, e da li ho iniziato a scrivere il testo. Invocavo una canzone del cazzo che mi salvasse e alla fine è arrivata, perché l’ho scritta io.
Poi l’ho fatta sentire a Matteo: l’abbiamo provata su una base a cui stava lavorando, ed era perfetta. Così è diventata esattamente la canzone del cazzo che volevo! (Ridiamo n.d.r)
Avete composto i vostri pezzi con l’aiuto delle immagini: come ha funzionato questo processo creativo?
Io ho sempre molte immagini in testa, ma Matteo continua a darmi input di questo senso. Ogni volta mi mandava la traccia montata e sotto un video fatto da lui, una specie di collage, per farmi capire il mood su cui costruire il resto.
Questi “messaggi subliminali” li avete conservati da qualche parte?
Si assolutamente, li abbiamo tutti salvati. Anche se poi cambiano col tempo, perché tipo se io allungo la traccia, Matteo allunga pure il filmato. È il nostro modo per abbracciare l’arte a 360 gradi. Sia il cinema che la lettura sono molto importanti per la composizione dei nostri pezzi.
Li userete come video?
Non saprei, anche se in effetti fino ad adesso abbiamo sempre scelto di non comparire nei nostri video. Invece per la prima volta, con “Una canzone del cazzo”, ci sono le nostre facce: questa è stata proprio una scelta ponderata, per dare una continuità al nostro lavoro, perché fosse chiaro che anche se era cambiato il sound, eravamo sempre noi.
Poi queste canzoni ce le siamo proprio coccolate, quindi farci vedere nel video ha rafforzato il fatto che fosse una cosa profondamente nostra.
Anche se in realtà si profila la presenza di un intruso: il fantasma. Qual è il significato di questa presenza che avete messo in copertina?
In realtà i fantasmi sono tanti, noi ne abbiamo rappresentato solo uno!
Per noi ha un significato simbolico. Con lui abbiamo un po’ esorcizzato i turbamenti che ci portiamo dietro, da cui spesso fuggiamo perché ci spaventano: noi abbiamo immaginato di farci amicizia. Ci siamo detti: ma se questi fantasmi fossero semplicemente parte di noi, se ci fermassimo per accettarli, probabilmente andremmo a completare quello che siamo. Tutti noi alla fine siamo fatti di luci ed ombre.
Un messaggio davvero molto interessante. Adesso che direzione prenderete? Programmi per l’estate?
D’estate lavoreremo come ogni anno, e questo anno ancora di più. Dopo lo stop forzato non vogliamo più stare fermi. Siamo molto grati del fatto che, nonostante la nostra scomparsa social, abbiamo ritrovato l’interesse delle persone che ci seguono: quindi abbiamo deciso di continuare a far sentire la nostra presenza. Abbiamo già cose programmate che usciranno a settembre, ottobre, novembre

Sono una toscana semplice : un po’ d’arte, vino buono & rock ‘n roll.
“Non come chi vince sempre, ma come chi non si arrende mai”
(Frida Khalo)