Dolores O’Riordan: un altro grande vuoto nella storia della musica

di Adriana Santovito

In quello che probabilmente resterà il più brutto Blue Monday della storia della musica, una notizia che molti di noi non avrebbero voluto apprendere ha squarciato i cieli di tutto il mondo, lasciandoci increduli davanti agli schermi di PC e telefoni che oramai diffondono qualsiasi tipo di informazione praticamente in tempo reale.

E quindi anche io mi sono ritrovata, nel tardo pomeriggio di ieri lunedì 15 gennaio, in un ufficio oramai quasi deserto con una fastidiosa pioggia fuori dalla finestra che bagnava un paesaggio scuro e desolato, a fissare inebetita lo schermo del mio telefono, poiché il mio sguardo si era soffermato su quelle due brevi ma intense righe di un articolo dell’Independent: “Dolores O’Riordan, lead singer of The Cranberries, dies aged 46”.

Ho sentito il cuore smettere di battere ed il respiro fermarsi per un attimo, mentre leggevo e rileggevo la fonte dell’articolo, nella speranza che fosse solo una di quelle stupide bufale lanciate da chissà chi per attirare chissà poi quale attenzione. Ma niente, la notizia era troppo fresca e la fonte troppo attendibile, quindi in un attimo tutto quello sfondo di desolazione che vedevo dalla finestra mi è entrato dentro e mi sentivo come se una piccola parte di me fosse improvvisamente volata via e ci fosse solo un grande vuoto che non poteva più essere colmato. Svuotata. Ecco come mi sentivo mentre me ne tornavo a casa con la sua voce nelle orecchie e le lacrime che uscivano ad intervalli irregolari, ancora incredula, ancora inebetita, ancora scioccata, ancora ovviamente dispiaciuta.

Non riuscivo a spegnerla quella musica, perché avevo come la convinzione che cliccando sul tasto STOP avrei categoricamente messo fine a tutto, quindi la lasciavo andare in loop, lasciavo che la riproduzione casuale mi sballottasse da pezzi graffianti e pieni di forza a pezzi più soft ed a tratti malinconici, come se tutto questo potesse ancora darmi una flebile speranza che tutto ciò non fosse vero, che non fosse successo veramente.

Non li ho visti nascere i Cranberries, perché si potrebbe quasi dire che siamo nati insieme, quindi non ho vissuto quella che potrebbe essere definita la loro Golden Age ma, come mi è stato detto proprio stamattina, la musica non è quanto la viviamo, ma come la viviamo, come ci lega alla nostra vita, quello che ci ricorda.

Se devo essere sincera li ho scoperti tardi e con un album che forse è il meno significativo, quello che ha rotto meno confini, ma d’altronde si sa, su queste cose l’età anagrafica in qualche modo incide, per cui nell’ormai lontano 2002 il mio occhio non poteva che ricadere su Stars – The Best of 1992-2002.

Inutile dire, quindi, che quando questa terribile notizia mi ha colpito tra capo e collo, la mia mente è andata proprio a quel momento, a quel ricordo in particolare che mi si è subito materializzato davanti, per cui osservavo esternamente la mia me da poco quattordicenne che entrava in quel negozio di dischi che, ahimè, ha lasciato il posto ad un anonimo negozio di vestiti da oramai fin troppo tempo. Mi ricordo di aver passato più di un’ora lì dentro a spulciare ogni titolo, a guardare ogni copertina, ad analizzare ogni traccia di ogni album, ma niente. Alla fine ho comprato quel disco che così tanto aveva attirato la mia attenzione fin da quando ero entrata. Non so dire che cosa mi avesse attirato in particolare, forse la prevalenza del blu che è sempre stato uno dei miei colori preferiti, forse il fatto che in primo piano ci fosse stata una donna, forse la curiosità di quel nome particolare, non sapevo dirlo allora e non so dirlo adesso. Fatto sta che ringrazierò sempre il mio istinto per avermelo fatto comprare (e mia madre per avermi dato la facoltà di scegliermelo come regalo di compleanno), perché non appena dalle casse dello stereo è risuonato l’attacco di Dreams, ho capito il tesoro che avevo tra le mani e quel disco l’ho consumato, perché per la prima volta, grazie alla loro musica, ho respirato un senso di libertà che da lì in poi non mi avrebbe mai abbandonato.

Purtroppo, sono entrata nell’età da concerto quando oramai loro non ne facevano più, quindi non vi sarà difficile immaginare la mia incontenibile gioia l’anno passato quando fu annunciato il tour europeo e quando si scoprì poi che una di queste date era a Roma, dove io finalmente abitavo e quindi potevo realizzare questo mio sogno senza troppe complicazioni. Di conseguenza, quindi, vi sarà facile anche immaginare la mia incontenibile tristezza nel momento in cui è stato annullato il concerto proprio per problemi di salute della stessa Dolores. Per cui, probabilmente, il non averli visti dal vivo resterà quasi sicuramente il mio rimpianto più grande, ma non finirò mai di ringraziare l’Irlanda per averci regalato una delle voci più graffianti, particolari, belle e da brividi che siano mai arrivate alle mie orecchie.

Ancora adesso mentre scrivo queste parole non ho ancora processato l’avvenimento, stamani mi sono svegliata pensando che fosse stato solo un terribile incubo, ma purtroppo è la realtà: un primo pezzo dei miei anni Novanta e Duemila mi è appena scivolato tra le dita.

Ciao, piccola grande donna. Da quest’anno in poi il 15 gennaio non sarà più un Ordinary Day.

Camilla Sabatini

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