Immaginate di salire su un’isola felice, tra gli odori di supplì e di guanciale, circondati da persone che lavorano insieme, senza competizione, per rendere il mondo della musica, un mondo migliore o, almeno, diverso. Artisti diversi ma vicini, che si interrogano e confrontano sulla devozione per l’arte, uniti dall’amore per l’arte della musica, in questo caso, della grande opera di Fabrizio De André

È successo un po’ questo il 30 aprile alla conferenza stampa di Faber Nostrum presso il Mercato Centrale Termini. Faber Nostrum, come ha spiegato John Vignola, che ha coordinato l’incontro, non è soltanto l’album tributo a Fabrizio De André, a venti anni dalla sua morte, ma un vero e proprio progetto artistico che vede la partecipazione di alcuni dei nomi più influenti della nuova scena musicale italiana. Il nome rimanda al Mare Nostrum, a partire da quello della città di Genova, città di De André, che ha ispirato il suo viaggio nel mediterraneo. Questo progetto è un po’ la realizzazione di un viaggio attraverso la ricchezza di De André che è infinita e non stanca mai. È la dimostrazione che oggi è ancora possibile ascoltarlo, sentirlo attuale, vicino, con la missione di rilanciarlo nel nuovo mondo musicale. Nonostante le polemiche legate a questo album di cover, soprattutto da parte dei fan più accaniti di De André che le cover proprio non le accettano, è bene notare quanto sia stato utile, necessario, e anche semplicemente bello, vedere le nuove generazioni avvicinarsi a un cantautorato che altrimenti non avrebbero conosciuto o masticato così bene senza la realizzazione di questo progetto. Alla conferenza erano presenti Dori Ghezzi, Stefano Patara di Sony Legacy e Massimo Bonelli CEO di iCompany, coordinato, come già detto, da John Vignola. La stessa Dori Ghezzi ha precisato che “Fabrizio ha sempre avuto fiducia nel futuro. Lui ha sempre augurato a noi, quel mondo che lui non è riuscito a vivere”. Non si tratta di semplici cover, sono appropriazioni, ciascuno degli artisti ha cercato di rendere proprio e al meglio il brano scelto. Massimo Bonelli, che ha coordinato il progetto tributo ha insistito sulla bellezza del fil rouge che ha collegato De Andrè e questi artisti della nuova scena italiana, raggiungendo un notevole numero di giovanissimi nuovi ascoltatori. Sulle polemiche riguardanti l’impossibilità di poter rendere giustizia ai suoi brani, c’è stato anche il rifiuto da parte di alcuni artisti di partecipare al progetto, perché imbarazzati dalla grandezza della missione.

In sala erano presenti alcuni degli artisti che hanno partecipato al progetto, Artù, Canova, Cimini, Colapesce, Ex-Otago, Fadi, La Municipàl, The leading guy, Pinguini Tattiti Nucleari, The Zen Circus, che alla fine della conferenza si sono alternati sul palco eseguendo i brani dell’album.

A partire dalla performance di The Leading Guy in Se ti tagliassero a pezzetti, scelta perché “parla di libertà, la cosa più importante per un musicista, di come questa possa essere tagliata a pezzi o rinchiusa”. Seguito subito dopo da Il suonatore Jones, brano eseguito da Matteo Mobrici, della band Canova, solo voce e chitarra, che ha saputo renderla particolarmente sua. Scelta anche loro “perché è un vero inno alla libertà spirituale e artistica senza tempo” e hanno saputo superare la sfida di accostare De André al suono di una band. La canzone di Marinella, scelta da La Municipàl, che con il contrasto di voci, maschile e femminile, è stata una piacevolissima sorpresa. Hanno avuto la bravura di creare un piccolo viaggio musicale ed emotivo, basato su “un impatto emotivo in crescendo” partendo da una fase iniziale con voci e chitarra fino ad arrivare ad un’orchestrazione finale avvolgente che ha saputo coinvolgere tutto il pubblico. Gli Ex-Otago hanno eseguito Amore che vieni, amore che vai, genovesi come De André, hanno affermato che “è difficile affrontare i propri padri soprattutto quando sono giganteschi, però crediamo fortemente che la figura di De André, nel modo in cui ci siamo approcciati, insegna che può essere superato, che va rispettato, va amato, ma non va conservato in una sfera di cristallo”. A sentirla sembra essere una loro canzone, ottimo arrangiamento, è subito riconoscibile il loro segno, forse la più personalizzata. Dopo di loro, Fadi si è esibito eseguendo il brano Rimini, scelto “perché sono nato a Rimini che per me è riviera, è casa”, ha dato voce a questo pezzo meraviglioso. È il turno di una delle performance, a mio parere, più toccanti, parlo dei The Zen Circus in Hotel Supramonte. Una canzone reinterpretata magistralmente, sentita particolarmente sua dallo stesso Andrea Appino, che ha saputo cogliere tutte le sfumature in grado di lasciar trapelare le emozioni, le sensazioni che si avvertono cantandola e ascoltandola, emozionante al punto da sentire Faber un po’ più vicino. Dopo gli Zen è il turno di un’altra sensazionale esibizione. È il turno di Colapesce in Canzone dell’amore perduto, 3 minuti di estasi che hanno incantato tutti. Eseguita solo voce e piano, la sua voce ha avvolto in vortice di sensazioni e trasportato in quei luoghi dove l’amore perduto, un po’ di tenerezza, i baci mai dati e le viole che sbocciavano, si sentivano tutti sulla propria pelle. Dopo Colapesce è il turno di Cimini, senza la presenza di Lodo de Lo Stato Sociale, lo stesso Cimini ha saputo ben interpretare anche la sua parte, per un pezzo che gli “è stato prodotto da Lodo e l’idea mi è piaciuta subito perché ho immaginato che cantarlo insieme potesse funzionare molto”. Ultimo ad esibirsi è Artù con il brano Cantico dei drogati, che con la sua voce ha cercato di raccontare l’inferno, come era stato visto da De Andrè, e l’eterna lotta tra il buio e la luce.

A cura di Giusy Esposito