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Marco Ligabue e la Londra anni ’80 in “Le canzoni inglesi” – INTERVISTA

by Alessia Andreon
Fabrizio Toscan 29

Operazione nostalgia per Marco Ligabue che ha di recente pubblicato “Le canzoni inglesi”, brano che tocca il cuore dei giovani degli anni ’80/’90 che non possono che rintracciare in questa canzone tutta la spensieratezza che accompagnava quegli anni.

 A fare da sfondo a una Londra in cui tutto sembrava possibile il tema delle passioni che bruciavano in fretta e il Brit-pop che ha segnato una svolta epocale nella musica.

Erano gli anni di gruppi come i Cure, i Cult, gli Smiths, in cui la musica era un sogno da rincorrere anche al di là de la Manica, delle prime esperienze fuori casa, in cui poter assaporare la libertà totale in un modo totalmente diverso da come la viviamo ora, dove non esistevano internet, i social e la musica si reperiva nei famosi negozi di dischi.

Come ci ha svelato Marco, nell’intervista che segue, “Le canzoni inglesi” farà parte di un progetto più ampio che vedrà la luce a fine anno.

Ad accompagnarlo sul palco e nella stesura dei suoi brani, la band composta dal nipote Lenny Ligabue alla batteria, alla chitarra Johnny Gasparini e al basso Jack Barchetta. La produzione affidata a Francesco Landi.

INTERVISTA

Ciao Marco,
“Le canzoni inglesi” è un viaggio nel tempo, tra la nostalgia e la libertà che caratterizzavano gli anni ’90.  Cosa ti manca di più di quel periodo?

Ero andato a Londra perché ero un fan della musica inglese e, di quel periodo, mi è piaciuto rispolverare la spensieratezza di quando tutto sembrava possibile, la voglia di sognare che avevamo e poi, ovviamente, la musica che catturava l’anima: ogni band che usciva sembrava sempre più forte di quella precedente.

È stato un’opera di recupero di un periodo del passato per avere uno slancio verso il futuro ora che, a volte, la quotidianità e varie vicissitudini della vita  ti schiacciano.

Il brano è anche un inno all’amore di allora che, proprio perché osservato a distanza di tempo, ci fa assaporare l’intensità di quei ricordi di gioventù e la spensieratezza con cui vivevamo.  Cosa ti ha portato a ripensare a quei momenti e a scrivere questa canzone?

Allora mi innamoravo una volta al giorno ed erano amori travolgenti…  ogni sguardo era un innamoramento!

Ho voluto ricordare uno di quegli amori che ti assorbivano completamente e che erano anche legati alla scoperta della musica, della città, dei quartieri iconici come Camden Town, Nothing Hill, Southbank, Piccadilly, Soho, Abbey Road, ai vestiti stravaganti…

Il riferimento non poteva che essere al sound del Brit Pop, che in quegli anni andava per la maggiore. È anche una rivincita della buona musica, che a distanza di quasi trent’anni mantiene il suo fascino…

Il mondo musicale come quello attuale è un po’ difficile da comprendere anche per me, per questo motivo ho voluto riscoprire un certo tipo di musica, dove tutto nasceva delle sale prove nei garage o negli scantinati, dalla passione, dallo studio di uno strumento e la poesia che si nascondeva in tutti quegli aspetti del fare musica.

Se guardiamo i dati, il tour dell’anno sarà quello degli Oasis che si erano fermati per parecchio tempo, eppure hanno fatto dei numeri eccezionali. Vuol dire che, anche dopo trent’anni, è un genere che è rimasto dentro al cuore di chi la ascoltava allora e che, probabilmente, rimarrà per un bel po’.

Sempre parlando di buona musica, tu sei uno di quelli che continua a scrivere alla vecchia maniera, in sala prove, con chitarra e voce, anche se poi apri sempre alla band. Qual è la tua dimensione ideale?

Dalla band non riesco a sganciarmi perché quando lavori con bravi musicisti è stupendo, è un viaggio creativo.

Mi trovo pienamente a mio agio nel panni da solista; ho la padronanza di parlare al microfono, di fare le scalette, però mi piace sempre avere alle spalle l’appoggio della band, che a livello musicale mi arricchisce profondamente, tanto che, anche “Le canzoni inglesi” l’ho scritta voce e chitarra, però poi ho chiamato la band in sala prove perché volevo costruire il vestito insieme ai miei musicisti.

Credo ancora tantissimo nella componente umana e nel fatto che ognuno può dare il proprio apporto con il suo modo di suonare e di vedere la musica, ed è bellissimo vedere come si arrivi ad un arrangiamento completo, nota dopo nota.

“Le canzoni inglesi” segue la pubblicazione di “Quello che c’è”, uscito a fine gennaio. Questi singoli segnano il tuo ritorno alla musica dopo il libro “Salutami tuo fratello”; sono il segno che stai lavorando a un progetto più ampio?

Sono partito lo scorso anno facendo uscire a marzo “Anima in fiamme” dedicata al fuoco, poi “TOC TOC ECOLOGICO” alla terra e “Vento dell’estate” all’aria e ho chiuso con “Quello che c’è”, che aveva come tema l’acqua, il ciclo di quattro canzoni legate agli elementi, che per me, ragionando in vinile, rappresentano il lato A del disco.

Con “Le canzoni inglesi” siamo partiti a scoprire il lato B.

C’è, ovviamente, un disco in ballo e, entro fine anno, arriveranno altre novità.

Nel frattempo quest’estate sarò in giro sui palchi, ho già tantissime date quindi ci vedremo sicuramente in giro in una delle tante tappe!

Le canzoni inglesi – Marco Ligabue

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