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Intervista a gli Envoy, giovanissimi vincitori di Lazio Sound

by Paola Pagni

Gli Envoy, sono un trio di giovanissimi talenti dalle influenze internazionali, una formazione che vive delle tante anime musicali, sociali e umane vissute in prima persona fin dall’infanzia.

Sono tutte influenze ed esperienze che si incontrano nel singolo Backwards, con cui il gruppo si presenta sulla scena musicale italiana. Caratterizzata da un mix di suoni elettronici, influenze ambient, minimal con un profondo piglio meditativo, Backwards è una canzone riflessiva, che parla dello scorrere del tempo, e dell’impossibilità di sottrarsi ad esso: un brano interamente registrato in analogico per un progetto che affonda le sue radici nell’alternative rock di oltremanica, con un particolare rimando alla scena indipendente di fine anni Novanta

Quello degli Envoy è un debutto in linea con gli studi e le passioni di Enrico, ‘quasi geologo’ di 24 anni, specializzando in planetologia, Luc, italo-francese di 22 anni dallo spiccato french-touch sonoro e Carlo, 23 anni, italiano di origini inglesi, studente di Fisica e appassionato di fisica pura

Una novità, coraggiosamente in controtendenza rispetto al mercato italiano, che merita di essere tenuta d’occhio.

Intervista agli Envoy

Un brano interamente registrato in analogico: una scelta molto interessante soprattutto se si considera che voi siete cresciuti nell’era del digitale. Come mai?

Bella domanda! Si potrebbe parlare per ore dei mille modi in cui il suono analogico si potrebbe dimostrare migliore del digitale, ma per quello ci sono i forum di audiofili. Per noi semplicemente è una questione di sensazioni, di essenza del suono. Semplicemente è diverso in un modo che ci piace, e che ci trasmette un movimento e un calore diverso.

Comporre musica è una questione di vitalità e tridimensionalità, non è una cosa che si può descrivere utilizzando termini troppo tecnici. Ci si perde nell’oceano di vibrazioni di una canzone, e si entra in quella dimensione istintuale di cui parlavamo prima. Registrare in analogico porta delle complessità e delle problematiche che non esistono nel digitale ma è proprio questo il bello: cambia il modo di lavorare quindi cambia quello che scrivi. È tutto più lento ed è richiesta molta più concentrazione. L’era digitale è fatta di immediatezza, di una valanga di informazioni che possono spiazzare, fornendo in un primo momento l’illusione di poter manipolare le cose a piacimento, ma perdendo alla fine l’organicità del poter toccare le cose con mano.

Il sound funziona benissimo e spinge l’ascoltatore ad immaginare le atmosfere riflessive che volete evocare: è stata una ricerca difficile?

Diremmo di no, fa parte di ciò che siamo, e non potrebbe essere altrimenti. Non è stata una vera e propria scelta, quanto un riflesso del nostro modo di fare musica.

Backwards è il nostro biglietto da visita, sia perché è il nostro primo vero sguardo al mondo come band, sia perché è un modo per dire a tutti: hey! Siamo qui, e questo siamo noi! Semplicemente è un mezzo per esprimere chi siamo, e quale modo migliore per noi, se non con la nostra musica, e con il nostro sound?

E possiamo dire con ragionevole sicurezza, che se ci si vuole fare un’idea del nostro suono, Backwards è l’esempio migliore.

Siete andati alla ricerca di qualcosa che si discosta dal mainstream attuale italiano: cosa vi ha spinti in questa direzione?

Purtroppo, o per fortuna, siamo sempre stati piuttosto scollegati dall’immaginario di cui ci hai detto sopra, probabilmente a causa delle nostre esperienze personali. A questo aggiungi il tempo che tutti abbiamo passato lontano dall’Italia (tanto), l’avere un batterista per metà francese, e un chitarrista cresciuto in UK; a questo punto verrebbe da chiedersi effettivamente quale sia la nazionalità di questo progetto. E sinceramente? Non ci importa granché. Non vogliamo essere assimilati a una scena, o a un luogo d’origine.

Puntate ad un mercato internazionale?

Scherzi? Ci chiamano addirittura dal Giappone!  Restando seri, abbiamo dei concerti programmati per ora a Roma, e stiamo lavorando per portare la nostra musica in Europa. Le nostre multiple nazionalità in un certo senso rendono questa direzione inevitabile, e riteniamo che sia il percorso naturale del nostro viaggio.

Enrico quasi geologo, Carlo appassionato di fisica, Luc italo- francese: come intervengono le vostre diverse personalità nella vostra musica? E come avete deciso di metterle insieme per formare una band?

Cercare di costruire una band non è una cosa semplice: è raro trovare persone affini che non solo ascoltino la tua stessa musica, ma che allo stesso tempo abbiano voglia di scriverne nuova e soprattutto suonarla dal vivo, che poi è la cosa più difficile in assoluto. Il nostro rapporto non è sempre semplice, capita spesso in studio di trovarsi in situazioni in cui non mancano i contrasti, ma con il tempo e l’esperienza abbiamo imparato a superare le divergenze e a lavorare, oltre che su noi stessi, anche l’uno per l’altro.

Siamo da sempre profondamente attratti dalle vecchie e dalle nuove tecnologie, e spesso cerchiamo di incorporarle nella nostra musica. In alcuni pezzi abbiamo pensato: come ricreare la sensazione dello spazio con la chitarra? Come facciamo a dare l’idea di un razzo che parte usando un sintetizzatore? Siamo molto affascinati da tutto ciò che è più grande di noi. Ci sono prospettive che crediamo intimamente necessarie al nostro sviluppo in quanto esseri umani.

C’è poi la parte strettamente pratica, che riguarda il nostro presente più che mai: oltre ad essere grandi smanettoni, siamo anche dell’opinione che ogni cosa possa tornare utile in qualche modo: più conoscenze e maestranze hai in tanti campi, meglio è. Siamo tutti appassionati di fotografia, luce, elettronica di ogni tipo, e ovviamente scienza, e questo ci permette di avere molta libertà in ambito creativo. Non succede di rado che una conoscenza acquisita in un altro campo possa tornare utile in fase di scrittura della musica.

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