Ci sono concerti e concerti: o, per dirla meglio, ci sono concerti gradevoli, ben suonati e interpretati ma non abbastanza da risultare memorabili, e concerti che potremmo definire “concerti con la C maiuscola”, ovvero live totalmente coinvolgenti e assolutamente indimenticabili, che rasentano la perfezione.
Ecco, per me lo show dei Placebo, andato in scena ieri sera allo Stupinigi Sonic Park di Torino, appartiene a pieno titolo alla seconda categoria; qualcuno potrebbe malignamente avanzare il sospetto che a spingermi a fare un’affermazione di questa portata sia la mia appartenenza alla generazione dei Millenials, che è cresciuta anche a “pane e Placebo” ma, in realtà, chi era presente allo spettacolo capirà immediatamente e benissimo cosa voglia intendere.
Brian Molko, Stefan Olsdal e i musicisti che li accompagnano, ieri sera hanno offerto al loro pubblico una performance di altissimo livello, degna della loro storia musicale e del loro desiderio di essere una band che vive nel presente e che riesce ad essere al passo coi tempi.
Ad aprire le danze sono i romani Bud Spencer Blues Explosion, che intrattengono piacevolmente il pubblico sino alle 21.40 circa, quando i Placebo, rimasti orfani dello storico batterista nel 2015, fanno il loro ingresso sul palco.
Il duo inglese suona più di un’ora e mezza, alternando i brani dell’ultimo, ottimo, disco “Never Le Me Go” -tra i quali gli acclamati “Beautiful James” e “Happy Birthday in the Sky”– a quelli del loro lavoro discografico immediatamente precedente e, soprattutto, ad alcuni dei loro più grandi successi, come “A Song To Say Goodbye” e “Bitter End”, non scontentando troppo, così, chi sperava di poter ascoltare altri cavalli di battaglia del gruppo (“Pure Morning” e “Special K”, solo per citarne un paio).
Quasi nessuno, se non in qualche frangente, viene meno alla richiesta formulata dalla band, attraverso apposito messaggio comunicato prima dell’inizio del live, di non scattare foto e girare video, sicché si crea veramente quella connessione simbiotica tra performer e pubblico (un tempo normale), il quale guarda direttamente il palco senza il filtro dello schermo dello smartphone, interagisce con il gruppo e al suo interno, cantando, ballando, battendo le mani al ritmo di musica.
Chi si aspettava un Molko taciturno e schivo sarà rimasto sorpreso, e forse anche sgomento, di fronte all’inatteso atteggiamento del frontman che, a un certo punto dello spettacolo, dopo aver salutato gli spettatori in italiano, si è lanciato in un attacco piuttosto duro e “colorito” nei confronti dell’attuale Premier italiana, e che, in altri momenti, ha rimarcato la “natura europea” del gruppo e ha affermato la necessità di tutelare i diritti umani di tutte le persone, di qualunque genere e orientamento sessuale.
Gli artisti sono artisti e agli artisti è- quasi- concesso tutto, è risaputo, soprattutto quando si tratta di rockstar; forse è per questo che il pubblico non si scompone ma, anzi, mostra di apprezzare anche le parole del cantante e chitarrista, oltre alla musica che riecheggia limpida e alla sua voce, che sembra non risentire dello scorrere del tempo.
Si chiude con le cover di “Shout” e di “Running Up That Hill”, con un lungo finale strumentale che sfocia nella “psichedelia”.
L’obiettivo dichiarato della band era quello di dar vita a una comunione unica e trascendentale con i fan e, grazie alla totale partecipazione del pubblico (favorita dall’inutilizzo degli smartphone) e all’ottima prestazione fornita dalla medesima, lo stesso è stato certamente raggiunto.
Dopo il “colpo di arresto” subito con il penultimo album, non riuscitissimo, i Placebo hanno saputo indubbiamente rimettersi in pista e sono tornati a mostrare il loro incommensurabile valore; poche cose, come la voce di Brian Molko, sono in grado di rendere degnamente tutta la disperazione, la fatica e il male di vivere che affrangono l’umanità intera.
“I concerti servono a creare dei ricordi”: i Placebo, ieri sera, ne hanno generati certamente dei meravigliosi.

Appassionata di musica, giornalismo, scrittura e danza, ama vivere nella sua riservata Torino, ma adora il Sud Italia, nel quale affondano le sue origini.